SCARLINO. Alla fine, dopo il coltello da cucina con una lama di venti centimetri, le minacce, la cocaina che secondo lui era stata mischiata con la terra, l’arresto e la condanna, la discussione davanti alla Corte di Cassazione si è concentrata su quei 60 euro dai quali tutto era cominciato.
Una cifra piccola, dentro una storia che piccola non era affatto. Perché per riavere il denaro speso per acquistare una dose di cocaina che riteneva scadente, un 53enne, aveva minacciato più persone, arrivando a puntare un coltello contro uno degli uomini ai quali chiedeva di restituirgli i soldi.
Adesso sulla vicenda è arrivato il sigillo definitivo della Cassazione: i giudici hanno respinto il ricorso della Procura generale di Firenze, confermando la decisione presa all’inizio dell’anno dal gup del tribunale di Grosseto.
Resta quindi definitiva la condanna a un anno, tre mesi e 15 giorni di reclusione e 1.050 euro di multa, pronunciata con la riduzione prevista per il rito abbreviato, per i reati contestati nell’ambito della vicenda.
Ma soprattutto resta ferma la valutazione che aveva spinto il giudice Giuseppe Coniglio a riconoscere l’attenuante del fatto di lieve entità. Ed era proprio questo il punto sul quale la Procura generale aveva deciso di giocare l’ultima partita.
Tutto comincia con una dose da 60 euro
La storia risale al 3 agosto dell’anno scorso, a Scarlino.
Il 53enne, con problemi di tossicodipendenza, aveva acquistato una dose di cocaina pagandola 60 euro, dopo aver ottenuto il contatto attraverso una donna del posto. Ma una volta provata la sostanza si era convinto di essere stato imbrogliato: quella che gli era stata venduta come cocaina, sosteneva, sarebbe stata tagliata con della terra.
Da quel momento la richiesta era diventata una sola: riavere indietro i soldi.
Il 53enne aveva quindi raggiunto il fratello della donna che aveva fatto da tramite. E quella che avrebbe potuto essere una semplice richiesta di restituzione del denaro si era trasformata rapidamente in qualcosa di molto diverso.
«Vai a casa a prendere i soldi, altrimenti mando tua sorella all’ospedale», gli avrebbe intimato. Non soltanto parole. Per rendere più convincente la richiesta, secondo quanto ricostruito durante il procedimento, aveva avvicinato al corpo dell’uomo un coltello da cucina con una lama lunga circa venti centimetri.
Le minacce e l’attesa sotto casa
La vicenda non si era esaurita in quel primo faccia a faccia. Il 53enne avrebbe seguito l’uomo fino alla sua abitazione, aspettando che gli venissero restituiti i 60 euro. Nel corso della stessa serata, le richieste e le minacce avrebbero coinvolto anche altri familiari, con un’ulteriore pretesa di denaro.
Una situazione che aveva spinto la famiglia a chiamare il 112.
Quando i carabinieri erano arrivati a Scarlino, avevano trovato l’uomo ancora nella zona. Con sé aveva il coltello e, nella tasca posteriore dei pantaloni, un involucro contenente poco meno di due grammi di cocaina.
Era quindi scattato l’arresto in flagranza. Successivamente il 53enne era tornato in libertà in attesa del processo.
Davanti al giudice non aveva negato di aver preteso la restituzione del denaro, ma aveva ridimensionato il significato della presenza dell’arma: voleva indietro i suoi soldi, aveva spiegato, ma non avrebbe avuto intenzione di utilizzare il coltello per fare del male.
La condanna e quei 60 euro che cambiano il peso del reato
Il procedimento era arrivato davanti al gup del tribunale di Grosseto con la scelta del rito abbreviato.
Il giudice aveva ritenuto provati gli episodi contestati dalla Procura, riconducendoli a una condotta in continuazione, e aveva pronunciato la condanna a un anno, tre mesi e 15 giorni di reclusione e 1.050 euro di multa.
Ma nella determinazione della pena aveva pesato anche un altro elemento: l’entità estremamente contenuta della somma richiesta.
Il gup aveva infatti applicato l’attenuante del fatto di lieve entità, valorizzando la modesta consistenza economica della pretesa e le caratteristiche complessive dell’episodio.
Una valutazione che affonda le proprie radici anche nell’intervento della Corte costituzionale con la sentenza 120 del 2023, che ha introdotto una clausola destinata a consentire una risposta sanzionatoria proporzionata nei casi nei quali il fatto, pur restando penalmente rilevante, presenti una lesività contenuta.
Ed è proprio su questo passaggio che la Procura generale di Firenze non era d’accordo.
La Procura generale porta il caso in Cassazione
La sentenza grossetana era stata quindi impugnata davanti alla Corte di Cassazione. Tre, in particolare, gli aspetti sui quali si concentrava il ricorso.
Secondo la Procura generale, nella valutazione della lieve entità avrebbe dovuto pesare innanzitutto la reiterazione della condotta, dal momento che le minacce avrebbero interessato tre persone diverse.
C’era poi il profilo personale dell’imputato, con i numerosi precedenti penali che, secondo l’accusa, avrebbero dovuto essere considerati nella valutazione complessiva del fatto.
Infine, veniva contestata la motivazione stessa della sentenza: il gup, secondo la tesi portata davanti agli ermellini, avrebbe finito per ridurre l’accaduto a una sorta di condotta ingenua, senza attribuire il giusto peso alla pericolosità concreta delle minacce e alla presenza del coltello.
La Cassazione: la motivazione del gup è coerente
La Suprema Corte ha però respinto il ricorso, chiudendo definitivamente il procedimento. Per i giudici di Cassazione, la valutazione sulla sussistenza della lieve entità appartiene al giudice di merito, chiamato a esaminare nel loro insieme le caratteristiche concrete della vicenda.
E nel caso di Scarlino il gup lo aveva fatto.
La motivazione della sentenza grossetana è stata ritenuta dalla Suprema Corte logica, coerente e priva di vizi tali da giustificarne l’annullamento.
Non significa, naturalmente, che le minacce o l’utilizzo del coltello siano stati considerati irrilevanti. Quei fatti hanno portato alla condanna. Ma, nella valutazione complessiva richiesta dalla legge, il giudice poteva attribuire un peso anche alla modestissima entità economica della pretesa, quei 60 euro che l’uomo sosteneva gli dovessero essere restituiti.
La Cassazione ha quindi lasciato intatto l’impianto della sentenza.
E così una storia cominciata a Scarlino con una dose di cocaina da 60 euro che il compratore sosteneva fosse mischiata con la terra, proseguita con una lama di venti centimetri, le minacce e l’arrivo dei carabinieri, si chiude definitivamente a Roma.
Con la condanna che diventa definitiva e con un principio confermato dalla Suprema Corte: anche davanti a un reato grave come l’estorsione, è il fatto concreto, nella sua interezza, a dover determinare la proporzione della pena.



