Le 9 lapidi del Comune raccontano 116 anni di storia di Grosseto | MaremmaOggi Skip to content

Ci passiamo davanti da una vita, ma quasi nessuno sa cosa raccontano: i segreti delle 9 lapidi del Comune

Sono sotto il porticato del municipio e migliaia di persone ci passano davanti ogni giorno. Dal plebiscito del 1860 alla ferrovia, dalla malaria a Mazzini, dalle donne per la pace fino all’alluvione: ecco cosa raccontano quei nove marmi
Il municipio di Grosseto e le nove lapidi che sono nel porticato
Il municipio di Grosseto e le nove lapidi che sono nel porticato

GROSSETO. Ci passiamo davanti continuamente. Per entrare in Comune, attraversare piazza Duomo o fare un giro in centro storico. Qualcuno alza lo sguardo, molti probabilmente non le vedono nemmeno più.

Eppure sotto il porticato del Palazzo comunale di Grosseto c’è un piccolo archivio a cielo aperto. Sono nove lapidi. La più antica risale al 1860, l’ultima al 1976. Centosedici anni separano la prima dall’ultima e, lette una dopo l’altra, quelle pietre diventano quasi un libro.

Raccontano l’Italia che ancora doveva nascere, l’arrivo della ferrovia, la ricerca di un’identità culturale della città, le campagne coloniali, la malaria, la massoneria, la Seconda guerra mondiale, le donne che chiedevano la pace e la grande alluvione del 1966.

Soprattutto raccontano come Grosseto ha voluto ricordare se stessa.

E c’è una prima curiosità: alcune di quelle lapidi sono più vecchie del palazzo sul quale oggi sono murate.

Due lapidi sono più vecchie del municipio

L’attuale Palazzo comunale non esisteva ancora quando furono realizzate le prime due. La costruzione dell’edificio di piazza Duomo cominciò infatti nella seconda metà degli anni Sessanta dell’Ottocento e il municipio vi si trasferì successivamente.

Le due lapidi del 1860, dunque, non potevano essere state realizzate per il porticato nel quale si trovano oggi. Furono necessariamente collocate altrove e trasferite successivamente nell’attuale sede municipale.

Ed entrambe raccontano un momento straordinario: la Toscana sta per entrare nell’Italia unita e Grosseto vuole uscire dal proprio isolamento.

14 marzo 1860: Grosseto sogna la ferrovia

La prima lapide è dedicata al governo toscano presieduto da Bettino Ricasoli.

Il Municipio grossetano decide di collocarla il 14 marzo 1860, in segno di riconoscenza per la decisione di costruire una ferrovia capace di collegare Grosseto «ai più floridi centri della rigenerata penisola».

Quella frase oggi può sembrare soltanto retorica ottocentesca, in realtà racconta perfettamente il momento storico.

Il decreto per la costruzione della linea verso sud era stato emanato pochi giorni prima, l’8 marzo 1860. La ferrovia avrebbe attraversato la costa toscana passando anche per Follonica, Grosseto e Orbetello per arrivare verso il confine pontificio.

L’Italia unita ancora non esisteva. La ferrovia diventava così qualcosa di molto più importante di un mezzo di trasporto: rappresentava la possibilità di rompere l’isolamento secolare della Maremma e collegarla economicamente e socialmente al resto della penisola.

Per questo il Municipio volle scolpire quella decisione nel marmo.

Il giorno dopo, il plebiscito che portò la Toscana verso l’Italia

Appena un giorno separa idealmente la ferrovia dalla seconda lapide.

In alto c’è scritto: XV MARZO MDCCCLX. 15 marzo 1860.

 

La lastra registra il risultato del plebiscito con il quale i toscani avevano scelto l’unione alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II.

E riporta persino i numeri: 386.445 votanti, 366.571 favorevoli all’unione, 14.925 per il regno separato e 4.949 voti nulli. Il risultato era stato proclamato a Firenze dalla Suprema Corte riunita a Palazzo della Signoria.

Non è una lapide esclusivamente grossetana: testimonianze analoghe furono realizzate in altre città della Toscana, ma proprio per questo è importante. È una specie di certificato dell’ingresso della Toscana nel processo unitario, rimasto per oltre un secolo e mezzo sul municipio di Grosseto.

Le prime due pietre, lette insieme, dicono quindi molto: Grosseto voleva contemporaneamente entrare nell’Italia e collegarsi fisicamente all’Italia.

1891: Grosseto celebra il suo Andrea

Bisogna saltare avanti di trent’anni per incontrare la terza. È il 3 maggio 1891 e Grosseto rende omaggio ad Andrea da Grosseto, il letterato del XIII secolo ricordato soprattutto per le traduzioni in volgare dei trattati morali di Albertano da Brescia.

La lapide lo definisce «suo figliuolo» e lo celebra come uno dei primi italiani capaci di usare in scritture colte e ordinate «il dolce idioma del sì». Ricorda il 1268, l’anno delle sue traduzioni.

Qui è necessaria una cautela. La lapide rispecchia il clima culturale e patriottico dell’Ottocento, quando la ricerca delle origini della lingua italiana si intrecciava fortemente con la costruzione dell’identità nazionale.

Non occorre quindi prendere alla lettera la rivendicazione di Andrea come una sorta di primo scrittore italiano.

Ma quella pietra racconta qualcosa di altrettanto interessante: alla fine dell’Ottocento Grosseto cercava nella propria storia un protagonista da collocare nel grande racconto culturale italiano. E lo trovò in Andrea.

I 18 maremmani morti in Africa

Tre anni dopo arriva una delle lapidi più difficili da decifrare. È datata 9 agosto 1894.

Il testo comincia con parole che oggi colpiscono: «Nelle infauste giornate africane…». Seguono 18 nomi. Sono uomini di Grosseto, Arcidosso, Gavorrano, Orbetello, Pitigliano, Roccastrada, Santa Fiora, Scansano e Sorano.

Il «popolo maremmano» decide di consacrare quella pietra alla loro memoria.

Qui bisogna evitare una facile confusione: non sono i caduti di Adua. La battaglia di Adua avvenne il 1° marzo 1896, mentre la lapide era già stata collocata due anni prima.

I morti ricordati devono dunque essere legati alle precedenti campagne italiane nel Corno d’Africa e alla prima fase dell’espansione coloniale in Eritrea.

Stabilire con certezza dove e quando sia morto ciascuno dei 18 richiederebbe però un lavoro sui fogli matricolari e sulle liste di leva. Ed è forse una ricerca che meriterebbe di essere fatta a parte.

La lapide resta comunque una testimonianza preziosa di un’epoca nella quale anche ragazzi partiti dai piccoli paesi della Maremma finirono coinvolti nelle prime avventure coloniali del Regno d’Italia.

1897: Grosseto festeggia la fine dell’estatatura

Poi arriva una lapide che racconta qualcosa che oggi sembra quasi inconcepibile.

Per secoli Grosseto era stata considerata un luogo talmente malsano durante l’estate che uffici pubblici, funzionari e autorità abbandonavano periodicamente la città. Spostandosi in collina. Era l’estatatura. La malaria scandiva la vita della Maremma e nei mesi più pericolosi l’apparato pubblico si trasferiva verso località ritenute più salubri.

Scansano e Montorsaio furono tra le destinazioni di questo singolare esodo amministrativo. Poi qualcosa cambiò.

Il Parlamento riconobbe il miglioramento delle condizioni sanitarie e arrivò il provvedimento che pose fine all’estatatura.

Qui abbiamo una documentazione particolarmente precisa dell’Archivio di Stato di Grosseto: la legge n. 321 abolì l’estatatura e la cittadinanza fu invitata pubblicamente ai festeggiamenti. La lapide venne inaugurata la mattina del 10 agosto 1897.

Il testo inciso nel marmo ha quasi il tono di una liberazione. Parla di Grosseto: «rivendicato dopo cinque secoli a novella vita».

Per i grossetani di allora non era semplice retorica. Significava poter finalmente pensare alla propria città come a un luogo nel quale vivere e lavorare tutto l’anno. Quella lapide segna simbolicamente uno dei passaggi decisivi dalla vecchia Maremma malarica alla Grosseto moderna.

La lapide massonica dedicata a Mazzini

Poco più avanti c’è forse la lastra più sorprendente per chi oggi attraversa il porticato senza soffermarsi. È dedicata a Giuseppe Mazzini e non fu il Municipio a firmarla.

In fondo si legge: «I Liberi Muratori della Valle d’Ombrone posero questa memoria». La data incisa è MCMV: 1905.

È dunque una testimonianza esplicita della presenza massonica nella vita pubblica della Grosseto di inizio Novecento.

Mazzini viene celebrato come educatore dei giovani «alla scienza del sacrificio» e alla «religione del dovere», nel linguaggio ideale tipico della cultura risorgimentale e massonica dell’epoca.

Non abbiamo bisogno di attribuire alla lapide significati nascosti, il significato è scritto chiaramente sul marmo.

Quello che colpisce oggi è altro: i Liberi Muratori firmarono apertamente una memoria collocata nel palazzo pubblico della città.

È la fotografia di una Grosseto molto diversa da quella contemporanea, nella quale il confine fra memoria risorgimentale, associazionismo laico e presenza massonica aveva caratteristiche proprie dell’Italia postunitaria.

Poi arrivano la guerra e le donne

Dopo Mazzini c’è un salto di oltre quarant’anni e cambia completamente il linguaggio. Non ci sono più Risorgimento, eroi o celebrazioni patriottiche. Ci sono le donne.

È il 28 novembre 1948. La Seconda guerra mondiale è finita da appena tre anni. La Repubblica italiana ha poco più di due anni di vita e la Costituzione è entrata in vigore soltanto da pochi mesi.

Quel giorno, in occasione della Giornata internazionale della Pace, le donne di Grosseto fanno collocare una lapide sotto il municipio.

La scheda del progetto Pietre della Memoria conferma data, luogo e volontà delle donne della città di lanciare un messaggio per una pace duratura dopo la guerra.

Le parole che scelgono sono impressionanti ancora oggi. Ricordano: «le lacrime, gli orrori, i morti di una guerra appena terminata». E dichiarano di essere unite in una «ferma volontà di pace».

Poi arriva la frase finale. La lapide deve essere un plauso per chi accoglierà quel desiderio e un monito per chi intenda tradirlo.

Chi erano quelle donne

È una delle domande alle quali, per ora, non possiamo dare una risposta definitiva. La documentazione disponibile online conferma che furono le donne della città a volere il marmo.

È molto probabile che l’iniziativa sia maturata nell’ambiente dell’associazionismo femminile e politico del primo dopoguerra, in anni nei quali i movimenti delle donne erano fortemente impegnati nelle campagne per la pace, ma senza trovare la documentazione della cerimonia del 28 novembre 1948 sarebbe scorretto attribuire la posa a una specifica organizzazione.

Ed è forse proprio questo piccolo mistero a rendere ancora più affascinante la lapide. Settantotto anni dopo, resta una firma collettiva: «Le donne di Grosseto».

1961: anche la Maremma racconta il suo Risorgimento

Un’altra lapide arriva nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia. Questa volta il soggetto è la Maremma. La pietra ricorda gli uomini che «nel nome d’Italia soffrirono e caddero» e rivendica la partecipazione dei propri figli alle «glorie del Risorgimento».

È il linguaggio delle grandi celebrazioni del centenario, ma anche qui Grosseto fa qualcosa di preciso: inserisce la propria storia locale dentro quella nazionale.

Non sappiamo ancora con sufficiente certezza il giorno esatto della cerimonia di posa. La lapide stessa ci consegna però inequivocabilmente l’occasione per la quale fu realizzata: 1861 – Grosseto – 1961.

L’ultima lapide nasce dal fango

L’ultima delle nove porta la data 4 novembre 1976. Esattamente dieci anni prima, il 4 novembre 1966, Grosseto era finita sott’acqua. L’Ombrone aveva rotto gli argini e acqua e fango avevano invaso città e campagne.

Dieci anni dopo, Grosseto decide di non ricordare soltanto il disastro. Decide di ricordare soprattutto come reagì. La lapide celebra «il coraggio civile» e «l’impeto di solidarietà umana» che accomunarono i cittadini.

Non è soltanto memoria dell’alluvione, è una sintesi della storia della Maremma.

La natura, dice il marmo, aveva minacciato di ricacciare il territorio: «nella buia notte del fango e della palude». Quella dalla quale nei secoli lo avevano tirato fuori governanti, tecnici, scienziati, braccianti e contadini.

La stampa del tempo, proprio nel decennale, tornava a sottolineare il ruolo degli enti locali e soprattutto la straordinaria solidarietà spontanea che aveva sostenuto la ripresa dopo l’alluvione.

La lapide termina con una frase che appartiene pienamente al clima civile e politico degli anni Settanta: «Niente è impossibile alla forza del popolo unito».

Nove pietre, ma cambia sempre chi parla

Guardandole tutte insieme emerge un particolare che probabilmente sfugge a chi le osserva singolarmente.

Nel corso dei decenni cambia chi prende la parola. All’inizio è il Municipio. Poi compare il popolo maremmano. Nel 1905 parlano i Liberi Muratori. Nel 1948 sono direttamente le donne. Nel 1976 è la comunità che ricorda se stessa davanti a una catastrofe naturale.

Cambiano anche le cose che Grosseto ritiene degne di essere consegnate alla pietra.

Nell’Ottocento sono nazione, progresso, ferrovia, lingua e riscatto dalla malaria. Dopo le tragedie del Novecento entrano invece nella memoria pubblica pace, solidarietà e partecipazione collettiva.

Il libro che quasi nessuno legge

Ed è forse questo il vero fascino delle nove lapidi. Non furono progettate insieme. Nessuno, nel 1860, poteva sapere che accanto alla memoria del plebiscito sarebbe comparso un giorno il ricordo dell’alluvione del 1966.

Nessuno nel 1897, mentre Grosseto festeggiava la fine dell’estatatura, poteva immaginare le parole che le donne avrebbero fatto incidere cinquant’anni dopo contro un’altra guerra.

Sono state le generazioni a scrivere quel libro, una pagina alla volta. La prima nel 1860. L’ultima, almeno sotto quel porticato, nel 1976. In mezzo ci sono 116 anni di storia.

E oggi quelle nove pagine di marmo sono ancora lì, sotto il Comune, a pochi metri dal Duomo. Migliaia di grossetani ci passano davanti. Forse il vero segreto non è ciò che raccontano. È che abbiamo smesso di leggerle.

 
 
 

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