ORBETELLO. C’è una vicenda giudiziaria che da oltre vent’anni accompagna il destino della ex Sitoco e della bonifica della laguna di Orbetello, ma che è rimasta quasi sempre lontana dal dibattito pubblico. Oggi quella storia entra in una fase decisiva.
Da una parte c’è Laguna Azzurra Srl, proprietaria dell’area industriale, oggi in liquidazione. Dall’altra il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Al centro dello scontro ci sono le prescrizioni imposte nel 2008 per la messa in sicurezza della falda e dell’area industriale, un contenzioso arrivato fino al Consiglio di Stato e che oggi si è trasformato in una richiesta di risarcimento da 2.858.934 euro nei confronti dello Stato.
La vicenda, però, è molto più complessa di quanto possa sembrare.
Dalla Sitoco a Laguna Azzurra
Per capire la causa bisogna tornare indietro.
Nell’area della ex Sitoco venivano prodotti colle e concimi. La Società Interconsorziale Toscana Concimi (Si.To.Co.) entrò in liquidazione nel 1990 e cessò definitivamente la produzione l’anno successivo.
Nel 2004 il complesso industriale venne acquistato all’asta giudiziaria da Laguna Azzurra Srl, che divenne proprietaria dell’area con decreto del Tribunale fallimentare di Roma del 22 aprile 2004. Nelle intenzioni c’era trasformare l’area in un resort turistico.
Nel frattempo il sito era già stato inserito tra i Siti di Interesse Nazionale (SIN) da bonificare, a causa dell’inquinamento accumulato negli anni. La perimetrazione del SIN fu poi ampliata nel 2007.
Il decreto del Ministero del 2008
L’11 agosto 2008 il Ministero dell’Ambiente emanò il decreto n. 4877.
Alla società vennero imposti interventi molto rilevanti: la messa in sicurezza della falda mediante un sistema di marginamento fisico; la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti presenti nell’area e opere di protezione del cosiddetto “Bacino 1”.
Pochi mesi dopo arrivò anche la diffida ad adempiere. Fu da quel momento che iniziò la battaglia giudiziaria.
Il principio “chi inquina paga”
Uno degli aspetti più interessanti della sentenza del Consiglio di Stato è che non accoglie integralmente le tesi della società. Anzi.
I giudici dedicano molte pagine a ribadire il principio europeo del “chi inquina paga”, richiamando anche la giurisprudenza dell’Adunanza Plenaria.
Secondo il Consiglio di Stato, chi acquista un sito industriale contaminato non è automaticamente esonerato dagli obblighi ambientali.
Nel caso della ex Sitoco, il decreto di trasferimento del 2004 prevedeva espressamente che il bene fosse ceduto con tutti i gravami derivanti dall’inserimento tra i siti contaminati e dagli obblighi di bonifica.
Laguna Azzurra, osservano i giudici, acquistò il compendio sapendo che era inserito nel SIN e che su quell’area gravavano precisi obblighi ambientali. È un passaggio importante, perché esclude che la società sia stata ritenuta estranea agli obblighi connessi alla bonifica.
Dove il Consiglio di Stato dà ragione alla società
Il punto decisivo è un altro.
Analizzando tutta la documentazione prodotta negli anni successivi, il Consiglio di Stato rileva che le prescrizioni del 2008 erano state adottate quando ancora mancava una conoscenza completa dello stato di contaminazione.
Le decisioni ministeriali, osservano i giudici erano basate su studi preliminari; non disponevano ancora di una caratterizzazione completa del sito; non avevano coinvolto adeguatamente il privato e non avevano ancora definito con precisione responsabilità e tipologia degli interventi necessari.
Secondo la sentenza, proprio le successive conferenze di servizi e gli approfondimenti tecnici dimostrarono un quadro molto diverso rispetto a quello ipotizzato nel 2008.
La frase che cambia tutto
Il passaggio destinato ad avere gli effetti più rilevanti è contenuto nella parte finale della sentenza.
Il Consiglio di Stato conclude infatti che le prescrizioni ministeriali erano incomplete; premature e fondate su un’istruttoria insufficiente.
Per questo motivo gli atti del 2008 vengono dichiarati illegittimi ai fini dell’eventuale azione risarcitoria. È proprio questa affermazione che apre oggi la strada alla richiesta economica della società.
La richiesta di quasi tre milioni di euro
Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, Laguna Azzurra ha avviato un nuovo giudizio davanti al TAR del Lazio.
Questa volta non chiede più l’annullamento degli atti. Chiede il risarcimento dei danni.
Secondo la società, le prescrizioni ministeriali le avrebbero imposto di sostenere costi che non sarebbero stati necessari.
Nel ricorso vengono quantificati in 2.858.934 euro: gli studi; le analisi; le caratterizzazioni; la progettazione e, infine, l’avvio degli interventi di messa in sicurezza.
Il Tar non decide: serve una verifica tecnica
Il Tar del Lazio, però, non ha ancora deciso se il Ministero dovrà risarcire la società.
Con l’ordinanza pubblicata il 16 giugno 2026 dispone infatti una verificazione tecnica indipendente.
Il compito affidato ai tecnici è molto preciso.
Dovranno stabilire: quali delle spese sostenute siano realmente riferibili agli interventi imposti dal Ministero; quali siano congrue e se nel 2008 esistesse realmente la situazione di contaminazione della falda profonda descritta dall’Amministrazione oppure se il quadro fosse diverso.
Il Politecnico di Milano rinuncia
La vicenda processuale ha avuto poi un ulteriore sviluppo.
Il Politecnico di Milano ha comunicato al Tar l’impossibilità di individuare un docente con le competenze richieste.
Per questo il Tribunale ha revocato l’incarico e nominato il Politecnico di Torino, rinviando la discussione della causa al 14 gennaio 2027.
Intanto la società è in liquidazione
Un elemento che rende ancora più delicata la vicenda riguarda la situazione societaria.
Le ordinanze del Tar indicano infatti formalmente la parte ricorrente come “Laguna Azzurra S.r.l. in liquidazione”.
Nonostante questo, la società continua a essere il soggetto privato proprietario delle aree ex Sitoco coinvolto nei procedimenti amministrativi relativi alla bonifica.
Una causa che può incidere sulla bonifica
La controversia non riguarda soltanto un risarcimento economico. Riguarda anche il modo in cui, negli anni, sono state gestite le procedure di bonifica di uno dei siti industriali più complessi della Toscana.
Il Consiglio di Stato, infatti, non mette in discussione il principio secondo cui il proprietario deve farsi carico degli obblighi ambientali.
Contesta invece il metodo seguito nel 2008 dal Ministero, ritenendo che le prescrizioni fossero state adottate senza un’istruttoria sufficientemente approfondita e senza un adeguato coinvolgimento del privato.
Sarà ora il Tar del Lazio, sulla base della verificazione tecnica affidata al Politecnico di Torino, a stabilire se quegli errori abbiano effettivamente provocato un danno economico risarcibile e, in caso affermativo, quale sia il suo ammontare.
La decisione potrebbe avere conseguenze rilevanti non solo per Laguna Azzurra e per il Ministero, ma anche per l’intero percorso di recupero e bonifica della ex Sitoco, uno dei nodi più delicati del risanamento ambientale della laguna di Orbetello.



