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La Grosseto dentro Margini: Bardelli e il Rudeness

Il personaggio interpretato da Francesco Turbanti nel film è la fotografia del negoziante grossetano, figura che ha ispirato sia Falsetti che Turbanti nella realizzazione di Margini
Una foto di David Bardelli

GROSSETO. Una delle prime persone ad essere state interpellate, e una di quelle più interrogate per la realizzazione delle scene. David Bardelli, proprietario del negozio “Rudeness” (in via Paglialunga dal 2004) è stato una piccola bibbia per il film “Margini“. Ha assistito le costumiste, la sua casa si è trasformata in un set e ha partecipato a molte delle riprese fatte.

Il regista Niccolò Falsetti e il co-sceneggiatore Francesco Turbanti hanno fatto molto affidamento su David, che li conosce oramai da anni, da quando entrarono nel suo negozio anni fa. «Mi hanno parlato del film prima ancora di scrivere la sceneggiatura, 7-8 anni fa -dice David – Me la fecero leggere una volta pronta, poi la realizzazione del film è stata bloccata per via della pandemia, solo lo scorso anno Niccolò è Francesco sono potuti partire con le riprese».

Proprio Turbanti, col personaggio che interpreta (Michele) è praticamente identico a Bardelli, tanto che alcuni parenti del negoziante vedendo una foto del set, hanno creduto di avere davanti una sua foto in giovane età. Una somiglianza voluta e ricercata nel film, anche come sorta di tributo verso una figura che ha ispirato la scrittura del lungometraggio (e ricordata anche sulla rivista Rolling Stone).

Francesco Turbanti, nel film “Michele”

Bardelli e il suo Rudeness al centro di Margini

«Rudeness, il nome del mio negozio, si rifà alla musica ska, ai “rudeboy” giamaicani – dice Bardelli – che vestendo eleganti vivevano a metà tra illegalità e legalità. Questo ambiente ha affascinato molto i primi skinhead. Una delle canzoni che mi ha ispirato per il nome del negozio è quella dei Judge Dread: “King of rudeness”, appunto».

L’insegna “Rudeness”, il negozio di David Bardelli

Nell’insegna i martelli del West Ham, e tra le foto sul suo profilo Facebook, Bardelli mostra una serie di clienti un po’ da tutta Italia e dal tutto il mondo, l’ultimo arriva da Singapore. «Vendo molto anche online – dice David – in tutta Italia e non solo, è difficile trovare alcuni articoli e molti sanno che qua li possono trovare, dai dischi ai vestiti. Anche se vendo in rete spesso con i clienti ho un rapporto personale, mai freddo come magari spesso si percepisce internet». Falsetti e Turbanti, tra i grossetani, si sono dimostrati negli anni fra i clienti più fedeli «Piano piano si sono appassionati – dice Bardelli – affinando i loro gusti musicali».

La musica dentro a un negozio di abbigliamento può sembrare un accostamento insolito, ma è stato voluto fin dall’inizio, anzi, per Bardelli è stato impossibile non vederlo «Qui c’è un angolo di dischi legati a molte sottoculture – racconta David – e l’abbigliamento che vendo si ricollega molto a questi generi. Non sono mai riuscito a scindere le due cose, per me l’aspetto culturale e musicale è sempre legato a quello che vendo nella parte di abbigliamento».

I dettagli, come dice Bardelli, fanno la differenza «Per dare il mio apporto al film, ho adoperato la stessa filosofia che seguo nel mio negozio – racconta – Credo che, soprattutto per un film fortemente imbevuto di un tipo di cultura come quella punk, servisse una forte caratterizzazione da parte anche dei costumi. C’è stato un grande lavoro dietro, ci ho passato nottate per cercare gli abiti adatti al personaggio interpretato da Francesco, ma anche per gli altri. Cercandone usati ma non troppo, vintage ma non troppo. Servivano anche doppi cambi: per trovare due capi scoloriti uguali è servito un sacco di tempo – prosegue – Anche per via della pandemia le spedizioni sono state rallentate. La notte spesso ho passato in rassegna libri riguardanti la cultura skinhead dell’epoca, inviando foto alle costumiste, credo che siano tornate utili per vestire il cast».

La casa che diventa set cinematografico

Bardelli non è servito solo per consulenze artistiche: la casa del personaggio interpretato da Turbanti, è quella di David, un perfetto “tempio del punk”: «Lo scenografo venne a casa mia e disse che era perfetta – racconta – Avendo una cura maniacale delle cose che tengo, dai poster ai cd al materiale da collezione, per le esigenze delle riprese ho sempre preferito spostare io le cose che c’erano da spostare, modificare quello che c’era da modificare. Con questo mio aspetto ho contagiato anche le costumiste: qualsiasi modifica ci fosse da fare sul look del personaggio di Turbanti, mi chiamavano».

«Un giorno – racconta – ho avuto in casa decine di persone, un intero set, è stato impressionante. Per un appartamento di 70mq è stato impegnativo. Rimettere a posto la troupe è stata gentilissima e mi hanno aiutato. Avevano fatto le foto di come era la casa prima dei cambiamenti e tutto è ritornato al suo posto. I miei figli, Mattia e Bianca, hanno vissuto con me la fase delle riprese. Bianca non ha voluto vedersi neanche il trailer per non rovinarsi la sorpresa».

Ovviamente Bardelli ha rinunciato all’intervento dell’impresa di pulizie che gli avrebbe rassettato casa una volta rimesse a posto le cose, la sua cura da collezionista gli ha imposto di dire «Ci penso io».

Margini, tra Ovosodo e This is England

Il film lo ha soddisfatto, una perla dal punto di vista stilistico «Da quello che ho potuto vedere è venuto davvero bene dal lato dei costumi – dice – Dopo decenni di ridicolizzazione degli skinhead, togliendo “This is England” e qualche altro film inglese, la rappresentazione di punk e skinhead qui è perfetta e contestualizzata. Credo sia anche il punto forte di questo film. Veritiero in tutto. Forse qualcuno dirà che manca quel “grezzume” del primo punk – sottolinea bardelli – ma qui si parla del 2008 a Grosseto, è differente il contesto, per forza di cose. Anche il linguaggio è coerente. È tutto come me lo immaginavo io. Con questo uso del dialetto che rende ancora più vere le vicende, lo ho spesso assomigliato a “Ovosodo”. Anche in quel contesto Virzì criticava un po’ Livorno, l’accento era spiccato, i costumi e l’animo dei giovani erano quelli reali, e fu un successo».

«La cosa che mi ha impressionato più di tutti è stato il concerto – racconta – è un momento particolarmente bello, forse anche perché venivamo dalle restrizioni della pandemia. Aspettavamo un concerto da mesi. Viverlo dentro a un film era un momento particolarmente sentito. Il centro del film poi è l’aspettativa che crea fino al concerto finale, arrivati lì c’è una sorta di esplosione. È stato meglio che andare a un concerto vero».

«Io cinematograficamente parlando non ho mai visto una scena così. I Payback si sono rimessi insieme per l’occasione, interpretando i Defense – conclude Bardelli – Chi era sotto al palco li conosceva bene e partecipare è stato anche un modo per sfogarsi. La gente ha addirittura chiamato la municipale, denunciando che alcune persone stavano facendo una festa, e che pure la polizia era senza mascherina, ma erano tutti del set. In quel momento ci siamo divertiti, e mi auguro che il successo del concerto in Margini possa ripetersi nelle sale cinematografiche. Il film se lo merita».

Il libretto dedicato alla genesi del film, con tavole di Zerocalcare

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