GROSSETO. Alessandro Tosi, 63 anni, non era in grado di intendere e di volere quando il 27 maggio scorso colpì il padre Giuliano, 97 anni, nella loro casa di via Podgora. È quanto emerge dalle perizie medico-legali e psichiatriche disposte dal giudice delle indagini preliminari nell’incidente probatorio.
Secondo gli esperti, Tosi non aveva alcuna intenzione di fare del male al genitore, rimasto gravemente ferito al volto e a un occhio, e morto due mesi più tardi in una casa di riposo a Orbetello.
Le perizie: «Un gesto senza volontà di violenza»
Gli accertamenti sono stati affidati alla dottoressa Valentina Bugelli, che ha seguito gli aspetti medico-legali, e al dottor Paolo Iazzetta, incaricato della valutazione psichiatrica.
Entrambi hanno concluso che Tosi era totalmente incapace di intendere e di volere e che non si trattò di un’aggressione volontaria.
«Il mio assistito – spiega l’avvocato Roberto Cerboni – voleva solo togliere qualcosa che credeva di vedere sul viso del padre. Non ci fu colluttazione né uso di oggetti contundenti».
Le lesioni, secondo la ricostruzione, sarebbero state provocate da un gesto confuso, durante un grave episodio di disorientamento.
Dall’accusa di tentato omicidio al possibile omicidio preterintenzionale
L’indagine, inizialmente aperta per tentato omicidio, era stata poi riqualificata come omicidio volontario dopo la morte dell’anziano. Ora, alla luce delle perizie, l’ipotesi potrebbe diventare omicidio preterintenzionale, vista l’assenza di volontà di uccidere.
La decisione finale spetterà al sostituto procuratore Mauro Lavra, che ha ereditato il fascicolo e dovrà stabilire come procedere.
Le conseguenze dell’episodio e le condizioni del 63enne
L’aggressione, pur non mortale, aveva causato il ricovero e l’allettamento del padre, generando complicazioni tipiche dell’età avanzata che portarono al decesso.
Tosi, arrestato dopo i fatti e detenuto nel carcere di Sollicciano, è oggi in cura e secondo gli esperti dovrà essere sottoposto a misura di sicurezza: non in una Rems, ma in una struttura intermedia con libertà vigilata, per garantire il proseguimento delle terapie e gestire la residua pericolosità.
Un dramma familiare che, a distanza di mesi, trova una spiegazione clinica più che giudiziaria: un gesto nato dal delirio, non dalla violenza.



