GROSSETO. Prima il matrimonio celebrato di nascosto, senza dire niente ai genitori. Poi una sparatoria, il sangue, la paura di perdere l’uomo che aveva sposato appena una settimana prima. Il crollo psicologico, il ricovero in psichiatria, i tentativi di ricominciare. E infine le botte, gli insulti, le accuse di tradimento. Anche quando lei era incinta di tre mesi.
Ha soltanto 22 anni, è già madre di una bambina di tre e alle spalle ha una storia di fragilità, dipendenza dalle sostanze stupefacenti e difficoltà familiari. Una vita che, nel giro di pochi mesi, è precipitata dentro una relazione segnata dalla violenza.
Adesso per il marito, un 24enne di origini tunisine, è arrivata la condanna a otto mesi di reclusione, con pena sospesa. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Giuseppe Coniglio, al termine del processo celebrato con rito abbreviato, per lesioni aggravate.
Il pubblico ministero Mauro Lavra aveva chiesto sei mesi. La difesa, affidata all’avvocato Giulio Parenti, aveva sollecitato l’esclusione delle aggravanti, richiamando anche la remissione della querela da parte della giovane.
Ma il procedimento è andato avanti ugualmente. Le aggravanti contestate, legate anche alla limitazione della libertà della donna, hanno reso il reato procedibile d’ufficio.
Una vicenda che racconta molto più di un’aggressione. Dietro quei pochi mesi di matrimonio c’è una storia di solitudine, dipendenza emotiva, droga e violenza. E c’è una ragazza che, nonostante tutto, ha continuato a cercare nell’uomo che la umiliava un punto di riferimento.
Ventidue anni, una figlia piccola e una vita già difficile
Quando i due si conoscono, nel maggio del 2025, la ragazza sta attraversando un periodo particolarmente complicato.
Ha una bambina piccola, ha perso da poco la nonna, soffre di depressione e fa uso di sostanze stupefacenti. È seguita dai servizi sociali e dal Serd.
Incontra il giovane, che frequenta ambienti legati allo spaccio. La relazione nasce rapidamente e, almeno all’inizio, sembra offrirle quella stabilità affettiva che in quel momento le manca. Ma bastano poche settimane perché qualcosa cambi.
Già nell’estate del 2025, cominciano gli scatti di rabbia, le offese e soprattutto le accuse di tradimento. Lui sospetta continuamente che lei frequenti altri uomini. Una gelosia che diventa progressivamente un modo per controllarne i comportamenti.
Eppure è proprio lui, nel frattempo, ad avere un’altra relazione. I due si lasciano. Sembra finita. Ma dura poco.
Il matrimonio segreto e una vita nelle case degli spacciatori
Dopo circa un mese tornano insieme. E decidono di sposarsi. È settembre 2025 quando si presentano in Comune per il matrimonio civile. I genitori della ragazza non sanno nulla.
Una scelta che rende ancora più difficile per la famiglia comprendere cosa stia accadendo nella vita della giovane.
La coppia non ha una casa stabile. Vive in condizioni precarie, passando da un’abitazione all’altra, ospitata anche da persone che frequentano gli ambienti dello spaccio. Lo stesso 24enne è coinvolto in quell’ambiente.
Ma appena una settimana dopo le nozze succede qualcosa che sconvolge definitivamente la vita della ragazza.
La sparatoria sotto il cavalcavia: il marito ferito davanti ai suoi occhi
È il 17 settembre 2025. I due si trovano in automobile nella zona delle Sante Mariae, sotto un cavalcavia, quando un uomo spara contro il giovane. Un proiettile lo raggiunge a una gamba.
Per la moglie, che assiste alla scena, è uno choc. Il marito è ferito, perde sangue e deve essere portato in ospedale, dove viene sottoposto a un intervento chirurgico.
La sparatoria diventa oggetto di un’altra indagine giudiziaria, che porterà all’arresto del presunto responsabile il 4 marzo 2026.
Ma per la 22enne quella sera segna un punto di rottura. Aveva appena sposato quell’uomo, senza che la famiglia ne fosse informata. E improvvisamente si ritrova coinvolta in un episodio di violenza armata.
Nei giorni successivi le sue condizioni psicologiche peggiorano.
Il crollo psicologico e il ricovero in psichiatria
La ragazza arriva a compiere gesti autolesivi. Viene accompagnata in ospedale e successivamente ricoverata nel reparto di psichiatria. È qui che i genitori vengono a conoscenza del matrimonio, della sparatoria e delle condizioni nelle quali la figlia stava vivendo.
Il marito, nel frattempo, dopo l’intervento chirurgico, lascia Grosseto per trascorrere la convalescenza in Lombardia, a casa del padre. Potrebbe essere l’occasione per interrompere una relazione già segnata da troppe difficoltà ma questo non succede. La ragazza continua a cercarlo. Nei due mesi successivi lo raggiunge più volte in Lombardia: lontani da Grosseto, i rapporti sembrano migliorare.
Ma c’è un particolare significativo nella ricostruzione della vicenda: quando si trova in Lombardia, la giovane non ha amicizie né conoscenze e praticamente non esce mai da sola. La gelosia del marito, in quel periodo, non trova occasioni per manifestarsi come accadeva prima. È quando tornano a Grosseto che tutto ricomincia.
Lui non sopporta che torni a casa dalla figlia
Il 24enne trova un appartamento in città. La moglie, invece, continua a vivere con i genitori, insieme alla bambina nata da una precedente relazione. Durante il giorno si occupa della figlia, la sera raggiunge il marito.
Ed è proprio questo continuo andare e venire a diventare motivo di conflitto. Lui non accetta che la ragazza possa uscire liberamente dall’appartamento. Ogni volta che lei deve tornare a casa per occuparsi della bambina, ricominciano le accuse.
Il giovane è convinto che la moglie voglia incontrare altri uomini. La insulta, la umilia, le attribuisce tradimenti.
Il comportamento del marito non rappresenta soltanto una manifestazione di gelosia, ma una forma di prevaricazione: la volontà di limitare la libertà della donna, arrivando a ostacolarla persino quando deve accudire sua figlia.
La seconda gravidanza e le violenze
Il 15 gennaio 2026 la giovane scopre di essere nuovamente incinta: il marito inizialmente sembra felice della notizia. Ma quella serenità dura pochissimo.
Le liti riprendono, insieme alle accuse di infedeltà. Nei giorni precedenti al 12 febbraio il 24enne arriva a lanciarle contro una stampella, colpendola a una gamba.
Poi arriva l’episodio più grave: è il pomeriggio del 12 febbraio, intorno alle 18. La ragazza si trova nell’appartamento del marito e si prepara ad andare via per tornare dalla figlia. Lui si convince ancora una volta che quella sia soltanto una scusa per incontrare un altro uomo.
Cominciano gli insulti, poi lo schiaffo, l’aggressione fisica: la giovane cade e batte violentemente il fianco contro la testiera del letto.
È incinta di tre mesi e la sua prima paura è per il bambino che porta in grembo.
Scappa di casa, lui la insegue e le tira le pietre
La ragazza riesce ad allontanarsi dall’abitazione ma neppure la fuga mette immediatamente fine alla violenza. Il marito la rincorre all’esterno e le lancia contro alcune pietre, riuscendo a colpirla a un piede. La giovane raggiunge il pronto soccorso dove i medici riscontrano contusioni giudicate guaribili in sette giorni. Fortunatamente, non emergono conseguenze gravi per la gravidanza.
La vicenda arriva all’attenzione dei carabinieri. Il giorno successivo la ragazza, accompagnata dalla madre, formalizza la denuncia.
È il momento in cui una storia rimasta per mesi dentro una relazione tormentata diventa un procedimento penale.
Il divieto di avvicinamento e la condanna
La Procura ricostruisce gli episodi attraverso le dichiarazioni della giovane, la documentazione sanitaria e le testimonianze dei familiari.
Il pubblico ministero Mauro Lavra chiede e ottiene nei confronti del 24enne il divieto di avvicinamento alla moglie, misura cautelare rimasta in vigore fino alla pronuncia della sentenza. Il procedimento arriva davanti al giudice Giuseppe Coniglio: l’imputato sceglie il rito abbreviato.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Giulio Parenti, chiede di escludere le aggravanti e sottolinea la remissione della querela. Il pubblico ministero sollecita una condanna a sei mesi.
Il giudice riconosce invece la responsabilità del giovane per le lesioni aggravate e infligge otto mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena e la revoca della misura cautelare alla quale era stato sottoposto.
L’imputato era perfettamente consapevole dello stato di gravidanza della moglie e la condotta violenta si inseriva in un contesto nel quale il giovane pretendeva di controllare gli spostamenti della ragazza, impedendole di esercitare liberamente anche il proprio ruolo di madre.
Violenza e dipendenza, una situazione difficile da interrompere
La vicenda della 22enne grossetana mette in evidenza anche le difficoltà che possono incontrare le donne più giovani quando la violenza si inserisce in un contesto già segnato da problemi familiari, dipendenze e precarietà economica e abitativa.
La ragazza era seguita dai servizi sociali e dal Serd. Aveva una bambina piccola, soffriva di depressione e frequentava, insieme al marito, ambienti legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Una situazione complessa, nella quale il rapporto con il 24enne era proseguito nonostante le separazioni, gli episodi di gelosia e i comportamenti aggressivi.
In meno di un anno i due si erano conosciuti, lasciati, sposati e nuovamente allontanati. Nel frattempo c’erano stati la sparatoria nella quale il giovane era rimasto ferito, il ricovero in psichiatria della moglie e la scoperta di una nuova gravidanza.
La famiglia della ragazza aveva appreso del matrimonio soltanto dopo la sparatoria. La denuncia per l’aggressione di febbraio ha poi consentito alla Procura di intervenire con una misura cautelare.
Il procedimento si è concluso con la condanna a otto mesi di reclusione, con pena sospesa, per lesioni aggravate. Resta il problema, più generale, dell’individuazione tempestiva delle situazioni di violenza, soprattutto quando riguardano persone già seguite dai servizi territoriali e inserite in contesti di particolare vulnerabilità.
I numeri da chiamare per chiedere aiuto
Chi subisce violenza fisica, psicologica, minacce o comportamenti persecutori può rivolgersi al 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking, gratuito e attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno.
Il servizio garantisce l’anonimato e fornisce informazioni sui centri antiviolenza, sulle case rifugio e sui percorsi di assistenza disponibili sul territorio. È possibile contattare le operatrici anche tramite chat sul sito www.1522.eu.





