Grosseto-Livorno 1901, la corsa della prima vittoria Fiat | MaremmaOggi Skip to content

125 anni fa una corsa doveva partire da Grosseto: quel giorno iniziò la leggenda della Fiat

Il 24 agosto di 125 anni fa doveva partire dalla Maremma la prima grande gara automobilistica toscana. La pioggia rese impraticabili le strade, il via fu spostato a Piombino e Felice Nazzaro entrò nella storia
La partenza della corsa da Piombino
La partenza della corsa da Piombino (Foto tratta dal materiale storico della rievocazione Piombino-Livorno 1901 – Garage del Tempo)

GROSSETO. Doveva cominciare tutto qui. A Grosseto. Con strani veicoli senza cavalli, signori con baffi e occhialoni arrivati da mezza Italia, pneumatici di scorta, taniche, attrezzi e pezzi di ricambio caricati a bordo. Destinazione Livorno, circa 150 chilometri più a nord.

Era il 24 agosto 1901 e l’automobile era ancora qualcosa capace di far voltare le persone per strada. La Fiat esisteva da appena due anni. Fare un viaggio significava partire senza sapere con certezza se si sarebbe arrivati. E correre su quelle macchine era roba da pionieri, meccanici e avventurieri.

Quel giorno Grosseto avrebbe dovuto ospitare la partenza della prima corsa automobilistica ufficialmente organizzata in Toscana. Non accadde, perché ci si mise di mezzo il maltempo, che trasformò le strade della Maremma in un pantano e costrinse gli organizzatori a spostare la partenza a Piombino.

Ma quella gara entrò ugualmente nella storia, perché a vincerla fu un giovane meccanico e pilota di nome Felice Nazzaro, al volante di una Fiat 12 HP Corsa.

Fu la prima vittoria in una competizione automobilistica per la casa torinese. E tutto era cominciato con una corsa che avrebbe dovuto chiamarsi Grosseto-Livorno.

24 agosto 1901, la Toscana scopre le corse automobilistiche

Bisogna tornare indietro di 125 anni per capire quanto fosse straordinario quello che stava per accadere. Nel 1901 le automobili sulle strade italiane erano ancora rarissime. La Fiat era stata fondata a Torino soltanto nel 1899 e il mondo dei motori stava muovendo letteralmente i primi passi.

Fino ad allora, in Toscana, le uscite automobilistiche erano state soprattutto scampagnate e sfide più o meno improvvisate tra gentiluomini.

Quella prevista per il 24 agosto era un’altra cosa. Era una vera gara di resistenza e velocità, inserita in un meeting automobilistico di tre giorni e organizzata dal Comitato per le Feste Livornesi.

Il nome era importante: Gran Premio di Sua Maestà il Re.

Il progetto iniziale prevedeva la partenza da Grosseto, l’arrivo a Livorno e circa 150 chilometri di strada da percorrere. Una distanza che oggi non impressiona nessuno, ma che nel 1901 poteva diventare un’avventura.

Da Torino partono tre giorni prima per arrivare in Maremma

A restituire meglio di qualunque fotografia cosa significasse viaggiare in automobile in quegli anni è il racconto lasciato da Carlo Biscaretti di Ruffia, uno dei grandi pionieri dell’automobilismo italiano. La sua famiglia aveva deciso di partecipare alla Grosseto-Livorno con una Phénix da 3 cavalli e mezzo.

La corsa era in programma sabato 24 agosto, loro partirono da Torino mercoledì 21, tre giorni prima. La speranza era di arrivare a destinazione il 22.

Prima di mettersi in viaggio bisognava preparare tutto: serbatoi pieni, gomme gonfie, pneumatici di scorta e soprattutto un voluminoso assortimento di pezzi di ricambio, perché se qualcosa si rompeva, non c’era un’officina dietro l’angolo e  nemmeno trovare la benzina era scontato.

Durante il viaggio, a Novi, Biscaretti racconta della ricerca del carburante e delle difficoltà incontrate con un farmacista per riuscire ad acquistare quel liquido che, allora, aveva ancora ben poco di ordinario.

Sotto la pioggia, l’automobile viene trainata dai cavalli

Poi cominciò l’odissea. Sul Bracco, sotto una pioggia battente, si ruppe uno pneumatico. Padre e figlio proseguirono, ma la salita diventò talmente difficile che furono costretti a procedere anche a piedi. Fino alla scena che, vista con gli occhi di oggi, sembra quasi una fotografia del passaggio tra due epoche: l’automobile del futuro dovette farsi trainare da un carro con tre cavalli. Quelli veri.

La Phénix continuò a combattere contro acqua, fango e salite fino a quando, nei pressi della Spezia, il motore si arrese. I due trascorsero la notte in un cascinale e la mattina successiva capirono che la macchina non sarebbe ripartita: raggiunsero La Spezia in carrozza e da lì presero il treno per Livorno.

Alla gara sarebbero arrivati soltanto come spettatori. Era questo l’automobilismo del 1901.

La pioggia cancella Grosseto dalla corsa

Il maltempo non fermò soltanto Biscaretti. Le precipitazioni che avevano investito la Toscana resero impraticabile la strada nei pressi di Grosseto, così gli organizzatori furono costretti a cambiare programma.

La Grosseto-Livorno da circa 150 chilometri venne accorciata a 82 chilometri e la partenza spostata a Piombino.

Nasceva così, quasi per caso, la corsa che sarebbe passata alla storia come Piombino-Livorno.

Il tratto grossetano era perduto, ma la Maremma rimaneva dentro quella storia: la gara percorreva la vecchia Aurelia verso San Vincenzo, Cecina, Vada, Rosignano e infine Livorno, su strade che il maltempo aveva lasciato in condizioni proibitive.

Auto, vetturette, tricicli e motociclette

Anche la griglia di partenza racconta un mondo lontanissimo da quello delle corse moderne. I mezzi vennero suddivisi in cinque categorie.

C’erano le grosse vetture sopra i mille chili, quelle più leggere sotto i mille, le cosiddette vetturette fino a 450 chili, i tricicli e infine le motociclette. Partirono in quest’ordine.

Le condizioni erano talmente dure che nessuna delle motociclette riuscì a raggiungere Livorno.

Renzo Mazzoleni, su una Ceirano da 2 cavalli e un quarto, si fermò nei pressi di Vada. L’ingegnere Emanuele Rosselli, che correva con una motocicletta costruita da lui stesso, fu costretto ad arrendersi poco dopo il via.

La strada, raccontano le ricostruzioni basate sulle cronache dell’epoca, era ridotta praticamente a una palude.

Al via c’è una Fiat. Ha soltanto 12 cavalli

Tra le grosse vetture ce n’era una appartenente al conte Camillo della Gherardesca. Era una Fiat 12 HP Corsa. La casa automobilistica torinese era nata appena due anni prima.

La macchina aveva davanti un avversario che sulla carta sembrava quasi imbattibile: la Panhard-Levassor da 32 HP di Ugobaldo Tonietti: trentadue cavalli contro dodici.

E Panhard, a differenza della giovanissima Fiat, era già uno dei grandi nomi dell’automobilismo europeo.

Ma alla guida della macchina italiana c’era un ragazzo destinato a diventare una leggenda, si chiamava Felice Nazzaro.

Il meccanico che sarebbe diventato il miglior pilota del mondo

Nazzaro veniva dal mestiere. Aveva iniziato giovanissimo come apprendista alla Ceirano e nel 1899 era entrato nella neonata Fiat, dove lavorava come meccanico e pilota. In quell’ambiente c’erano altri due giovani destinati a scrivere la storia dell’automobile italiana: Vincenzo Lancia e Alessandro Cagno.

Nel 1901 Nazzaro non era ancora il campione che qualche anno dopo avrebbe conquistato le più grandi corse europee.

La sua consacrazione sarebbe arrivata nel 1907, quando avrebbe vinto nello stesso anno il Gran Premio di Francia, la Targa Florio e il Kaiserpreis tedesco, diventando uno dei piloti più celebrati al mondo, ma una delle prime pagine della sua leggenda venne scritta proprio quel 24 agosto sulle strade della costa toscana.

82 chilometri in un’ora, 49 minuti e 54 secondi

Nazzaro arrivò davanti a tutti. Percorse gli 82 chilometri della Piombino-Livorno in 1 ora, 49 minuti e 54 secondi. La velocità media fu di 44,77 chilometri orari.

Oggi sarebbe la velocità di un tranquillo spostamento urbano, ma nel 1901, su quelle strade, con quelle gomme, quei freni, quei motori e il fango lasciato dal maltempo, significava correre.

Alle sue spalle arrivò la potente Panhard-Levassor di Tonietti. Terzo assoluto fu addirittura un triciclo De Dion-Bouton guidato da Gaston Osmond.

Vince Nazzaro, ma il primo posto va al conte

C’è un particolare meraviglioso che racconta quanto fossero diverse anche le regole dell’automobilismo. A guidare la Fiat era Felice Nazzaro, ma la macchina apparteneva al conte Camillo della Gherardesca. E all’epoca era il proprietario della vettura a poter essere proclamato vincitore.

Così nelle ricostruzioni della gara compare anche il nome del conte come vincitore del Gran Premio, nonostante al volante ci fosse Nazzaro.

«Si usava così», hanno spiegato oltre un secolo dopo gli appassionati che hanno ricostruito la storia consultando i giornali dell’epoca.

Quel giorno la Fiat vince per la prima volta

Il risultato andava però molto oltre la curiosità regolamentare. Per la Fiat, quella vittoria rappresentò qualcosa di storico. Era la prima affermazione della casa torinese in una gara automobilistica.

Un’azienda fondata soltanto nel 1899 aveva battuto una Panhard-Levassor da 32 HP con una macchina da 12 cavalli.

La Fiat 12 HP Corsa poteva raggiungere una velocità nell’ordine dei 75-78 chilometri orari. La versione da cui derivava montava un quattro cilindri di circa 3,8 litri e veniva costruita negli stabilimenti torinesi di corso Dante.

Quelle automobili non avevano nulla della produzione di massa che sarebbe arrivata decenni più tardi, erano macchine per pochi, costosissime e ancora sperimentali. Eppure proprio una di loro, su una strada toscana trasformata dalla pioggia, regalò alla Fiat la prima vittoria della sua storia sportiva.

E il lunedì Nazzaro corre a 72 all’ora

Il Gran Premio del 24 agosto era soltanto l’inizio. Il meeting automobilistico continuò il giorno successivo con una sfilata da Antignano al Cisternone.

Lunedì 26 agosto fu invece il momento della gara di accelerazione sui 500 metri ad Antignano e, nel pomeriggio, della prova di dirigibilità alla Rotonda d’Ardenza.

Nazzaro vinse ancora: percorse i 500 metri in 25 secondi, alla media di 72 chilometri orari. E c’è un particolare che oggi farebbe impallidire qualsiasi organizzatore: durante le prove di accelerazione il tram continuò regolarmente il proprio servizio.

Nonostante tutto, le cronache riferiscono che il meeting si concluse senza incidenti.

Poi quella corsa scomparve dalla memoria

Per essere stata la prima gara automobilistica organizzata in Toscana e, soprattutto, per aver regalato alla Fiat la sua prima vittoria, la Piombino-Livorno ebbe un destino curioso. Fu quasi dimenticata. La sua riscoperta moderna cominciò nel 2012 con una telefonata arrivata dagli Stati Uniti.

Il giornalista italoamericano Antonio Lombardi contattò Nino Delogu, presidente dell’associazione Garage del Tempo, chiedendo informazioni su una corsa automobilistica disputata nel 1901.

La chiamò con il suo nome originario: Grosseto-Livorno.

Gli appassionati toscani, inizialmente, non sapevano quasi nulla di quella gara. Cominciò così una ricerca negli archivi della Biblioteca di Livorno. Furono consultate La Gazzetta Livornese dell’agosto 1901 e le vecchie copie del Telegrafo. Nell’Archivio storico del Comune di Piombino emersero anche la delibera relativa alla corsa e alcune fotografie della partenza.

Pezzo dopo pezzo, una storia dimenticata tornò alla luce.

La corsa che Grosseto perse e che entrò nella storia

Oggi quella gara viene ricordata e rievocata con automobili storiche, ma resta un piccolo scherzo della storia. Perché la Piombino-Livorno, la prima competizione automobilistica organizzata in Toscana, la gara della prima vittoria Fiat e una delle prime affermazioni di Felice Nazzaro, in realtà non avrebbe dovuto chiamarsi così.

La mattina del 24 agosto 1901 quei motori avrebbero dovuto accendersi 150 chilometri più a sud. A Grosseto. Furono la pioggia, il fango e le strade impraticabili della Maremma a cambiare il programma.

Centoventicinque anni dopo, però, resta una storia che vale la pena riportare al punto da cui tutto avrebbe dovuto cominciare.

Perché la prima vittoria della Fiat nacque su una corsa che doveva partire da Grosseto.

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