Ex Mabro, prime (e uniche) due condanne | MaremmaOggi Skip to content

Ex Mabro, prime (e uniche) due condanne

Pene di 4 anni e 3 anni e sei mesi a carico degli ex amministratori: dal primo passaggio di mano all’ingresso di Fiditoscana fino al fallimento. In tribunale la storia della fabbrica delle vestaglie azzurre
La fabbrica Mabro in via Senese

GROSSETO. Nel 2011 il fallimento e l’apertura del primo fascicolo, poi un secondo, nel 2014, infine un terzo, nel 2016. E il proscioglimento dell’advisor e l’assoluzione di dieci amministratori della società, di Royal Tuscany Fashion Group e di Abbigliamento Grosseto. In quattro erano rimasti a processo: Maurizio Favilli, Giorgio Benassi, Franco Bosco e Gianluca Mauro. Bosco è morto durante il processo. 

Mercoledì 11 gennaio, nell’aula d’assise del tribunale di Grosseto, di fronte ai giudici Laura Di Girolamo (presidente), Marco Bilisari e Andrea Stramenga hanno atteso la sentenza Favilli e Benassi, difesi dall’avvocato Alessandro D’Amato. Assente invece l’altro imputato, Gianluca Mauro. 

Nei loro confronti, il sostituto procuratore Salvatore Ferraro aveva chiesto cinque anni per Giorgio Benassi, cinque anni per Maurizio Graziano Favilli e tre anni per Gianluca Mauro. Il processo si è chiuso con l’assoluzione di Mauro e la condanna a tre anni e sei mesi per Favilli e a quattro anni per Benassi, oltre al pagamento delle spese processuali e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.

Tutti e tre sono stati assolti per il fallimento di Abbigliamento Toscana, «perché il fatto non sussiste».  Sono state queste le uniche due condanne emessa dal tribunale dall’inizio della vicenda giudiziaria, che risale ormai a 12 anni fa quando fu aperto in Procura il primo fascicolo. 

Novanta giorni, per le motivazioni: poi gli imputati potranno decidere se presentare appello. 

La storia della città finita nell’aula del tribunale

Non è stato solo un processo per bancarotta fraudolenta, quello celebrato nei confronti dei vertici dell’allora Mabro spa, di Benassi, consigliere e amministratore delegato dal febbraio 2008, dal dicembre 2008 liquidatore, di Favilli, presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato dal febbraio 2008 e di Bosco, consigliere e amministratore delegato dal 2000 al 2008.

Nell’aula della Corte d’Assise si è celebrato il processo a una parte della storia della città, cominciata nel 1956, quando Manlio Brozzi fondò la so­cie­tà che aveva sede in via Senese. La storia della Mabro, della fabbrica che ha fatto arrivare il nome di Grosseto ai vertici dell’alta moda maschile italiana, è finita sessant’anni dopo con il fallimento

 

In mezzo ci sono state tantissime cose: piani di rilancio miseramente falliti, consigli di amministrazione che non sono riusciti a far ripartire l’azienda, centinaia di dipendenti mandati a casa e una lotta, quella delle vestaglie azzurre che si è spenta dopo il commissariamento, dopo l’accesso alla Prodi bis e dopo la fine di ogni speranza. Nel capannone di via Senese la musica suonata dal battere e levare delle macchine da cucire non si sente più da anni. Di quella storia, di quell’azienda resta ora soltanto la memoria e montagne di carte finite in tribunale. 

Da Brozzi al giro di valzer delle società

Sessant’anni: è durata tanto la storia della fabbrica alle porte di Grosseto la cui vocazione, nel tempo, non è mai cambiata e che diventerà la casa di Rrd. Sessant’anni dal 1956, quando Manlio Brozzi fondò la fabbrica e cominciò a dare lavoro a un nutrito gruppo di dipendenti. Alla sua morte erano 320: furono Favilli, Benassi e Bosco, i tre amministratori rinviati a giudizio nel 2018, a tentare di garantire la continuità aziendale e soprattutto i livelli occupazionali a partire dagli anni Novanta quando gli eredi del fondatore decisero di passare di mano la società. 

Ma il mondo della moda, che viaggia spedito e su binari mai paralleli, stava cambiando e reggere il passo non era semplice. Non bastava più il lavoro fatto negli anni precedenti, quando le “sartine” della Mabro cucivano abiti da uomo per firme come Pierre Cardin. 

Il giro d’affari aveva cominciato a diminuire e, secondo i soci dell’azienda, sarebbe stato necessario un ridimensionamento del personale. Ma la Mabro godeva del sostegno di Fiditoscana, la fi­nan­zia­ria della Re­gio­ne: sostegno condizionato dal man­te­ni­men­to del li­vel­lo oc­cu­pa­zio­na­le.

Ed è qui che la po­li­ti­ca entra in scena. E probabilmente, anche se le intenzioni potevano essere buone, il risultato non è stato all’altezza delle aspettative.

L’ingresso della politica con Fiditoscana

Era stata la Re­gio­ne, at­tra­ver­so Fi­di­to­sca­na, a trovare degli acquirenti che potevano rilevare l’azienda: la società era la Movies spa, diventata poi Royal Tu­sca­ny Fa­shion group,  gui­da­ta da An­to­nio Di­pie­tran­to­nio e Fi­lip­po In­vit­ti. La finanziaria della Regione non era rimasta sulla porta: Fidi era dentro con una quota per­cen­tua­le su­pe­rio­re ri­spet­to a quel­la sta­bi­li­ta dalla Re­gio­ne. Decisione questa, che era costata alla finanziaria anche una bacchettata da parte della Banca d’Italia. 

La manifestazione delle vestaglie azzurre a Firenze sotto la sede della Regione (foto Massimo Sestini)

I “romani”, come li chiamavano i dipendenti della Mabro, fecero tirare il fiato alle maestranze: fine della cassa integrazione, paste fresche la mattina per colazione offerte e a tutti e mimosa per l’8 marzo. Una gestione, quella di Rtfg, che era cominciata, nel 2008 appunto, con la creazione di una so­cie­tà terza, Ab­bi­glia­men­to Gros­se­to, nella quale non venne pas­sa­to il pa­tri­mo­nio della Mabro ma solo i mac­chi­na­ri e parte del per­so­na­le. Tutti, tranne una trentina, che furono assunti dalla nuova società. 

L’idillio però non durò troppo e per mettere fine a una ge­stio­ne che si era rivelata fal­li­men­ta­re, per pagare i debiti accumulati e cercare di salvare società e maestranze arrivò Aldo Invitti, cugino di Filippo, con il suo piano di rilancio. Tanta suspense, ma alla fine il nuovo arrivato va in Procura e denuncia il cugino.

Barontini, tante idee e pochi soldi

Di nuovo una crisi aziendale, di nuovo Fidi a cercare di trovare una soluzione, di nuovo consulenti a caccia di una soluzione. Sembra essere la volta buona quando viene individuato, sempre dalla Regione, Andrea Barontini, imprenditore tessile pratese con tante idee, mille promesse e pochi soldi da in­ve­sti­re. Le ban­che chiu­do­no il cre­di­to, la so­cie­tà sbanda, alle le ve­sta­glie az­zur­re viene impedito per la prima volta in cinquant’anni di indire un’assemblea e oc­cu­pa­no la fab­bri­ca.

L’occupazione della fabbrica

Ba­ron­ti­ni chia­ma in suo aiuto un ad­vi­sor, Mau­ri­zio San­to­ro per pre­sen­ta­re il con­cor­da­to in tri­bu­na­le. Con­cor­da­to che non verrà ac­col­to. Le vestaglie azzurre non demordono: la loro battaglia, questa volta, sembra senza vittoria. Invece, le maestranze che facevano capo alla Cgil insistono e alla fine la spuntano. Il 20 mag­gio 2015 viene fir­ma­ta la Prodi bis. Ma la produzione non riparte, le macchine restano ferme e alla fine, alla società tocca alzare bandiera bianca dopo due anni di amministrazione straordinaria. 

È il 28 dicembre 2016 quando il tribunale dichiara il fallimento della società che licenzia 178 dipendenti. Game over. È la fine di tutto: della storia gloriosa della fabbrica di vestiti ambiti dagli uomini di classe di tutta Italia, del valzer delle società, dell’interferenze della politica, della lotta delle vestaglie azzurre. La fine di un sogno: quello di continuare a sentire il battere e levare delle macchine da cucire che producevano musica all’unisono. 

 

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