PIOMBINO. Il mondo dell’istruzione si prepara a una giornata di mobilitazione totale. Il 7 maggio, docenti, personale Ata e studenti scenderanno in piazza in tutta Italia per contestare le recenti politiche governative. A Roma, il fulcro della protesta sarà davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione e del Merito (Mim) in viale Trastevere, a partire dalle ore 9:00.
La protesta, che per ragioni organizzative coprirà anche la giornata del 6 maggio, punta a bloccare le prove Invalsi e si salda con il movimento internazionale “We do not enlist” (Non ci arruoliamo).
I motivi della protesta: tra riforme e carovita
Il sindacato e le associazioni studentesche puntano il dito contro una visione della scuola definita “reazionaria e classista“.
I punti di rottura principali riguardano: no alla “Scuola-azienda”, si contesta infatti la riforma dei tecnici e professionali (il modello 4+2), accusata di piegare la didattica alle necessità immediate delle imprese, trasformando gli studenti in manodopera a basso costo.
La mobilitazione si muove anche contro il “Liceo identitario“, le nuove linee guida per i licei sono criticate per un impianto definito eurocentrico e nazionalista, che ridurrebbe lo spazio per il pensiero critico e l’analisi dei fenomeni globali (migrazioni, colonialismo).
Inoltre, in un contesto di inflazione galoppante, il rinnovo contrattuale proposto è giudicato offensivo.
I manifestanti denunciano lo spostamento di fondi pubblici dal welfare e dall’istruzione verso le spese militari e l’industria bellica.
La denuncia: «Studenti, non carne da cannone»

Un pilastro centrale della mobilitazione è l’opposizione alla militarizzazione della società. Il movimento esprime un fermo rifiuto verso l’ipotesi di reintroduzione della leva obbligatoria e verso l’ingresso della retorica bellicista nelle aule.
«Rifiutiamo la logica del ‘capitale umano’. La scuola deve formare cittadini critici – scrivono in una nota i rappresentanti Usb -, non menti flessibili da sacrificare sul mercato del lavoro o, peggio, sui fronti di guerra». La protesta si connette idealmente alle crisi internazionali, citando il genocidio in Palestina e l’escalation in Medio Oriente, chiedendo che l’istruzione resti un presidio di pace e democrazia.
Diritti, precariato e inclusione

Accanto alle grandi questioni ideologiche, la mobilitazione del 7 maggio porta alla luce rivendicazioni estremamente pratiche, legate alla vita di tutti i giorni all’interno degli istituti. Al centro del dibattito ci sono i diritti degli studenti più fragili: si punta il dito contro i tagli al sostegno previsti dal decreto legislativo 62/2024, accusato di fare cassa proprio sulla pelle dell’inclusione e dell’assistenza alla disabilità.
A questo si unisce la storica battaglia contro il precariato. I lavoratori chiedono a gran voce un piano serio di stabilizzazione per i docenti e l’internalizzazione degli educatori delle cooperative sociali, per garantire finalmente dignità professionale e continuità didattica.
Infine, anche la tanto sbandierata modernizzazione tecnologica finisce sotto accusa. L’introduzione dell‘intelligenza artificiale nelle scuole viene vista come una mossa puramente di facciata: un’operazione calata dall’alto senza investimenti reali e senza una formazione strutturata per il personale che, quel cambiamento, dovrebbe gestirlo sul campo.
Una convergenza sociale
La giornata del 7 maggio vedrà una singolare unità d’azione: insieme al comparto scuola, incroceranno le braccia anche i lavoratori portuali dell’Usb, uniti dalla lotta contro la privatizzazione e l’uso bellico delle infrastrutture civili.
L’obiettivo dichiarato è quello di cancellare decenni di “controriforme” per restituire alla collettività una scuola pubblica, statale e realmente inclusiva, che non risponda alle logiche del profitto ma ai bisogni di chi la vive ogni giorno.
