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Eradicazione dei mufloni al Giglio, prosciolti i vertici del Parco

Dopo la denuncia degli animalisti per “disastro ambientale” il Pm chiede al Gip l’archiviazione per Sammuri e Burlando: «Condotta corretta»
Uno dei mufloni del Giglio
Uno dei mufloni del Giglio

GROSSETO. Maurizio Burlando e Giampiero Sammuri, direttore e presidente del Parco dell’Arcipelago, sono stati prosciolti dalle accuse, dopo la denuncia di alcune associazioni animaliste per la vicenda delle eradicazioni dei mufloni all’isola del Giglio.

Il pubblico ministero ha riconosciuto a Burlando, direttore dell’Ente Parco, e a Sammuri, presidente dello stesso, una condotta corretta, ritenendo che sussistano ragioni scientifiche per eradicare i mufloni, ai quali non vengono riconosciute caratteristiche genetiche rilevanti.

Nella richiesta di archiviazione, il Pm spiega inoltre che la denuncia è infondata poiché il progetto prevede tecniche miste e non solo l’abbattimento come denunciato dalle associazioni.

«Neppure sapevo di essere indagato – commenta Giampiero Sammuri – ma questa è l’ennesima conferma della nostra buona condotta e della correttezza del piano per i mufloni. Speriamo che si metta una volta per tutte la parola fine a questa vicenda».

Maurizio Burlando e Giampiero Sammuri
Maurizio Burlando e Giampiero Sammuri

Gli animalisti si oppongono all’archiviazione

Ma la speranza di Sammuri che sia la chiusura della vicenda non sembra destinata ad essere tale.

Infatti Vita da cani, della Rete dei Santuari di Animali liberi, e il Centro di Recupero Ricci la Ninna hanno presentato nei giorni scorsi una richiesta al Gip di Grosseto perché la denuncia nei confronti dell’Ente Parco dell’Arcipelago Toscano, che ad ottobre dell’anno scorso aveva dato il via all’uccisione dei mufloni del Giglio, non venga archiviata come richiesto dal Pm, ma prosegua il suo iter.

Nell’opposizione all’archiviazione  le associazioni hanno prodotto un documento di 12 pagine contenente dati, analisi e dichiarazioni che, nelle loro intenzioni, confuterebbero le argomentazioni del Pm e le dichiarazioni dei due indagati.

«Dalla richiesta di archiviazione – dicono le associazioni animaliste – risulterebbe, infatti, che Sammuri e Burlando avrebbero deciso, di loro pugno, di classificare il muflone del Giglio come specie alloctona invasiva, nonostante non appaia nelle liste delle specie alloctone invasive nazionali e comunitarie».

«In assenza di uno studio che ne dimostri l’invasività, la decisione di eradicare l’animale risulterebbe violare i regolamenti europei e ministeriali che invece lo richiedono», spiega l’avvocato David Zanforlini che segue il caso.

Kim Bizzarri, ricercatore che coordina la campagna e ha redatto l’opposizione insieme all’avvocato Zanforlini, aggiunge: «La decisione del parco di classificare il muflone come specie alloctona invasiva contraddirebbe inoltre i suoi stessi studi poiché uno studio condotto dal Parco nel 2009 sugli impatti del muflone all’Elba concluse che il grado di incidenza del muflone sulla vegetazione è minimo».

E Sara d’Angelo di Vita da Cani. «Nel progetto LetsGo Giglio è scritto chiaramente, a pagina 46, che l’eradicazione del muflone sarebbe stata per abbattimento. Solo dopo le proteste delle associazioni e dei cittadini, nella primavera del 2021 iniziarono le prime traslocazioni e il Parco poi decise di sospendere gli abbattimenti e di intraprendere sistematicamente i trasferimenti solo a seguito delle nostre proteste e denunce nell’ottobre 2021».

«Chiediamo dunque al GIP di non archiviare le denunce –  spiega l’avvocato David Zanforlini – ma di proseguire con le indagini nominando un consulente di ufficio che confermi l’unicità genetica degli esemplari presenti sull’Isola del Giglio».

Gli animalisti: è un disastro ambientale

«Il Pm sembra inoltre aver ignorato la nostra ultima denuncia per disastro ambientale e la richiesta di sequestro dei mufloni per evitare la loro estinzione – dice Massimo Vacchetta del Centro di Recupero Ricci la Ninna -. Il muflone del Giglio deve essere preservato, come è avvenuto per la Lepre Bruna di Pianosa, che il Parco voleva eradicare finché degli studi non ne hanno rivelato l’unicità genetica».


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