Del Rio, le 132 pagine che spiegano l’orrore: «Fu una trappola, poi decisero di ucciderlo» | MaremmaOggi Skip to content

Del Rio, le 132 pagine che spiegano l’orrore: «Fu una trappola, poi decisero di ucciderlo»

Depositate le motivazioni della sentenza: la Corte d’assise ricostruisce rapina, sequestro, omicidio e occultamento. Per i giudici Gjoni e Bozkurt uccisero Nicolas il 24 maggio, Kaia non partecipò materialmente ma poteva prevedere l’epilogo
La Corte d'assise mentre pronuncia la sentenza
La Corte d’assise mentre pronuncia la sentenza

GROSSETO. Non è soltanto una sentenza. È la mappa dell’orrore. Centotrentadue pagine nelle quali la Corte d’assise di Grosseto mette in fila ogni passaggio: la telefonata, la trappola, il furgone incendiato, la villa di Case Sallustri, la soffitta, il pozzo. E soprattutto il punto che più pesava su questo processo: perché i giudici hanno creduto che Nicolas Matias Del Rio sia stato ucciso da Klodjan Gjoni e Ozgur Bozkurt insieme, mentre Emre Kaia risponde dell’omicidio a titolo di concorso anomalo.

La sentenza, firmata dal presidente Sergio Compagnucci e dalla giudice a latere Agnieszka Karpinska, era stata letta il 30 marzo. Ora arrivano le motivazioni. E dentro quelle pagine c’è qualcosa di più del dispositivo già noto: ci sono gli elementi che hanno convinto la Corte, le bugie ritenute tali, le versioni cambiate, le immagini del bar dove i tre si sono incontrati, i dati Gps, la confessione raccolta da Kaia, il ruolo della villa, la scoperta inattesa del proprietario e quella decisione che, secondo i giudici, venne presa quando i due capirono che tenere vivo Nicolas era diventato troppo rischioso.

Nicolas Matias Del Rio

La Corte lo dice fin dalla premessa: la motivazione è divisa in quattro parti. La prima riguarda rapina aggravata e incendio doloso. La seconda affronta omicidio volontario e occultamento di cadavere. La terza è dedicata al trattamento sanzionatorio, quindi aggravanti, pene e attenuanti negate. La quarta alle parti civili.

La trappola costruita attorno a Nicolas

Per i giudici, Nicolas non finì per caso in quella strada. Fu portato lì.

La ricostruzione parte dal 22 maggio 2024. Del Rio esce dalla Gt di Castel del Piano con il carico di borse Gucci, valore circa 500mila euro. Prima era stato avvicinato da Gjoni, che si era presentato come “Goni”, fingendo di avere bisogno di un passaggio per consegnare alcuni colli. Un inganno costruito con precisione: il nome richiamava quello di un vero lavoratore del settore, estraneo ai fatti.

Nicolas chiama il titolare, Sergio Pascual De Cicco. Chiede conferma. Poi il telefono diventa irraggiungibile.

Secondo la Corte, Gjoni sale sul furgone e conduce il corriere verso il bivio tra la Sp 160 e la strada delle Rondinelle. Durante quel viaggio, compiuto per aiutare Goni Gjoni che aveva detto al corriere quarantenne di avere l’auto in panne e di dover consegnare delle scatole a una ditta di pelletteria, Nicolas racconta all’uomo, nonostante le difficoltà linguistiche, di avere un figlio. Una confidenza, fatta durante quello che Nicolas credeva essere soltanto un favore fatto a un uomo in difficoltà. Invece, sulla strada il quarantenne aveva trovato il suo aguzzino. 

Lì lo aspettano Bozkurt e Kaia. Bozkurt, con il volto coperto, punta una pistola scacciacani. Kaia lega Nicolas. Il furgone viene preso. Il corriere viene caricato sulla Fiat Panda gialla e portato a Case Sallustri, nella villa di cui la famiglia Gjoni aveva disponibilità perché il padre era custode.

È qui che la rapina diventa sequestro. Ed è qui che comincia la parte più buia.

Il furgone bruciato e le borse sparite

La notte tra il 22 e il 23 maggio, secondo i giudici, Gjoni e Bozkurt tornano al Parco faunistico del Monte Amiata e incendiano il furgone per cancellare le tracce. Kaia non è presente materialmente all’incendio, ma per la Corte ne risponde a titolo di concorso anomalo, perché la distruzione del mezzo era uno sviluppo prevedibile della rapina.

I sostituti procuratore Valeria Lazzarini e Giovanni De Marco

A pesare sono diversi elementi: la turista tedesca che sente rumori nella notte, le telecamere della strada delle Rondinelle, la Fiat Panda che passa verso il luogo del ritrovamento, l’ammissione degli imputati e il racconto della moglie di Bozkurt, che lo vede rientrare tardi con addosso un forte odore di benzina e fumo.

Le borse, invece, vengono trasferite nella villa. Poi spariscono. La Corte annota che furono spostate dopo che il padre di Gjoni le aveva scoperte.

La novità più pesante: Nicolas ucciso il 24 maggio

Uno degli elementi centrali delle motivazioni è la data dell’omicidio.

Non il 23, non il 27, non il 29, come emerso nelle versioni contraddittorie degli imputati. Per la Corte Nicolas Del Rio viene ucciso la mattina del 24 maggio.

La ricostruzione si fonda su un incastro di dati: la Fiat Panda resta a Case Sallustri dalle 8.40 alle 9.36; nello stesso luogo arriva anche il pick-up del padre di Gjoni, rimasto lì dalle 8.40 alle 8.55. Secondo i giudici, Gjoni e Bozkurt si allontanano per far credere al padre che stiano andando via, poi si appostano, aspettano che lui lasci la villa e tornano dentro.

Hanno, scrive la Corte, 41 minuti. Abbastanza per rientrare, salire in soffitta e uccidere Nicolas.

Il proprietario della villa cambia tutto

È questo uno dei passaggi più importanti delle motivazioni. Il 23 maggio Gjoni va alla villa e trova inaspettatamente uno dei proprietari, arrivato per alcuni lavori. Per la Corte quella presenza cambia l’equilibrio del piano criminale.

Fino a quel momento Gjoni aveva confidato nell’assenza dei proprietari. La villa doveva essere un nascondiglio sicuro. Ma se qualcuno fosse entrato, avrebbe potuto sentire rumori dalla soffitta, scoprire Nicolas, far saltare tutto.

Quel pomeriggio Gjoni incontra Bozkurt al bar. Le telecamere li riprendono al piano superiore, da soli, mentre parlano. Secondo la Corte è lì che i due capiscono che tenere vivo l’ostaggio non è più sostenibile.

La difesa di Bozkurt aveva sostenuto che solo Gjoni avesse interesse a eliminare Nicolas, perché lui era stato visto in faccia. Ma per i giudici non è così. Bozkurt aveva parlato con la vittima, era stato con lui in auto, poteva essere riconosciuto dalla voce e dalla corporatura. E soprattutto, se Nicolas avesse indicato Gjoni, arrivare a Bozkurt sarebbe stato facile.

Com’è morto Nicolas

Le motivazioni entrano anche nel dettaglio delle condizioni del corpo. Nicolas viene trovato legato mani e piedi, con il capo coperto, la bocca sigillata, un sacchetto di plastica sopra quello di tessuto e un filo elettrico stretto attorno al collo.

Per la Corte, il nastro sulla bocca dimostra che Nicolas era stato imbavagliato mentre era ancora vivo, per impedirgli di gridare. Il sacchetto di tessuto serviva a non farlo vedere. Quello di plastica, invece, viene collegato alla fase dell’uccisione.

Il filo elettrico attorno al collo è decisivo: non serviva a impacchettare il corpo, perché era sotto le coperte usate giorni dopo per trasportarlo. Per i giudici era lo strumento dello strangolamento.

Perché i giudici credono a Kaia

Il nodo del processo era questo: chi uccise davvero Nicolas?

Gjoni e Bozkurt si sono accusati a vicenda. Kaia, invece, ha mantenuto la stessa linea: ha partecipato alla rapina, ma non all’omicidio. Ha raccontato che il 24 maggio Bozkurt gli confessò che lui e Gjoni avevano ucciso l’ostaggio.

La Corte ritiene Kaia attendibile per più motivi. Non cambia versione, nemmeno quando scopre che Gjoni lo aveva accusato falsamente. Non aderisce alla versione più comoda per salvare Bozkurt, suo connazionale e amico. Non cerca di spostare tutta la colpa su Gjoni, con cui non aveva rapporti diretti e con cui aveva anche difficoltà linguistiche.

I giudici valorizzano anche i riscontri esterni: gli incontri al bar, le chiamate perse, il fatto che il 23 Bozkurt avesse parlato a Kaia solo dell’incendio del furgone e non dell’omicidio. Se Nicolas fosse già stato ucciso il 23, ragiona la Corte, Bozkurt glielo avrebbe detto: era una notizia infinitamente più grave dell’incendio.

Le bugie di Gjoni e Bozkurt

Le motivazioni sono durissime sulle versioni di Gjoni e Bozkurt. 

Gjoni cambia più volte racconto. Prima accusa Bozkurt e Kaia. Poi sposta la data dell’omicidio. Poi in aula sembra voler confessare, dicendo che la morte di Nicolas non era avvenuta il 23 ma il 24 mattina, e che c’erano lui e Bozkurt. Poi cambia ancora e sostiene che a uccidere sia stato solo Bozkurt.

Per la Corte è una versione «fantasiosa», smentita dalle condizioni del corpo. Nicolas era legato in modo tale da non potersi liberare: non regge la tesi secondo cui sarebbe stato ucciso perché stava tentando di scappare.

Anche Bozkurt, secondo i giudici, mente. Prima dice di avere un alibi con la sua compagna. Ma la donna lo smentisce: lo aveva visto la mattina dopo, non il pomeriggio indicato da lui. Poi Bozkurt modifica il racconto. Dice che Gjoni avrebbe confessato al bar davanti anche a Kaia. Ma le telecamere del locale dimostrano che i tre non erano insieme in quel momento.

Per i giudici, quelle non sono imprecisioni: sono aggiustamenti progressivi, costruiti per adattarsi agli atti d’indagine man mano che gli imputati li conoscevano.

La confessione a Kaia

Uno dei passaggi più forti è la valutazione della confessione stragiudiziale. Per la Corte, Bozkurt quel 24 maggio parla con Kaia senza immaginare che finiranno arrestati. Non ha motivo di inventarsi una responsabilità così grave. Non ha motivo di accusarsi di un omicidio se non vi ha preso parte.

E soprattutto rivela un dettaglio che, in quel momento, poteva conoscere solo chi aveva partecipato all’uccisione: il filo usato per strangolare Nicolas. Quel filo verrà poi trovato sul corpo.

Per questo la Corte considera genuina la confessione: Gjoni inizia a strangolare Nicolas, Bozkurt interviene perché l’altro da solo non riesce a portare a termine l’azione.

Kaia: non uccise, ma poteva prevedere

Kaia non viene considerato esecutore materiale dell’omicidio. Ma la Corte ritiene che debba risponderne comunque a titolo di concorso anomalo.

Perché? Perché aveva partecipato alla rapina e al sequestro. Sapeva che Nicolas era stato portato alla villa. Sapeva che aveva visto Gjoni in faccia e parlato con Bozkurt. Sapeva di non poter controllare direttamente cosa sarebbe accaduto all’ostaggio. Sapeva, soprattutto, che la situazione era confusa e senza un piano chiaro per la gestione del sequestrato.

Per i giudici, in quel contesto il tragico epilogo era altamente prevedibile.

Perché non è stata riconosciuta la crudeltà

Questo è un altro punto che le motivazioni chiariscono meglio rispetto al giorno della sentenza.

La Corte esclude l’aggravante della crudeltà non perché il fatto non sia stato atroce, ma perché per configurarla serve qualcosa di più: modalità eccedenti rispetto a quelle necessarie a provocare la morte, sofferenze aggiuntive, volontà di infierire.

Secondo i giudici, Gjoni e Bozkurt volevano eliminare un testimone, non prolungare deliberatamente la sofferenza. Bozkurt interviene per aiutare Gjoni a strangolare Nicolas proprio perché l’azione si concluda. Per questo l’aggravante viene esclusa.

La premeditazione invece c’è

La premeditazione, al contrario, viene confermata, così come chiesto dai pubblici ministeri Giovanni De Marco e Valeria Lazzarini

Per la Corte non fu un gesto improvviso. Gjoni e Bozkurt ebbero tempo per pensare, scegliere, fermarsi. La decisione maturò il 23 maggio, dopo la scoperta della presenza del proprietario. L’esecuzione avvenne la mattina dopo, quando i due tornarono nella villa, aspettarono che il padre di Gjoni si allontanasse e salirono in soffitta.

Nicolas era legato, imbavagliato, incapace di difendersi. I due avevano il controllo della situazione. E scelsero di ucciderlo.

Il pozzo, cinque giorni dopo

Il corpo viene nascosto il 29 maggio, cinque giorni dopo l’omicidio.

Qui le versioni dei tre imputati convergono: il cadavere viene fasciato con coperte e fili di ferro, portato fuori dalla soffitta e gettato nel pozzo della villa. Kaia racconta di non voler partecipare, ma di essere stato convinto dagli altri due: anche lui aveva preso parte alla rapina, gli dicono, e quindi non poteva tirarsi indietro.

Per la Corte la presenza di Kaia era necessaria: in due non sarebbero riusciti a spostare il corpo.

Le pene e i risarcimenti

La sentenza conferma l’ergastolo per Gjoni e Bozkurt, con le pene accessorie previste. Per Kaia la pena finale è 21 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione e 2mila euro di multa.

Le attenuanti generiche vengono negate a tutti. Per Gjoni e Bozkurt perché, secondo i giudici, non c’è alcun segno di resipiscenza: dopo l’omicidio avrebbero continuato a preoccuparsi del profitto della rapina e della vendita delle borse. Per Kaia perché, pur avendo detto la verità sull’omicidio, lo avrebbe fatto perché quella era la sua migliore difesa, non per pentimento.

Quanto alle parti civili, la Corte riconosce il diritto al risarcimento per la moglie Carolina Alegre, per il figlio, per il padre Aldo Eduardo Aguero e per le società danneggiate. Giionj (difeso dall’avvocata Maria Giovanna Nannetti) e Bozkurt, assistito dagli avvocati Massimiliano Arcioni e Claudio Cardoso, sono stati condannati all’ergastolo mentre Emre Kaja, difeso dall’avvocato Romando Lombardi deve scontare 21 anni, 2 mesi e 20 giorni. Ora, con il deposito delle motivazioni, gli avvocati potranno decidere se proporre appello o meno. 

Il cuore delle motivazioni

Alla fine, il cuore delle 132 pagine è in questo passaggio: Nicolas Del Rio non fu solo il corriere derubato. Fu il testimone da cancellare.

Era l’uomo che aveva visto, sentito, capito. Era l’uomo che avrebbe potuto riportare gli investigatori a chi aveva organizzato la rapina. Per questo, secondo la Corte, la sua presenza viva nella soffitta diventò un problema. E quando la villa non fu più un nascondiglio sicuro, quel problema venne eliminato.

È questa la verità giudiziaria scritta nelle motivazioni: Nicolas fu attirato in trappola, sequestrato, tenuto prigioniero, ucciso e poi nascosto in un pozzo. Non per un’esplosione improvvisa di violenza. Ma per salvare il bottino, cancellare le tracce, garantirsi l’impunità.

E sono proprio queste 132 pagine, più del dispositivo letto in aula, a spiegare perché la Corte d’assise ha deciso che per Gjoni e Bozkurt la pena dovesse essere la più alta.

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