GROSSETO. Il campanile svetta sopra gli alberi, ma intorno non ci sono palazzi, strade affollate o file di automobili. Non si vedono i condomini che oggi circondano la chiesa, né il quartiere cresciuto lungo via Scansanese. Nel 1955, intorno al Cottolengo, c’erano ancora campi, terreni coltivati e abitazioni sparse.
È una fotografia straordinaria dell’Archivio Foto Gori a restituire l’immagine di quella Grosseto ormai scomparsa. La chiesa di San Giuseppe Benedetto Cottolengo è già stata costruita, il campanile domina la zona orientale della città, ma alle sue spalle e davanti al suo ingresso si estende ancora la campagna.
Quello scatto contiene la storia di una delle più profonde trasformazioni urbane vissute da Grosseto nel secondo dopoguerra. Racconta una chiesa costruita ai margini dell’abitato e diventata, con il passare degli anni, il cuore di uno dei quartieri più popolosi della città.
Nel 2026 la parrocchia di San Giuseppe Benedetto Cottolengo compie 80 anni. Fu infatti eretta canonicamente l’11 settembre 1946, quando Grosseto stava cercando di rialzarsi dalle distruzioni della guerra e migliaia di persone avevano bisogno non soltanto di una casa, ma anche di nuovi luoghi intorno ai quali ricostruire la propria comunità.
La prima pietra posata dal vescovo Galeazzi
La storia della nuova chiesa era cominciata poche settimane prima. Il 29 giugno 1946, nella campagna lungo via Scansanese, il vescovo Paolo Galeazzi aveva presieduto la cerimonia per la posa della prima pietra.
Anche di quella giornata restano due splendide immagini dell’Archivio Foto Gori. Nella prima si vede il vescovo, circondato dai sacerdoti e dai partecipanti alla cerimonia, mentre benedice il luogo sul quale sarebbe sorta la chiesa. Intorno non ci sono edifici, ma campi aperti, alberi e persone arrivate anche in bicicletta.

La seconda fotografia ferma il momento più solenne: Galeazzi china la mano sulla prima pietra, mentre sacerdoti, chierichetti e fedeli assistono alla cerimonia sotto una struttura provvisoria.

Era il primo gesto concreto di un progetto che il vescovo aveva immaginato già prima della guerra. Grosseto aveva infatti cominciato a espandersi oltre il centro storico e la popolazione si stava progressivamente distribuendo nelle zone esterne. La guerra e i bombardamenti avevano rallentato tutto, ma avevano reso ancora più urgente la necessità di costruire nuovi punti di riferimento.
Il Cottolengo nacque così nella zona orientale della città, in un’area ancora scarsamente urbanizzata, caratterizzata dalle abitazioni sparse lungo via Scansanese, dal cimitero di Sterpeto e dal cosiddetto Villaggio degli Sfrattati. Il suo nome restituisce tutta la durezza degli anni nei quali il Cottolengo vide la luce.
Le 800 famiglie rimaste senza tetto
Una relazione tecnica preparata nel 1946 per il piano di ricostruzione di Grosseto permette di capire quale fosse la situazione della città in quel momento.
Nell’intero territorio comunale risultavano senza tetto circa 800 famiglie, per un totale di 3.500 persone. Almeno 500 cittadini erano ospitati provvisoriamente in scuole, magazzini o altre sistemazioni di fortuna. Per rispondere all’emergenza si stimava che fossero necessari circa 1.900 nuovi vani.
Erano gli effetti delle distruzioni provocate dalla guerra, degli edifici resi inagibili e di una crisi abitativa che si sommava alla crescita della popolazione. Il documento indicava proprio nelle zone esterne di espansione una delle possibili risposte alla necessità di nuove abitazioni.
Non esiste ancora una prova documentale che consenta di collegare direttamente quelle 800 famiglie al Villaggio degli Sfrattati. Il quadro, però, aiuta a comprendere il contesto sociale nel quale nacque la parrocchia: una Grosseto ferita, con migliaia di persone in cerca di una sistemazione stabile e nuovi insediamenti che cominciavano a svilupparsi fuori dal centro.
La costruzione di una chiesa in quella zona rappresentava quindi molto più della realizzazione di un edificio religioso. Significava portare un punto di incontro, assistenza e aggregazione dove la città compatta cominciava a diradarsi.
Una chiesa progettata per la città che doveva nascere
A progettare il Cottolengo fu l’ingegnere Ernesto Ganelli, una delle figure più importanti dell’architettura religiosa grossetana del Novecento.
Ganelli collaborò a lungo con il vescovo Galeazzi e firmò numerose chiese costruite durante gli anni dell’espansione cittadina. Nel caso del Cottolengo progettò un edificio a pianta basilicale, con il portico d’ingresso, la grande navata e il campanile destinato a diventare un elemento riconoscibile del paesaggio urbano.
La nuova parrocchia venne eretta canonicamente l’11 settembre 1946 e ottenne il riconoscimento civile il 5 giugno 1948. I lavori continuarono per alcuni anni, fino alla consacrazione della chiesa, celebrata il 29 aprile 1951.
Negli anni successivi l’edificio fu progressivamente completato e arricchito. Nel 1952 venne realizzato il battistero, nel 1954 arrivò la Via Crucis, mentre nel 1958 furono collocati il grande crocifisso ligneo e il monumento esterno all’Immacolata.
Nel 1959 venne realizzato il mosaico dell’abside, nel quale san Giuseppe Benedetto Cottolengo è raffigurato sullo sfondo della città di Grosseto. Sopra la scena campeggia la scritta “Caritas Christi urget nos”, il motto del santo tratto dalle lettere di san Paolo.
Nel 1955 la chiesa era ancora fra gli alberi
La fotografia scattata nel 1955 mostra che, quattro anni dopo la consacrazione, la chiesa era ancora quasi isolata. Il campanile si alza sopra una distesa di alberi, mentre intorno si riconoscono terreni agricoli e una vegetazione che oggi sarebbe impossibile ritrovare nello stesso punto. È la prova visiva di quanto il Cottolengo avesse anticipato lo sviluppo del quartiere.
La chiesa arrivò prima dei grandi condomini, prima dell’espansione residenziale e prima che via Scansanese venisse assorbita pienamente nel tessuto urbano. Fu costruita per una popolazione ancora distribuita fra case sparse e piccoli nuclei abitati, ma destinata a crescere rapidamente nei decenni successivi.
Gradualmente la campagna lasciò spazio alle abitazioni, alle strade, alle scuole e alle attività commerciali. Quello che nel 1946 era il margine orientale di Grosseto divenne parte integrante della città.
Oggi la parrocchia del Cottolengo conta circa 11mila abitanti, una popolazione paragonabile a quella di un comune della provincia. Il confronto con le fotografie del 1946 e del 1955 rende evidente la portata della trasformazione.
Ottant’anni nel quartiere cresciuto intorno alla chiesa
In questi ottant’anni il Cottolengo non è stato soltanto un luogo di culto. La parrocchia è diventata un punto di riferimento sociale, educativo e assistenziale per generazioni di grossetani.
Intorno alla chiesa sono cresciuti l’oratorio, le attività rivolte ai bambini e ai ragazzi, la scuola dell’infanzia, il centro di ascolto e le associazioni parrocchiali. La comunità ha accompagnato la trasformazione del quartiere, accogliendo le famiglie che progressivamente andavano ad abitare nella zona orientale della città.
Le immagini conservate dall’Archivio Foto Gori consentono oggi di tornare all’origine di quella storia. Nel volto del vescovo Galeazzi, nei sacerdoti raccolti intorno alla prima pietra, nelle biciclette appoggiate ai margini della cerimonia e nei campi che nel 1955 circondavano ancora il campanile si riconosce una Grosseto profondamente diversa.
Una città che usciva dalla guerra, cercava case per gli sfollati e i senza tetto e cominciava a spingersi oltre i propri confini. Il Cottolengo nacque proprio lì, nel punto in cui la città finiva e cominciava la campagna.
Ottant’anni dopo, la chiesa è ancora nello stesso luogo. È Grosseto, tutto intorno, a essere diventata un’altra città.




