SCARLINO. Non è una parola come le altre. Perché, quando viene pronunciata nei confronti di un amministratore pubblico, porta con sé un significato preciso. È da questo presupposto che parte il giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna, chiamato a decidere sulla querela presentata da sei ex sindaci e dall’attuale sindaca di Scarlino contro Monica Faenzi.
Secondo il gip, definire gli amministratori «collusi» con l’industria del territorio non rappresenta soltanto una critica politica, ma un’affermazione che richiama rapporti illeciti con ambienti malavitosi e che può ledere gravemente l’onorabilità delle persone alle quali è rivolta. Per questo motivo il giudice ha disposto che il pubblico ministero formuli l’imputazione nei confronti di Faenzi per il reato di diffamazione aggravata previsto dall’articolo 595, terzo comma, del codice penale.
La vicenda nasce durante la campagna elettorale del 2024, ma arriva oggi a un passaggio destinato a segnare il procedimento.
La frase che ha acceso lo scontro
La vicenda risale al maggio del 2024, in piena campagna elettorale per le amministrative di Scarlino. Durante una cena organizzata a Follonica a sostegno del candidato sindaco Matteo Buoncristiani, Monica Faenzi pronunciò una frase che avrebbe poi aperto un lungo contenzioso.
In quell’occasione disse infatti che tutti i sindaci di Scarlino avevano perso il ruolo di controllori ed erano diventati “collusi” con l’industria del territorio, aggiungendo che a lei questo non sarebbe mai accaduto. Il video venne pubblicato sui social e rilanciato dagli organi di informazione locali, raggiungendo rapidamente un vasto pubblico.
Quelle parole provocarono la reazione degli ex amministratori. Flavio Agresti, Fabio Fedeli, Alduvinca Meozzi, Maurizio Bizzarri, Marcello Stella e l’attuale sindaca Francesca Travison decisero inizialmente di non rivolgersi subito ai magistrati. Attesero la conclusione della campagna elettorale e, attraverso una lettera aperta, chiesero a Faenzi di dimostrare quanto aveva affermato oppure di porgere pubblicamente le proprie scuse.
Le scuse, però, non arrivarono.
La querela e il significato di quella parola
Assistiti dall’avvocato grossetano Paolo Bastianini, gli ex sindaci presentarono querela sostenendo che il termine “collusi” non fosse una semplice espressione polemica.
Nell’atto depositato in Procura spiegano infatti che quella parola, riferita ad amministratori pubblici, richiama l’idea di accordi segreti con la criminalità organizzata o con soggetti che perseguono interessi privati a danno della collettività.
Una definizione che, secondo i querelanti, attribuisce comportamenti gravissimi senza indicare alcun elemento concreto a sostegno di tali accuse e finisce per colpire la loro reputazione personale e istituzionale.
La Procura chiedeva l’archiviazione, il gip cambia tutto
Il primo esito dell’indagine sembrava destinato a chiudere definitivamente il procedimento.
Il pubblico ministero Mauro Lavra aveva infatti ritenuto la notizia di reato infondata, considerando quelle dichiarazioni espressione del diritto di critica politica. Una posizione ricordata anche nel comunicato diffuso dagli ex sindaci dopo la decisione del giudice.
Ma gli ex amministratori decisero di opporsi all’archiviazione. Fu proprio quell’opposizione a cambiare il corso della vicenda.
Il gip dispose ulteriori indagini e, dopo aver esaminato nuovamente gli atti, arrivò a conclusioni opposte rispetto a quelle della Procura.
Per il giudice non è più critica politica
Nell’ordinanza depositata il 20 luglio, il giudice Marco Mezzaluna scrive che il termine “collusi” è, di per sé, obiettivamente offensivo, perché evoca collegamenti illeciti con ambienti malavitosi.
Secondo il gip, collegare quella parola ai sindaci e all’industria del territorio significa suggerire atteggiamenti di favore verso interessi privati e trasformare quella che poteva apparire come una critica politica in un’offesa gratuita all’integrità personale delle persone chiamate in causa.
Il giudice osserva inoltre che il fatto non può essere considerato di particolare tenuità, sia per il contenuto dell’espressione utilizzata sia perché i destinatari delle affermazioni sono amministratori pubblici, la cui reputazione viene direttamente coinvolta.
I prossimi passaggi
Con il provvedimento firmato dal gip Marco Mezzaluna, il pubblico ministero dovrà ora formulare l’imputazione per diffamazione aggravata nei confronti di Monica Faenzi, difesa dall’avvocato Christian Sensi del Foro di Grosseto. Le persone offese sono assistite dall’avvocato Paolo Bastianini.
Sarà poi il successivo sviluppo del procedimento a stabilire se la vicenda approderà davanti al giudice del dibattimento.
Nel frattempo, gli ex sindaci parlano di una decisione che considerano il riconoscimento delle proprie ragioni. «Ci sono voluti più di due anni – scrivono – ma la giustizia, anche se a volte è lenta, arriva».





