Caso “mongolo”, la palestra risponde al Garante della disabilità | MaremmaOggi Skip to content

«Abbiamo sbagliato quella parola, ma non siamo quelli che descrivete». La palestra risponde al Garante

Dopo le polemiche per l’utilizzo della parola “mongolo” in una pubblicità, il titolare rimuove il post e interviene con un video. Poi arriva la lettera dell’avvocata: «Il Garante poteva contattare prima il titolare, così è stato esposto alla gogna mediatica»
La pubblicità utilizzata dalla palestra

GROSSETO. La parola era sbagliata. Su questo, ormai, non sembra esserci più discussione nemmeno da parte di chi quella parola l’aveva utilizzata.

“Mongolo”, scritto all’interno della campagna pubblicitaria di una palestra grossetana, ha provocato reazioni, critiche e commenti sui social. Qualcuno aveva fatto notare l’inopportunità di quella scelta linguistica già prima che sulla vicenda intervenisse Diego Montani, Garante della disabilità del Comune di Grosseto.

Poi è arrivato il comunicato del Garante e il caso, da discussione nata sui social, è diventato una vicenda pubblica. 

A distanza di poche ore arriva ora la risposta della palestra. Anzi, ne arrivano due.

La prima è affidata direttamente al titolare attraverso un video pubblicato sui social nel quale prova a spiegare che cosa sia, nella vita quotidiana della palestra, quella realtà che una singola parola ha finito per mettere al centro delle polemiche.

La seconda arriva invece dall’avvocata Giuliana Romualdi, che riconosce esplicitamente l’inappropriatezza dell’espressione utilizzata ma contesta il metodo scelto dal Garante per intervenire.

Ed è probabilmente qui che occorre separare due questioni che nelle ultime ore hanno finito per sovrapporsi. Perché si può riconoscere che una parola sia stata sbagliata senza per questo rinunciare a discutere su ciò che è successo dopo.

Il post rimosso e il rammarico della palestra

Il primo dato è quello dal quale partire: il post è stato rimosso.

Il presidente ha inoltre espresso pubblicamente il proprio rammarico per l’espressione utilizzata nella campagna promozionale, riconoscendone l’inappropriatezza.

Una presa di posizione che arriva dopo le critiche ricevute sui social e dopo l’intervento di Montani, che aveva ricordato come alcune parole, proprio perché storicamente utilizzate per denigrare persone con disabilità, non possano essere considerate neutre.

Ma la palestra non si limita alle scuse. Nel video pubblicato sui propri canali social, decide di raccontare anche un’altra parte della storia: che cosa succede realmente dentro quella palestra e quale sia il rapporto costruito negli anni con persone e atleti con disabilità.

Il titolare parla di “dissing”: cosa significa

La caption che accompagna il video comincia con una parola che appartiene soprattutto al linguaggio della musica e della cultura hip hop: “dissing”.

Il termine deriva da “disrespect” e viene utilizzato per indicare un attacco, una provocazione o uno scontro verbale pubblico rivolto contro qualcuno. Nel rap, per esempio, il “diss” è un brano con il quale un artista attacca direttamente un altro artista.

Il presidente utilizza evidentemente il termine in senso figurato.

«Mai avremmo creduto con la nostra integrità di poter far parte di un dissing», scrive la palestra, sostenendo che la vicenda abbia finito per trasformarsi da contestazione di una parola sbagliata a giudizio complessivo sull’attività e sulle persone che la portano avanti.

La posizione di chi ha pubblicato il video è netta: quell’espressione è stata inappropriata, ma non rappresenterebbe ciò che accade quotidianamente all’interno della palestra.

Ed è proprio per dimostrarlo che nel video viene lasciato spazio anche a chi quell’ambiente lo vive.

L’atleta amputata e la testimonianza che cambia il punto di osservazione

Alla fine del video parla un’atleta con una disabilità, che ha perso una gamba e che si allena in quella palestra.

La sua presenza non cancella naturalmente il problema della parola utilizzata nella pubblicità. Sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che la testimonianza di una persona con disabilità possa trasformarsi automaticamente in un’assoluzione per qualunque scelta comunicativa.

Ma è una testimonianza che appartiene alla vicenda e che merita di essere ascoltata, perché racconta dall’interno il rapporto tra la palestra, l’inclusione e le persone che la frequentano.

È anche questo il punto sul quale il titolare insiste nella sua replica. 

La palestra sostiene di non aver mai voluto utilizzare le persone con disabilità come strumento promozionale e rivendica invece un’inclusione praticata quotidianamente, lontano dai social e dalle campagne pubblicitarie.

Nella caption del video il concetto viene espresso con toni decisamente duri: «Se pensavate che abbiamo motivo di scappare, sappiate che non dovete cercare di fare a gara di altruismo, rispetto e inclusività con noi, perché non c’è partita».

Parole che mostrano quanto lo scontro, ormai, abbia superato il perimetro della pubblicità dalla quale tutto era cominciato.

L’avvocata: «Il problema è stato il metodo»

Poco dopo la pubblicazione del video è arrivata in redazione anche una lettera dell’avvocata Giuliana Romualdi. La legale non difende l’utilizzo della parola “mongolo”. Al contrario, mette subito nero su bianco che il post è stato rimosso e che il presidente ha riconosciuto l’inappropriatezza dell’espressione.

Quello che contesta è invece il percorso scelto dal Garante della disabilità.

Secondo l’avvocata, prima di intervenire pubblicamente e inviare un comunicato stampa, Montani avrebbe potuto utilizzare gli strumenti propri di una funzione istituzionale di garanzia: una segnalazione, un invito formale oppure un’interlocuzione diretta e riservata con il titolare della palestra.

Un contatto che, sostiene l’avvocata, avrebbe portato immediatamente alla rettifica. La critica è quindi precisa: non al diritto-dovere del Garante di intervenire sul linguaggio discriminatorio, ma alla scelta di farlo pubblicamente prima di aver cercato un confronto diretto.

Una posizione che pubblichiamo integralmente.

La lettera dell’avvocata 

«Il mio assistito ha già da ieri rimosso il post e oggi ha espresso sui social il proprio sincero rammarico per l’espressione utilizzata nella campagna promozionale della sua palestra, riconoscendone l’inappropriatezza.

Ciò premesso, riteniamo doveroso svolgere una considerazione sul metodo seguito dal Garante della disabilità del Comune di Grosseto, che quale soggetto istituzionale dispone di strumenti tipici della propria funzione: la segnalazione, l’invito formale, l’interlocuzione diretta e riservata con l’interessato. Nel caso di specie, il Garante ha scelto di intervenire prima commentando il post in questione, poi trasmettendo un comunicato stampa, senza alcun previo contatto con il titolare della palestra, che avrebbe immediatamente accolto un invito alla rettifica.

Non è questa la moral suasion propria di un organo di garanzia, perchè l’unico effetto che produce è quello della prevedibile esposizione dell’interessato alla riprovazione pubblica indiscriminata, senza contraddittorio e senza possibilità di rimedio tempestivo, come testimoniano i post che negli ultimi giorni si susseguono sui social a commento dell’intervento del Garante trasformando quella che poteva essere un’occasione di dialogo e sensibilizzazione — obiettivo che lo stesso Garante dichiara di perseguire — in una vicenda mediatica dannosa per la persona e per la sua attività.

Riteniamo che una funzione di garanzia debba essere esercitata anche nella scelta di strumenti proporzionati: la tutela della dignità delle persone con disabilità, che condividiamo pienamente, non richiedeva l’esposizione alla gogna mediatica di chi era pronto a correggersi e a scusarsi».

 

Una parola sbagliata e una discussione che ora può andare oltre

Alla fine, tolto il rumore inevitabile dei social, restano alcuni fatti. La parola “mongolo” era in quella pubblicità e diverse persone ne avevano contestato l’utilizzo. Il Garante della disabilità è intervenuto pubblicamente. La palestra ha poi rimosso il post e il titolare ha riconosciuto che quell’espressione era inappropriata.

Ma resta anche la questione posta oggi dalla palestra: se un intervento istituzionale finalizzato alla sensibilizzazione debba  passare dall’esposizione pubblica oppure se, almeno in alcuni casi, il confronto diretto possa ottenere lo stesso risultato evitando che la discussione diventi uno scontro tra persone. 

Sono due piani differenti e confonderli rischia di non aiutare nessuno. Riconoscere un errore non significa necessariamente accettare qualunque giudizio successivo su chi quell’errore lo ha commesso. E discutere del metodo utilizzato dal Garante non significa, allo stesso modo, negare il problema che Montani aveva sollevato.

Forse la parte più utile di questa vicenda potrebbe cominciare proprio adesso, quando la parola contestata è stata cancellata e l’errore riconosciuto.

Quella nella quale, invece di stabilire chi abbia vinto una battaglia sui social, si prova a capire come utilizzare le parole, come correggere quelle sbagliate e come trasformare un errore in un’occasione vera di sensibilizzazione.

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