Benedetta Marzocchi, nelle motivazioni la verità sul delitto di Istia: perché ha ucciso la madre e perché è stata assolta | MaremmaOggi Skip to content

Benedetta Marzocchi, nelle motivazioni la verità sul delitto di Istia: perché ha ucciso la madre e perché è stata assolta

La corte d’assise ricostruisce la notte dell’omicidio nella casa di via delle Cannelle: nessun aggressore esterno, solo una tragedia maturata dentro una gravissima crisi psichiatrica
Omicidio di Istia: la villa del delitto e la vittima, Giuseppina De Francesco
Omicidio di Istia: la villa del delitto e la vittima, Giuseppina De Francesco

GROSSETO. C’è una casa, a Istia d’Ombrone, in cui la notte dell’8 giugno 2023 non è mai davvero finita. Per molto tempo quella villetta di via delle Cannelle, nella frazione a due passi da Grosseto, è rimasta sospesa dentro una domanda che nessuna delle prime ore investigative riusciva a chiudere del tutto: che cosa fosse davvero accaduto al piano superiore, in quella notte in cui Giuseppina De Francesco, 76 anni, venne trovata morta in mezzo a vetri infranti, sangue e mobili spostati, mentre la figlia Benedetta Marzocchi raccontava ai carabinieri di due uomini vestiti di nero entrati in casa, comparsi dal nulla e poi spariti senza lasciare traccia.

Le motivazioni della sentenza depositate dalla corte d’assise di Grosseto cancellano definitivamente quel racconto iniziale e ricompongono la scena con una precisione quasi anatomica: il sangue sulle pareti, le impronte nei punti chiave dell’abitazione, la sequenza interna dei movimenti, gli oggetti raccolti e usati durante l’aggressione, le ferite incompatibili con una colluttazione subita.

Alla fine, il quadro che emerge è preciso: Benedetta Marzocchi ha ucciso la madre, ma lo ha fatto dentro una condizione psichica così compromessa da impedire qualsiasi imputabilità penale.

È questa la ragione per cui la sentenza la assolve.

Ed è questa, allo stesso tempo, la ragione per cui quelle venti pagine non alleggeriscono il peso del delitto, ma anzi lo rendono ancora più chiaro.

La scena trovata dai soccorritori 

Quando i primi soccorritori salgono al piano superiore della casa, trovano un ambiente che non assomiglia a nulla di lineare. Il corpo di Giuseppina De Francesco è riverso a terra, circondato da frammenti di vetro. Attorno, sangue in più punti, tracce diffuse, oggetti spostati, una disposizione interna alterata in più stanze.

I giudici osservano che la scena non parla di un episodio improvviso, ma di una violenza sviluppata nel tempo.

Il pm Giampaolo Melchionna fuori dalla villa

L’autopsia, riletta nelle motivazioni, aggiunge il resto: fratture costali, lesioni vertebrali, trauma cranico multiplo, segni di colpi ripetuti. Non una singola aggressione improvvisa, ma una sequenza di atti violenti distribuiti in più fasi.

La casa stessa, nelle pagine della sentenza, diventa quasi un testimone muto. Ogni stanza conserva una parte della dinamica.

Il racconto dei due aggressori comincia a crollare subito davanti ai rilievi scientifici

Nelle prime ore Benedetta Marzocchi insiste su una narrazione precisa. Dice di essersi svegliata nel cuore della notte, di avere sentito presenze estranee, di avere visto due uomini vestiti di nero. Dice di essere stata trascinata, immobilizzata, colpita, mentre anche la madre veniva aggredita.

Ma i rilievi scientifici iniziano quasi subito a svuotare quella versione: nessuna porta forzata, nessuna finestra alterata. Nessun accesso violato.

La corte lo scrive con nettezza: non emerge alcun segno di effrazione né alcuna traccia oggettiva di presenze esterne.

E quando arrivano i risultati delle impronte, il quadro diventa ancora più chiaro.

La casa non conserva nessun altro oltre a lei

Le impronte repertate in più punti dell’abitazione appartengono soltanto a Benedetta Marzocchi. Non soltanto nelle aree in cui la sua presenza sarebbe normale, ma anche in punti che acquistano significato proprio dentro la dinamica dell’aggressione.

Per i giudici questo è uno dei cardini più solidi dell’intera motivazione. Perché se davvero vi fossero stati due aggressori, almeno una traccia residua sarebbe rimasta.

Non c’è nulla: nessun segno biologico, nessuna impronta estranea. Nessuna presenza diversa.

La casa, in sostanza, trattiene soltanto due persone: la vittima e la figlia.

Il sangue costruisce la sequenza: camera, bagno, disimpegno

La distribuzione delle tracce ematiche è uno dei passaggi più forti delle motivazioni. La corte accoglie integralmente la lettura tecnica: l’aggressione non nasce e finisce nello stesso punto.

Omicidio di Istia: i carabinieri del Ris nella villa

Comincia nella camera da letto, si sposta nel bagno, attraversa il disimpegno, termina dove il corpo viene ritrovato. Questo significa che tra madre e figlia si sviluppa una progressione fisica lunga, fatta di urti, spostamenti, cadute e nuovi colpi.

La sentenza parla di una violenza reiterata e complessa, non riconducibile a un solo momento impulsivo.

Ed è qui che entrano in scena anche gli oggetti trovati nella casa: una lampada, frammenti di specchio, elementi metallici presenti negli ambienti. Oggetti che diventano parte della ricostruzione.

Le ferite dell’imputata non confermano il racconto di una vittima

Anche il corpo di Benedetta Marzocchi entra nelle motivazioni. Perché se davvero fosse stata aggredita da più persone, il quadro clinico avrebbe dovuto raccontare altro.

Invece le lesioni rilevate sono superficiali, lineari, modeste, molte compatibili con vetri rotti o urti secondari. La corte sottolinea la sproporzione evidente tra il racconto fornito e i segni fisici effettivamente presenti.

È un passaggio decisivo, perché qui la versione iniziale perde definitivamente consistenza. I carabinieri intervenuti la mattina in cui è stato scoperto il delitto, coordinati dal sostituto procuratore Giampaolo Melchionna e i militari del Ris si convincono velocemente che nella villa, quella notte, c’erano soltanto due persone: Benedetta e sua madre. 

La confessione arriva dopo, ma il processo era già scritto dalle prove

La confessione arriva durante il ricovero psichiatrico: Benedetta Marzocchi ammette di avere colpito la madre.

Ma a quel punto la scena del crimine aveva già parlato.

La confessione si inserisce dentro un quadro che i giudici definiscono ormai convergente. Il 27 novembre comincia il processo. Benedetta Marzocchi è difesa dagli avvocati Enrico de Martino e Giulia Zani del foro di Siena. La donna sarà giudicata dalla Corte d’assise, presieduta da Laura di Girolamo e dal giudice Marco Bilisari, insieme ai giudici popolari.

Il nodo vero delle udienze in Corte d’assise resta un altro: la mente.

Perché la sentenza assolve: il vizio totale di mente annulla la responsabilità penale

La perizia psichiatrica diventa il passaggio decisivo. 

La donna viene descritta come affetta da grave psicopatologia dissociativa, in una condizione di alterazione tale da annullare completamente il rapporto lucido con la realtà.

Secondo la corte, è proprio questo stato a spiegare anche il racconto dei due uomini inesistenti. Non era stata quella una strategia lucida ma una narrazione generata dentro una mente già dissociata.

Per questo la sentenza afferma insieme due cose: Benedetta Marzocchi ha ucciso la madre. Benedetta Marzocchi non è imputabile.

Dieci anni di libertà vigilata: la sentenza non chiude il controllo

L’assoluzione non significa assenza di conseguenze. La corte dispone dieci anni di libertà vigilata, con prosecuzione del percorso terapeutico nella struttura sanitaria in cui la donna si trova ricoverata.

Omicidio di Istia: Benedetta Marzocchi all'uscita del carcere
Benedetta Marzocchi all’uscita del carcere

Una misura lunga, severa, che riflette la delicatezza del quadro clinico.

Una vicenda che resterà centrale nella memoria giudiziaria di Grosseto

A tre anni da quella notte, le motivazioni fanno quello che il processo da solo non era riuscito ancora a fissare del tutto: danno una forma definitiva alla verità giudiziaria.

Nessun aggressore, nessuna intrusione. Nessun mistero residuo.

Solo una tragedia familiare maturata dentro una malattia mentale devastante, consumata nel silenzio di una casa di provincia e rimasta impressa nella cronaca grossetana come uno dei casi più difficili da attraversare.

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