Agrivoltaico a Sticciano, 63mila pannelli su 63 ettari | MaremmaOggi Skip to content

63mila pannelli ai piedi di Monte Leoni: il maxi agrivoltaico che può cambiare 63 ettari di campagna

Il progetto Drea è previsto nella piana di Sticciano Scalo: 43,74 MW di potenza, pannelli alti fino a 4,16 metri e sei chilometri di cavidotto. Oggi tutti i terreni sono coltivati, ma bietole e spinaci non saranno compatibili con il nuovo assetto. La Zsc Monte Leoni è a circa 500 metri
Un fotomontaggio di un impianto agrivoltaico nei campi a nord della strada dell'Ingegnere, a due passi da Sticciano Scalo
Un fotomontaggio di un impianto agrivoltaico nei campi a nord della strada dell’Ingegnere, a due passi da Sticciano Scalo

ROCCASTRADA. Oggi, guardando quella distesa di campi nella piana di Sticciano Scalo, ai piedi di Monte Leoni e lungo la direttrice che conduce verso Braccagni, si vede quello che da decenni caratterizza questa parte della Maremma: seminativi, appezzamenti regolari, strade poderali, fossi, filari, qualche casa sparsa e una campagna che non è abbandonata, ma interamente utilizzata per la produzione agricola.

È qui che potrebbe sorgere Drea, uno dei nuovi grandi progetti agrivoltaici arrivati sul tavolo della Regione Toscana: 63,47 ettari di superficie, 63.388 pannelli fotovoltaici, 43,74 megawatt di potenza nominale, strutture che nella posizione più elevata raggiungeranno circa 4,16 metri da terra e un sistema di connessione che proseguirà per circa sei chilometri attraverso la campagna.

Le coordinate riportate nella documentazione tecnica – 42°55’27.11″N, 11°05’52.62″E – portano nella pianura agricola a ovest di Sticciano Scalo. Il progetto è previsto prevalentemente nel territorio di Roccastrada, mentre una piccola porzione ricade nel Comune di Grosseto. La Regione descrive Drea come un impianto suddiviso in tre campi e relativi sottocampi, con 37,80 MW di potenza massima in immissione.

Ma per capire davvero che cosa potrebbe cambiare non basta contare i pannelli. Bisogna entrare nelle oltre cento pagine di relazioni e tavole depositate insieme alla domanda. Perché è proprio il progetto a raccontare che l’agricoltura resterà, ma non potrà rimanere quella di oggi.

Per capire bene dove potrebbe sorgere l’impianto, siamo sopra e sotto la strada dell’Ingegnere, che collega Sticciano Scalo alla provinciale di Montemassi. Le aree previste sono 3, qui sotto la mappa.

Oggi tutti i 63 ettari sono coltivati

Questo è probabilmente il dato dal quale partire per comprendere Drea. La relazione agronomica fotografa una proprietà che non presenta terreni incolti o abbandonati: l’intero compendio agricolo di circa 63,47 ettari è attualmente condotto a seminativo e il documento sottolinea che si tratta di una gestione agricola «continuativa, attiva e ordinaria».

La coltura principale è il frumento, che occupa ordinariamente circa 45,45 ettari. Gli altri 18 ettari vengono utilizzati prevalentemente per ortaggi da foglia, soprattutto bietola primaverile e spinacio: normalmente la prima viene coltivata in primavera, poi arriva lo spinacio, seminato intorno a novembre e raccolto tra gennaio e febbraio. In alcune annate una parte del frumento può lasciare spazio anche al girasole.

Dunque Drea non arriverebbe su un terreno da recuperare all’agricoltura. Arriverebbe su un’azienda agricola già produttiva. Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti dell’intero progetto.

Bietole e spinaci non saranno compatibili con l’agrivoltaico

L’agrivoltaico nasce dall’idea di far convivere produzione agricola e produzione di energia sullo stesso terreno. Nel caso di Drea, però, questa convivenza richiede una riorganizzazione sostanziale delle coltivazioni. A dirlo è la stessa relazione agronomica.

Bietola e spinacio, due delle colture attualmente presenti, non vengono considerate idonee alla configurazione futura dell’impianto. Il problema non è la crescita delle piante, ma soprattutto la loro raccolta: le macchine specializzate utilizzate per queste produzioni hanno ingombri, testate e raggi di manovra che richiedono superfici continue e senza ostacoli.

Con l’arrivo dei pali dei tracker, delle file di pannelli, della viabilità interna e delle fasce tecniche, quelle condizioni non potrebbero più essere garantite.

È uno dei passaggi più espliciti della documentazione: l’agricoltura dovrà essere adattata all’impianto.

La relazione lo scrive chiaramente: il nuovo ordinamento colturale «non rappresenta quindi una semplice prosecuzione della gestione ante operam, ma un adattamento tecnico-agronomico necessario» per garantire la continuità agricola.

Come cambieranno le coltivazioni: frumento e cavolfiore tra i pannelli

Il nuovo piano agricolo mantiene il frumento come coltura principale, prevedendo circa 44 ettari. Una parte di quella superficie, dopo la raccolta del grano, sarà però utilizzata in successione per nuove colture orticole invernali. Il progetto prende come riferimento soprattutto il cavolfiore, organizzato in due lotti da circa 13 ettari ciascuno.

Un primo lotto dovrebbe ospitare una varietà medio-precoce, con raccolta indicativamente fra novembre e dicembre; il secondo una varietà con ciclo più lungo, destinata alla raccolta tra gennaio e, eventualmente, febbraio.

Non è necessariamente il cavolfiore a dover rimanere per tutta la vita dell’impianto: a seconda del mercato e delle condizioni agronomiche, la relazione prevede che possa essere sostituito da altre colture irrigue compatibili con gli spazi fra i pannelli, come broccoli o finocchi.

Per irrigarle potranno essere utilizzati due pozzi aziendali già presenti, uno nella parte settentrionale e uno in quella meridionale del compendio. L’idea è utilizzare sistemi a microportata, come manichette e ali gocciolanti, più facilmente gestibili all’interno dell’impianto.

Quanta superficie agricola resterà dopo l’impianto

I numeri consentono di capire anche fisicamente quanto spazio occuperà l’infrastruttura energetica. La superficie catastale considerata è di 63,47 ettari. La proiezione dei moduli fotovoltaici occupa 17,12 ettari, pari al 26,98% dell’intera area. Recinzioni, cabine e altre interferenze incidono per altri 1,9 ettari.

La superficie agricola residua stimata dal progetto è di 44,45 ettari, pari al 70,03% del totale.

È una distinzione importante: non significa che i restanti ettari vengano impermeabilizzati o coperti di cemento. Le strutture saranno infatti prevalentemente infisse nel terreno e il sistema viene progettato come reversibile. Significa però che, secondo i calcoli contenuti nello stesso piano agronomico, la superficie considerata agricola passerà dall’attuale compendio interamente coltivato a poco più del 70% dell’area dell’impianto.

La relazione assevera inoltre che la futura attività agricola, se gestita secondo il piano previsto, potrà mantenere almeno l’80% della Produzione lorda vendibile agricola precedente all’intervento, fermo restando che il risultato dipenderà anche da clima, mercato, fitopatie e conduzione agronomica.

Pannelli alti fino a 4,16 metri che seguono il sole

Drea non utilizzerà strutture fotovoltaiche fisse. Sono previsti 63.388 moduli in silicio monocristallino da 690 watt ciascuno, installati su tracker monoassiali, strutture in grado di modificare l’inclinazione dei pannelli durante la giornata per seguire il movimento del sole.

L’altezza minima indicata è di 2,10 metri, quella massima arriva a circa 4,16 metri. La distanza media fra le file dei tracker è indicata in 6,9 metri.

È dentro quegli spazi che dovranno continuare a passare trattori e macchine agricole e che dovranno essere organizzate le future coltivazioni.

L’agrivoltaico Drea a 500 metri dalla Zsc Monte Leoni

Poi c’è la componente ambientale. L’area dell’impianto non ricade all’interno della Zona speciale di conservazione Monte Leoni, ma la distanza è ridotta: nell’atto con cui ha aperto il procedimento, la Regione Toscana indica la ZSC IT51A0009 “Monte Leoni” a circa 500 metri dall’area dell’impianto.

Per questa ragione la procedura comprende anche la Valutazione di incidenza, lo strumento che dovrà verificare gli eventuali effetti del progetto sul sito della Rete Natura 2000.

La Regione ha espressamente chiesto al settore competente in materia di VAS e VIncA di comunicare gli esiti della valutazione. È uno dei punti sui quali l’istruttoria ambientale dovrà quindi ancora pronunciarsi.

L’impatto sul paesaggio e i coni visuali

Anche sul paesaggio la documentazione offre una lettura più articolata di un semplice «si vedrà» o «non si vedrà».

Secondo la relazione, sulle particelle dell’impianto non risultano specifici vincoli paesaggistici diretti e non emergono interferenze con immobili o aree dichiarati di notevole interesse pubblico. Per il cavidotto compare invece un’interferenza puntuale con un’area boscata tutelata, che dovrà essere affrontata con una soluzione a basso impatto da definire definitivamente durante l’iter autorizzativo.

Ma una parte dell’area di Drea ricade nei bacini visivi associati ai coni visuali individuati dalla pianificazione paesaggistica. Per questo il progettista ha realizzato uno studio di intervisibilità spingendosi fino a sei chilometri dall’impianto, oltre a una campagna fotografica da diverse strade della zona.

I risultati non sono identici da ogni punto. Dalla SP157 alcune visuali vengono classificate come non percepibili; dalla SP Montemassi l’area è indicata come parzialmente percepibile, mentre dalla strada vicinale a nord il sito risulta chiaramente individuabile.

La conclusione della relazione commissionata dal proponente è che siepi, filari, vegetazione ripariale e nuclei boscati già presenti interrompano frequentemente le visuali e che quindi l’impianto, pur rientrando teoricamente nei coni di visibilità, risulti percepibile in maniera «limitata e frammentaria».

Una fascia verde per nascondere l’impianto

A questa schermatura naturale dovrebbe aggiungersi quella progettata. Lungo quasi tutto il perimetro di Drea è prevista una fascia vegetale continua composta da specie arbustive autoctone, fatta eccezione per le zone dove sono già presenti fasce frangivento.

Anche la recinzione sarà progressivamente nascosta dalla vegetazione. Sarà realizzata in rete metallica sostenuta da pali infissi direttamente nel terreno, senza fondazioni in calcestruzzo.

Nei rendering depositati dal proponente si vede quale dovrebbe essere l’effetto finale: all’interno file di pannelli sollevati sopra le coltivazioni; all’esterno una barriera vegetale destinata a schermarne progressivamente la vista.

Sei chilometri di cavi fino alla nuova stazione elettrica

I confini dell’impianto, però, non coincidono con quelli dell’intervento. Dai campi partirà infatti tutta l’infrastruttura necessaria a portare l’energia nella rete nazionale: due cabine di raccolta, una cabina di interfaccia e un cavidotto interrato a 36 kV lungo circa sei chilometri.

Il cavo raggiungerà una nuova sottostazione utente 36/132 kV, che sarà collegata alla nuova Stazione elettrica della Rete di trasmissione nazionale “Poggio 380/132 kV”. Da lì il sistema arriverà alle linee esistenti a 380 e 132 kV.

La Regione precisa che le opere di rete saranno realizzate da un soggetto terzo e indica come società capofila Canadian Solar Construction Srl. La tavola su ortofoto restituisce bene la scala territoriale dell’operazione: dai diversi corpi dell’impianto il tracciato del collegamento attraversa per chilometri la pianura fino all’area della futura stazione.

Chi sono Volt 9 e Volt Energia

Anche la struttura societaria merita di essere raccontata, evitando però scorciatoie. Il soggetto che ha presentato alla Regione il progetto è Volt 9 Srl. La progettazione è invece curata da Volt Energia Srl, società che opera nel settore dello sviluppo delle infrastrutture per le energie rinnovabili.

La documentazione regionale non lascia dubbi sulla distinzione: Volt 9 è il proponente, Volt Energia compare negli elaborati come società incaricata della progettazione.

Secondo i dati di una visura camerale del 9 settembre pubblicati dalla Sentinella della Maremma, Volt 9 sarebbe stata costituita nel gennaio 2024, avrebbe un capitale sociale di 100 euro e alla data della visura risulterebbe inattiva. Sempre secondo quella ricostruzione, il capitale sarebbe detenuto per il 49% da Volt Energia e per il 51% da una società lussemburghese indicata come QG 1 S.à r.l.

Sono dati che, non disponendo direttamente della visura camerale originale, devono essere attribuiti alla fonte che li ha pubblicati e non vanno letti automaticamente come indice di un’anomalia: nel settore energetico i singoli progetti possono essere sviluppati attraverso società dedicate e il capitale sociale non coincide con il valore o con le risorse finanziarie complessive necessarie a realizzare l’investimento.

Volt Energia, del resto, non nasce con Drea: compare già in altri procedimenti autorizzativi italiani relativi a impianti fotovoltaici e si presenta come sviluppatore di infrastrutture rinnovabili.

Resta invece ancora da ricostruire con certezza la catena proprietaria del socio lussemburghese, sulla quale le fonti pubblicamente accessibili consultate non consentono al momento un’attribuzione sicura.

I terreni e l’azienda agricola che coltiverà tra i pannelli

Un’altra informazione compare direttamente nell’atto della Regione. Volt 9 ha dichiarato la disponibilità delle aree interessate dall’impianto attraverso contratti preliminari di compravendita. I relativi documenti non sono pubblicati per ragioni di riservatezza. E c’è una situazione simile per chi dovrà materialmente continuare a fare agricoltura tra i pannelli.

Fra gli elaborati depositati esiste infatti un documento denominato “D26_AzAgr – Dichiarazione di collaborazione con Azienda Agricola”. Anche questo non è stato reso pubblico dalla Regione per ragioni di riservatezza.

Dunque un rapporto con un’azienda agricola risulta documentato nel fascicolo, ma dagli atti pubblicamente consultabili non emerge la sua identità. Ed è un elemento tutt’altro che marginale per un progetto nel quale la permanenza dell’attività agricola costituisce una componente essenziale.

Drea non è ancora autorizzato: cosa succede adesso

C’è infine una distinzione fondamentale. Drea, oggi, non è un impianto autorizzato.

Volt 9 ha presentato la richiesta il 5 agosto 2026, perfezionandola il 22 e il 27 agosto. Il 28 agosto la Regione Toscana ha aperto il procedimento di verifica di assoggettabilità a Valutazione di impatto ambientale.

La procedura serve proprio a stabilire se, per caratteristiche, dimensioni e possibili effetti ambientali, Drea debba essere sottoposto alla VIA vera e propria oppure possa proseguire nell’iter con le eventuali condizioni ambientali indicate nel provvedimento.

Il procedimento ha una durata prevista di 90 giorni, fatti salvi chiarimenti, integrazioni o proroghe.

E la Regione ha aperto un confronto ampio: sono chiamati a esprimersi, tra gli altri, Comuni di Roccastrada e Grosseto, Provincia di Grosseto, Soprintendenza, Arpat, Asl, Autorità di bacino, Genio Civile, Consorzio di Bonifica, Autorità Idrica Toscana e i diversi settori regionali competenti.

Particolare attenzione viene chiesta alla Valutazione di incidenza su Monte Leoni, alle eventuali interferenze con il reticolo idrografico, alla coerenza con la pianificazione energetica e alla verifica della possibile presenza di usi civici sui terreni.

È dunque adesso che il progetto entra davvero nella fase delle valutazioni. E i numeri spiegano perché Drea sia destinato a diventare un tema del territorio: oltre 63mila pannelli, quasi 44 MW di potenza, più di 63 ettari di campagna oggi interamente coltivata, strutture alte fino a quattro metri, sei chilometri di collegamento elettrico e un sito Natura 2000 a circa mezzo chilometro.

Se arriverà il via libera, l’agricoltura non sparirà. Ma quella campagna, così come appare oggi nella piana ai piedi di Monte Leoni, non sarà più la stessa.

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