ROCCASTRADA. C’è chi ha recuperato un casale abbandonato e nove ettari di terreno per costruirsi una vita in campagna. Chi teme per il futuro della propria azienda agricola. Chi parla apertamente di un’«industrializzazione del territorio» e chi comprende perfettamente perché, davanti a un’agricoltura sempre più difficile, un proprietario possa scegliere di affittare i propri terreni alle società energetiche.
A Ribolla e nelle campagne del Roccastradino, la crescita dei progetti fotovoltaici e agrivoltaici sta dividendo il territorio. E la questione va molto oltre l’essere favorevoli o contrari alle energie rinnovabili. Sul tavolo ci sono agricoltura, paesaggio, turismo, espropri per i cavidotti e ricorsi al Tar, ma soprattutto una domanda: quanto può cambiare la Maremma in nome della transizione energetica?
I progetti sono circa 4 e c’è chi sta cercando di opporsi ad alcuni di essi. Si tratta di Patrick Marini, fondatore dell’associazione Sentinella della Maremma. La sua posizione parte da un punto che potrebbe sembrare un paradosso: Marini sostiene da anni la necessità della transizione energetica. Sabato 5 settembre, intanto, a Ribolla, ci sarà la manifesta dei ProPal contro la realizzazione dell’impianto di ribolla.
«Già nel 2009 avevo promosso una giornata internazionale per ridurre le emissioni di CO2 e diffondere le rinnovabili – dice Marini – La transizione è necessaria e auspicabile. Ma quello che sta succedendo oggi è diverso. Come in molti altri Comuni non credo ci sia una vera e propria programmazione e pianificazione».
«Prima di produrre sempre più energia dobbiamo consumarne meno»
Per Marini il primo errore sta nell’identificare la transizione esclusivamente con l’aumento della produzione elettrica da fonti rinnovabili. «La transizione dovrebbe significare sostituire le fonti fossili con quelle rinnovabili, mentre rischiamo semplicemente di affiancarle e continuare ad aumentare l’energia prodotta – dice Marini – Il primo passaggio dovrebbe essere cambiare il nostro stile di vita, perché così è insostenibile».
Marini porta anche esempi molto quotidiani: diminuire la temperatura del riscaldamento, limitare il raffrescamento estivo o viaggiare a velocità inferiori in auto per consumare meno carburante.
«Tutti vogliamo continuare a vivere mantenendo le nostre comodità, ma dobbiamo capire che c’è un costo – dice Marini – Non possiamo pensare di fare la transizione senza cambiare niente del nostro stile di vita e basterebbe un po’ di sforzo collettivo. Siamo tutti favorevoli alla transizione energetica, è più che necessaria, ma deve essere fatta nel rispetto del territorio e del paesaggio».
«Con l’agrivoltaico rischiamo di fare giardinaggio»
L’agrivoltaico nasce dal principio è di far convivere sullo stesso terreno la produzione agricola e quella di energia attraverso pannelli fotovoltaici rialzati. Un progetto che potrebbe aiutare veramente l’agricoltura e il processo di transizione energetica, ma che comunque ha delle criticità
«Sulla carta è bellissimo, ma dobbiamo vedere cosa succede quando si passa a impianti di dimensioni industriali – dice – Ci sono sperimentazioni curate con grande attenzione, ma non possiamo pensare che tutto sia automaticamente trasferibile su decine o centinaia di ettari».
Il ragionamento di Marini riguarda soprattutto le caratteristiche dell’agricoltura maremmana. «Molte delle nostre colture hanno bisogno della luce del sole – dice – I filari dei pannelli cambiano le condizioni nelle quali si lavora, bisogna considerare il passaggio dei mezzi agricoli, l’ombra e anche il microclima. Al mattino, per esempio, l’umidità rimane più a lungo rispetto a un campo completamente aperto. Il rischio è che l’agricoltura rimanga soltanto sulla carta e che sotto i pannelli si finisca per fare giardinaggio».
Una provocazione, quella di Marini, che estremizza un problema sul quale, però, la ricerca scientifica sta effettivamente lavorando.
Cosa dice la scienza sull’agrivoltaico
Gli studi scientifici disponibili non permettono di dire che sotto un impianto agrivoltaico sia impossibile coltivare. Ma non permettono neppure di sostenere che qualsiasi coltura possa convivere allo stesso modo con i pannelli.
Una revisione della letteratura scientifica pubblicata nel 2026 sulla rivista Energies ha analizzato 82 studi sperimentali peer-reviewed condotti sul campo. La conclusione è che gli effetti sulla produzione agricola cambiano sensibilmente a seconda della coltura, del clima, della configurazione dell’impianto e soprattutto della quantità di radiazione solare che raggiunge le piante.
Le colture particolarmente dipendenti dalla luce possono infatti subire riduzioni della resa quando l’ombreggiamento diventa elevato. Ma esiste anche l’effetto opposto: soprattutto nei climi caldi e caratterizzati da stress idrico, una certa quantità di ombra può ridurre la temperatura del terreno e l’evaporazione, conservando maggiore umidità nel suolo.
Una revisione sistematica pubblicata su Renewable and Sustainable Energy Reviews, basata su 33 studi, ha rilevato miglioramenti dell’efficienza nell’utilizzo dell’acqua compresi fra il 20 e il 47% e riduzioni delle temperature fra circa 1 e 4 gradi, insieme però a possibili perdite produttive per le colture maggiormente dipendenti dalla luce quando l’ombreggiamento è elevato.
Anche una meta-analisi pubblicata nel 2026 sull’Annual Review of Environment and Resources, dopo aver individuato 7.474 pubblicazioni e selezionato 66 studi, arriva a un punto fondamentale: i risultati dell’agrivoltaico sono fortemente condizionati dalla specie coltivata e da come viene progettato l’impianto. La scienza, insomma, non boccia l’agrivoltaico, ma mostra quanto sia difficile considerarlo una soluzione uguale per qualsiasi terreno e qualsiasi coltura.
Ed è proprio sulla progettazione che Marini concentra la sua battaglia.
«Non è più un campo, diventa un’area industrializzata»
La proposta di Marini non è rinunciare al fotovoltaico, ma stabilire una gerarchia delle superfici da utilizzare. «Quando parliamo di agrivoltaico avanzato sembra quasi che il terreno rimanga quello di prima. Ma dentro ci sono pannelli, cabine, strade e infrastrutture. Quando le dimensioni diventano importanti, stiamo industrializzando una parte del territorio – dice – Prima abbiamo tetti, capannoni, parcheggi e aree già compromesse. Nei parcheggi i pannelli produrrebbero energia e contemporaneamente farebbero ombra alle auto e alle superfici. In Francia hanno già introdotto obblighi in questa direzione. Perché da noi la priorità deve diventare la campagna?».
Ma dietro alla corsa ai terreni agricoli c’è anche una questione economica. Secondo Marini, le società arrivano a proporre agli agricoltori affitti fra i 3mila e i 5mila euro a ettaro all’anno.
«E io capisco perfettamente chi accetta – dice – L’agricoltura comporta costi e rischio d’impresa in un contesto economico dove i margini di ricavo sono molto più bassi, mentre così arriva un’entrata certa. Il problema non è il singolo agricoltore: è cosa succede quando questo fenomeno si moltiplica sull’intero territorio».
«Abbiamo recuperato nove ettari e un casale, adesso cambia tutto»
A vivere direttamente questa trasformazione sono anche alcuni proprietari delle campagne interessate dai progetti e dalle relative opere di connessione alla rete elettrica. Anni fa ha scelto di lasciare la città e investire nella campagna maremmana, per vivere una vita diversa. Il progetto Martello, sempre nel comune di Roccastrada, dovrebbe sorgere in un’altra zona, al confine con il comune di Civitella Paganico.
Lì a circa 15 residenti è arrivata una lettera d’esproprio, per consentire a un cavo di collegare i pannelli a un centro abitato.
«Avevamo trovato nove ettari completamente abbandonati e un casale che era praticamente un ammasso di rovi – racconta una residente – Abbiamo bonificato il terreno, pulito tutto e ristrutturato il casale. È stata una scelta di vita e un investimento importante, dal quale bisogna rientrare nell’arco di decenni. Abbiamo investito in questo podere tutti i nostri risparmi, per poi vederceli sottratti».
Il timore riguarda soprattutto l’impatto che un grande impianto potrebbe avere sul valore della proprietà e sulla sua vocazione ricettiva.
«La Maremma vive anche di turismo. Chi viene qui lo fa per il verde, gli alberi, gli ulivi e il paesaggio. Nella strada in campagna in cui vivo ci sono 4 agriturismi e non sappiamo cosa succederà con i turisti – dice la donna – Passare le vacanze circondati dal fotovoltaico non credo sia quello che cercano le persone. Non siamo contrari alle rinnovabili, ma pensiamo che debbano essere realizzate nelle aree adatte».
Gli espropri e il ricorso al Tar
Alla questione paesaggistica se ne aggiunge un’altra: le opere necessarie a collegare gli impianti alla rete elettrica. La donna racconta di essere fra quelli interessati dall’esproprio per il passaggio del cavidotto.
«Abbiamo ricevuto la comunicazione dalla società, senza che prima ci fosse stato un confronto con i cittadini da parte del Comune – dice la donna – Siamo profondamente delusi e amareggiati: magari l’amministrazione non aveva l’obbligo di informarci direttamente, ma da cittadini ci saremmo aspettati almeno una comunicazione e una discussione».
Dieci degli espropriati hanno deciso di rivolgersi alla giustizia amministrativa e hanno presentato ricorso.
«Adesso sarà il Tar a stabilire se le autorizzazioni sono conformi oppure no – dice la residente – Oltre a quello che consideriamo un danno alle nostre proprietà, dobbiamo sostenere anche una spesa importante per difenderci, che si aggira intorno alle 20mila euro».
Alla Muccaia un altro impianto fa discutere
A chiedere chiarimenti sugli iter autorizzativi è anche Moreno Antoni, che ha presentato una richiesta di accesso agli atti per un impianto previsto vicino alla strada provinciale, nella zona della Muccaia, fra Ribolla e le campagne circostanti.
«Da quello che abbiamo potuto ricostruire, durante la prima conferenza dei servizi il Comune aveva espresso parere negativo – dice Antoni – mentre successivamente il procedimento sarebbe andato avanti attraverso il silenzio-assenso. È proprio su questi passaggi che vogliamo capire cosa sia successo, come è successo con tutti gli altri progetti».
Antoni mette soprattutto l’accento sulla vocazione storica del territorio. «Nessuno è contento di sottrarre terreno agricolo fertile alla coltivazione – dice – La Maremma ha una vocazione agricola e turistica. Ci sono volute generazioni per trasformare queste terre e portarle al livello che vediamo oggi. Non possiamo rischiare di distruggere tutto riempiendole di pannelli».
«Sappiamo che produrre energia rinnovabile è una priorità nazionale e siamo tutti favorevoli a questo – conclude – ma questo non può significare che sul territorio si possa fare qualsiasi cosa, senza rispettarlo».
«L’agricoltura è in difficoltà, capisco chi sceglie i pannelli»
Una posizione più sfumata arriva da un’altra residente della zona, che lavora nel settore agricolo.
«Il problema è capire cosa lasceremo fra trent’anni alle generazioni future – dice la donna – Oggi l’agricoltura non è messa bene e capisco che ci siano opinioni diverse. C’è chi considera questi impianti negativamente e chi invece li vede come un’opportunità proprio perché l’agricoltura è in difficoltà e permettono di avere un reddito».
La sua azienda non si limita a coltivare: trasforma direttamente ciò che produce. Ed è proprio per questo che guarda al futuro dei terreni agricoli. Il rischio, secondo lei, è scegliere oggi la soluzione economicamente più semplice senza sapere quali conseguenze avrà sul territorio fra decenni.
«Non riusciamo più a stare dietro a tutti i progetti»
Anche Lisa Migliorini, dell’associazione Sentinella della Maremma, parla di una situazione diventata difficile persino da seguire.
«Fra Ribolla, Roccastrada e Civitella ci sono diversi progetti – dice – È diventato complicato stare dietro a tutti gli impianti, alle autorizzazioni e alle opere di collegamento».
Migliorini torna sullo stesso punto sollevato da Marini: perché utilizzare i campi prima di avere sfruttato le superfici già costruite?
«Per anni in campagna è stato complicatissimo ottenere il permesso persino per realizzare una rimessa per gli attrezzi o un carport se non si aveva un’azienda agricola – dice Migliorini – Oggi, invece, quando si parla di produzione di energia green sembra che tutto debba diventare più semplice e veloce».
Per l’associazione il rischio è che, mentre cittadini e amministrazioni discutono dei singoli progetti, la trasformazione complessiva del territorio proceda senza che nessuno ne abbia ancora percepito le dimensioni.
«Dall’appoderamento all’appannellamento»
È qui che Marini usa l’immagine con cui sintetizza tutta la sua battaglia.
«La Maremma che vediamo oggi è anche il risultato delle bonifiche, dell’agricoltura e del lavoro di generazioni – dice Marini – Abbiamo avuto l’appoderamento, con il quale l’uomo ha trasformato e coltivato queste terre. Adesso rischiamo di passare dall’appoderamento all’appannellamento».
La paura condivisa da chi contesta questi progetti non è quindi quella di vedere comparire qualche pannello. È la concentrazione di molti impianti nello stesso territorio, insieme alle cabine, ai cavidotti e alle altre infrastrutture necessarie.
«Quando gli impianti saranno tutti realizzati sarà troppo tardi per chiedersi quale impatto abbiano avuto – conclude Marini – Le rinnovabili ci servono, la transizione è necessaria. Proprio per questo dobbiamo farla con criterio».







