«L'ombra la fanno gli alberi»: bocciato l'agrivoltaico nei campi | MaremmaOggi Skip to content

«L’ombra la fanno gli alberi»: bocciato l’agrivoltaico nei campi

Il movimento I love Grosseto interviene dopo Festambiente e contesta la posizione di Legambiente: «Agroforestazione e agricoltura rigenerativa possono proteggere le colture da caldo e siccità restituendo anche fertilità e biodiversità. Per produrre energia si parta da tetti, capannoni e aree già compromesse»
Un impianto agrivoltaico
Un impianto agrivoltaico

GROSSETO. «Il suolo agricolo della Maremma non è una superficie disponibile in attesa di una destinazione migliore. È già la sua destinazione migliore. E l’ombra, qui, la sanno fare gli alberi».

È racchiusa in queste parole la posizione di I love Grosseto, che interviene nel dibattito sull’agrivoltaico e sulla crescente diffusione degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili nelle campagne maremmane, mettendo direttamente a confronto due modelli che, secondo il movimento, non possono essere considerati equivalenti: quello dell’agrivoltaico e quello dell’agroecologia e dell’agroforestazione.

L’intervento arriva pochi giorni dopo la conclusione di Festambiente 2026 a Rispescia e prende le mosse proprio da uno dei messaggi lanciati durante la manifestazione: fare della Maremma un laboratorio nazionale per agroecologia, biodiversità, tutela del suolo e gestione dell’acqua.

Un obiettivo che I love Grosseto dice di condividere, individuando però una contraddizione nella posizione espressa successivamente da Legambiente sull’agrivoltaico.

«L’ombra sui campi non l’ha inventata il fotovoltaico»

Il punto di partenza è uno degli argomenti utilizzati a sostegno degli impianti agrivoltaici: la presenza dei pannelli sopra le coltivazioni può creare zone d’ombra, ridurre l’evapotraspirazione e il fabbisogno d’acqua e contribuire a proteggere le piante durante le ondate di calore.

Benefici che I love Grosseto non nega in assoluto, ma che considera tutt’altro che una prerogativa della tecnologia fotovoltaica.

«Ombreggiare, mitigare e proteggere – sostiene il movimento – non è un’invenzione dell’industria fotovoltaica: è la vocazione naturale dell’agroforestazione e dell’agricoltura rigenerativa».

Il riferimento è a un modello agricolo che la stessa Maremma ha conosciuto a lungo attraverso filari di alberi, siepi, frangivento, boschetti aziendali e colture promiscue, elementi progressivamente ridotti anche per favorire una maggiore meccanizzazione delle campagne.

Ed è proprio nel confronto tra un pannello e un albero che il movimento concentra la propria critica.

«Un albero non produce soltanto ombra»

Secondo I love Grosseto, infatti, limitare il confronto alla quantità di ombra prodotta significa non considerare tutte le altre funzioni svolte dalla vegetazione.

Un albero contribuisce ad abbassare la temperatura del terreno e a frenare il vento, ma contemporaneamente le sue radici lavorano negli strati profondi del suolo, le foglie contribuiscono alla formazione della sostanza organica e dell’humus e la vegetazione offre habitat a impollinatori e insetti utili.

Nei sistemi agroforestali entrano inoltre in gioco l’attività delle micorrize e dei microrganismi del terreno, la copertura del suolo e le relazioni tra specie differenti, mentre alcune essenze possono fornire frutti, legname, foraggio o biomassa.

Da qui la tesi del movimento: l’agrivoltaico può svolgere una funzione di ombreggiamento, ma non può sostituire la complessità biologica di un sistema agroforestale.

La differenza, secondo I love Grosseto, diventa ancora più evidente nei sistemi nei quali specie differenti convivono su diversi livelli e con cicli temporali diversi, favorendo successione ecologica, biodiversità e una maggiore vitalità del terreno.

Il nodo del consumo di suolo

L’altro grande tema sollevato dal movimento riguarda la pressione esercitata dagli impianti energetici sulle superfici agricole.

I love Grosseto richiama i dati ISPRA-SNPA sul consumo di suolo, ricordando la forte crescita registrata dal fotovoltaico a terra negli ultimi anni e sottolineando come esista contemporaneamente un’importante superficie potenzialmente disponibile su tetti e coperture già edificate.

Il problema, secondo il movimento, non sarebbe però soltanto ambientale.

Quando il rendimento ottenibile affittando un terreno a un operatore energetico diventa molto superiore a quello derivante dalla sua coltivazione, il rischio è quello di produrre conseguenze anche sul mercato fondiario, aumentando il valore degli affitti e rendendo più difficile l’accesso alla terra soprattutto per i giovani agricoltori.

È qui che, secondo I love Grosseto, emergerebbe la distanza tra i due modelli: «L’agroecologia ha bisogno di terra accessibile, di conoscenza e di lavoro; l’agrivoltaico ha bisogno di capitale e di incentivi. Non sono la stessa transizione».

Il confronto con Legambiente

La critica viene indirizzata direttamente alla posizione espressa da Legambiente e dal responsabile nazionale Agricoltura Angelo Gentili, che in un intervento del 20 agosto aveva indicato tra i possibili vantaggi dell’agrivoltaico proprio l’ombreggiamento delle colture, la riduzione dell’evapotraspirazione e una maggiore protezione dalle temperature elevate.

Legambiente considera prioritario lo sviluppo del fotovoltaico sui tetti, nelle aree industriali e sulle superfici già trasformate, sostenendo però che queste superfici da sole non siano sufficienti per raggiungere gli obiettivi della transizione energetica.

Ed è precisamente su questo passaggio che I love Grosseto apre il confronto.

«Quei tre benefici sono precisamente ciò che un sistema agroforestale produce da sé – sostiene il movimento – restituendo in più fertilità, biodiversità e prodotto: se la funzione promessa è la stessa, la domanda è perché scegliere l’infrastruttura inerte invece dell’albero».

Una posizione che il movimento precisa di non voler trasformare in una contrapposizione alle energie rinnovabili, chiedendo piuttosto di stabilire una gerarchia chiara sulle superfici da utilizzare.

«Per produrre energia partiamo dai tetti»

La proposta per la Maremma si sviluppa quindi su due binari.

Il primo riguarda l’energia.

Prima di utilizzare nuovi terreni agricoli, I love Grosseto chiede di sfruttare tetti di capannoni industriali e artigianali, parcheggi e relative coperture, aree già compromesse, cave dismesse e siti da bonificare, accompagnando questa strategia con lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili affinché almeno una parte del valore prodotto rimanga sul territorio.

Il secondo riguarda direttamente l’agricoltura.

Se la Maremma deve diventare un laboratorio nazionale dell’agroecologia, secondo il movimento dovrebbe esserlo attraverso un grande progetto di agroforestazione, favorendo il ritorno di siepi, filari, frangivento e sistemi agrosilvopastorali e affiancando alle aziende formazione e assistenza tecnica.

Un modello che, secondo I love Grosseto, avrebbe anche il vantaggio di poter essere applicato sia alle piccole aziende sia alle grandi proprietà agricole, producendo contemporaneamente reddito, tutela del suolo e paesaggio.

La proposta per il Piano operativo di Grosseto

Il movimento porta infine il confronto direttamente sul terreno della pianificazione urbanistica comunale.

La proposta è che il Piano operativo del Comune di Grosseto parta da una ricognizione delle superfici già costruite potenzialmente utilizzabili per la produzione fotovoltaica prima di prendere in considerazione nuovi terreni agricoli.

«Prima di mappare i campi, mappiamo i tetti», è la richiesta avanzata da I love Grosseto, insieme all’inserimento negli strumenti urbanistici di misure di sostegno alle infrastrutture verdi delle aziende agricole.

Una scelta che il movimento considera coerente con la vocazione agricola e paesaggistica della Maremma e con lo stesso obiettivo indicato a Festambiente di trasformare il territorio in un laboratorio nazionale dell’agroecologia.

Con una conclusione che riassume l’intero intervento: «Il suolo agricolo della Maremma non è una superficie disponibile in attesa di una destinazione migliore. È già la sua destinazione migliore. E l’ombra, qui, la sanno fare gli alberi».

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