GROSSETO. «Sono un’Ascari». Luciana lo dice quando qualcuno, seduto in macchina accanto a lei, le fa notare quel piede un po’ pesante sull’acceleratore. Una battuta che porta con sé un cognome importante e una storia ascoltata fin da bambina, quando Alberto Ascari era il campione delle corse, ma nei racconti di casa diventava anche un parente lontano, uno di quelli che non hai mai incontrato eppure senti di conoscere.
Domenica sera, mentre Kimi Antonelli conquistava il Mondiale di Formula 1, quel cognome è tornato nelle case degli italiani: prima di lui, l’ultimo azzurro a vincere il titolo era stato proprio Alberto Ascari, nel 1953. Settantatré anni di attesa, interrotti dal terzo posto del ventenne della Mercedes nel Gran Premio del Messico, vinto da Max Verstappen.
A Grosseto, Luciana ha festeggiato il ragazzo bolognese e ha ripensato al campione di cui aveva sempre sentito parlare in famiglia. Alla felicità sportiva si è mescolato qualcosa di più personale: l’orgoglio per quel nome e per un legame tramandato a voce, mai ricostruito attraverso documenti e alberi genealogici, ma rimasto presente nella sua vita.
La zia Adele e quel campione chiamato «zio»
La storia comincia molto prima dell’arrivo di Luciana in Maremma, dentro una famiglia di origini emiliane nella quale il nome di Alberto Ascari ricorreva nei racconti degli adulti.
A parlarne era soprattutto Adele Ascari, sorella di suo padre Emore, nato nel 1920 a Novellara.

«Avevamo una zia, Adele Ascari – ricorda Luciana – sorella di nostro padre, che ci diceva di essere nipote di Alberto Ascari. Lo chiamava zio e ogni volta che veniva a Modena lo incontrava». E Alberto, quando vedeva Adele, la salutava sempre allo stesso modo: «Ciao cuginetta!». Come lo era Adele, cugina, lo era anche Emore. Non di primo grado, però.
Sono parole rimaste nella memoria di Luciana e delle sorelle Marisa e Alberta, insieme alla consapevolezza di portare il cognome di un uomo capace di entusiasmare l’Italia. Il grado esatto di parentela, però, non è mai stato approfondito: nessuna delle tre ha cercato di ricomporre tutti i passaggi di quella storia familiare.
Il legame con il pilota è rimasto così come lo avevano ricevuto: nel racconto della zia, nei nomi pronunciati in casa, nell’orgoglio dei grandi quando si parlava delle sue imprese.
«Lui era un campione, mio padre un operaio»
C’è una frase con la quale Luciana restituisce il senso di quella distanza, che nella memoria della sua famiglia sembra essere stata prima di tutto una distanza sociale.
«Mio padre però non lo ha mai cercato e non abbiamo mai voluto investigare troppo su questa parentela – dice – Lui era un campione e mio padre era un operaio. Ci pareva a quei tempi una distanza troppo grande da colmare».
Da una parte il protagonista delle corse, dall’altra una famiglia che ne seguiva le gesta e si riconosceva in quel cognome, senza cercare un contatto.
Per Luciana il ricordo è rimasto legato anche a questo: a suo padre Emore, alla sua vita di operaio, a un orgoglio custodito senza trasformarlo nella richiesta di essere riconosciuti. La parentela raccontata in casa non ha avuto bisogno di diventare pubblica per accompagnare la crescita delle tre sorelle.
Antonio, Alberto, Alberta: i nomi che tengono insieme la memoria
Nella storia degli Ascari di Luciana tornano alcuni nomi. Antonio era il nome del padre di Alberto e, ricorda lei, anche quello del padre di Emore. Alberto, invece, è rimasto così presente nella tradizione familiare da trovare una continuità anche nella generazione successiva.
La sorella più piccola di Luciana si chiama Alberta: nome scelto proprio per conservare quel nome. Un cugino che invece abita in Piemonte, si chiama Alberto. E così via.
Non è la ricostruzione di una genealogia, ma il modo in cui una famiglia ha custodito la propria memoria, affidandola anche ai nomi dei figli.
Quando Alberto Ascari conquistò il titolo mondiale del 1953, Luciana e la sua famiglia vivevano a Tripoli, dove lei è nata. Alberta, nata a Massa, sarebbe arrivata dopo. Il racconto del campione appartiene dunque a un tempo lontano, che attraversa luoghi diversi e segue gli spostamenti della famiglia, fino ad arrivare a Grosseto.
L’arrivo in Maremma per seguire Giorgio Riolo
Luciana si è trasferita in città nel 1977, arrivando da Foggia per seguire il marito Giorgio Riolo, pilota dell’Aeronautica militare.
Il nome di Riolo è legato alla storia del 4° Stormo: pilota da caccia e istruttore, ha tessuto rapporti tra il mondo dell’aviazione e quello dell’automobilismo.
Ed è proprio in uno di quei racconti che compare un’immagine capace di aggiungere un altro filo a questa storia: Luciana Ascari accanto agli aerei, impegnata ad applicare gli stemmi del cavallino rampante.
Era il 1981, l’anno del gemellaggio tra Ferrari e 4° Stormo. Riolo ricordava l’arrivo dei rappresentanti della casa automobilistica alla base di Grosseto e sua moglie al lavoro con loro, mentre il simbolo Ferrari prendeva posto sulle prese d’aria degli aerei. Poi ci fu un incontro con Enzo Ferrari nel suo studio di Maranello: una visita che avrebbe dovuto essere breve e che si trasformò in una conversazione durata tre ore.
Per Luciana, che il nome del campione lo aveva ascoltato nei racconti della zia Adele, il mondo del cavallino era così entrato anche nella vita adulta, attraverso il lavoro del marito.
Il trionfo di Kimi e un cognome che torna a casa
Domenica sera il Mondiale di Antonelli ha riportato Alberto Ascari al centro del racconto sportivo italiano. Per Luciana, insieme al nome del campione sono tornate le voci di famiglia: la zia Adele che lo chiamava zio, il padre Emore che non aveva mai cercato di incontrarlo, i nomi Antonio e Alberto tramandati, la scelta di chiamare Alberta la sorella più piccola.
Ha esultato per quel ragazzo emiliano diventato campione del mondo e ha sentito riaffiorare l’orgoglio per il cognome che porta.
La lontana parentela resta una storia familiare da ricostruire, ma il posto che Alberto Ascari occupa nei suoi ricordi è preciso. È lì da più di settant’anni, nelle parole ascoltate da bambina e in quella battuta che le viene ancora spontanea quando qualcuno le fa notare il piede sull’acceleratore.
«Sono un’Ascari».



