Ospizio dell'orrore, chiesti 4 anni da scontare a casa. La battaglia delle vittime | MaremmaOggi Skip to content

Ospizio dell’orrore, chiesti 4 anni da scontare a casa. La battaglia delle vittime

Il pitiglianese tra gli imputati per i maltrattamenti nella casa di riposo Villa Daniela di Latera. Il pubblico ministero ha dato il consenso al patteggiamento, ma l’avvocato grossetano Paolo Fralassi si oppone: «Pena incongrua». Negli atti le accuse di schiaffi, minacce, violenze e somministrazione di calmanti
Un fotogramma dei maltrattamenti ripresi dai carabinieri nell'ospizio dell'orrore
Un fotogramma dei maltrattamenti ripresi dai carabinieri nell’ospizio dell’orrore

PITIGLIANO. Un’anziana che viene presa per il collo e minacciata di morte. Un’altra colpita alla testa con una confezione di guanti monouso, schiaffeggiata, strattonata e, secondo il racconto di una testimone, fatta sbattere contro le sponde del letto perché si era tolta il pannolone. Donne fragili, alcune incapaci di provvedere autonomamente ai propri bisogni quotidiani, affidate alle cure di persone dalle quali avrebbero dovuto ricevere assistenza, protezione e rispetto.

Sono alcune delle scene che emergono dagli atti dell’inchiesta sui presunti maltrattamenti nella casa di riposo Villa Daniela di Latera, in provincia di Viterbo, al confine con la Maremma. Un’inchiesta che nel gennaio 2025 aveva portato all’arresto di tre operatori sociosanitari, tra i quali Carmine Battiloro, 24 anni, di Pitigliano, e all’applicazione di misure interdittive nei confronti di altri tre.

Adesso, a quasi due anni dall’inizio delle indagini, la vicenda giudiziaria è arrivata a uno snodo decisivo. E attorno alla pena che gli imputati vorrebbero concordare con la Procura si è aperto uno scontro durissimo.

Quattro anni di reclusione, da scontare interamente in detenzione domiciliare sostitutiva. È questa la pena richiesta per Battiloro dai suoi difensori, gli avvocati Giuseppe Bacci e Ylenia Porciani, attraverso un’istanza di patteggiamento sulla quale il pubblico ministero Flavio Serracchiani ha espresso il proprio consenso.

Una soluzione alla quale si oppongono fermamente i legali di alcune persone offese. Tra loro c’è l’avvocato grossetano Paolo Fralassi, che assiste una delle anziane coinvolte nell’inchiesta e che ha depositato una memoria di sei pagine per chiedere al giudice di respingere la richiesta.

Per il legale, la pena concordata non rispecchia la gravità delle condotte contestate. Ma c’è di più: secondo Fralassi, la stessa qualificazione giuridica dei maltrattamenti non terrebbe adeguatamente conto della condizione di disabilità delle vittime.

Una questione che, se la sua interpretazione venisse accolta dal giudice, potrebbe cambiare sensibilmente il percorso processuale.

Il processo e il patteggiamento: cosa è successo in tribunale

La mattina di mercoledì 14 ottobre, davanti alla giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Viterbo, Daniela Rispoli, si è celebrata una nuova udienza del procedimento nato dall’inchiesta sulla casa di riposo.

Le persone offese, tra le quali l’anziana assistita dall’avvocato Fralassi, si sono costituite parte civile, chiedendo dunque di partecipare al processo per ottenere il riconoscimento e il risarcimento dei danni subiti.

I difensori degli imputati hanno chiesto di poter definire il procedimento attraverso il patteggiamento, sulla base degli accordi raggiunti con la Procura. In alternativa sono state avanzate richieste di giudizio abbreviato.

Le opposizioni non si sono fatte attendere. 

Fralassi, insieme ad altri avvocati delle persone offese, ha contestato le richieste, sostenendo che una definizione del procedimento alle condizioni proposte non sarebbe adeguata alla gravità dei fatti.

La giudice ha concesso ai difensori degli imputati un termine per esaminare le costituzioni di parte civile e si è riservata di decidere sia sulle richieste di patteggiamento sia su quelle di rito abbreviato, oltre che sull’ammissione delle parti civili.

La decisione è stata rinviata alla prossima udienza che sarà celebrata a metà dicembre. 

La richiesta del pitiglianese: quattro anni di detenzione domiciliare

Quattro anni di detenzione domiciliare, la pena che Battiloro ha chiesto di patteggiare. Se il giudice accogliesse integralmente la richiesta, la pena non verrebbe eseguita in carcere, ma secondo il regime previsto per la detenzione domiciliare sostitutiva, con le relative prescrizioni e limitazioni della libertà personale.

Non si tratterebbe quindi di un’assoluzione, né di una pena cancellata, ma di una modalità di esecuzione diversa dal carcere.

È proprio questa prospettiva che gli avvocati delle vittime considerano inaccettabile rispetto alla gravità delle accuse.

A questa richiesta, il pubblico ministero ha prestato consenso. Ma l’ultima parola, ovviamente, spetta alla giudice. 

La battaglia dell’avvocato Fralassi: «La pena è incongrua»

La memoria depositata dall’avvocato Paolo Fralassi, nell’interesse della sua assistita, è un documento particolarmente importante perché affronta il problema da due prospettive diverse.

La prima è strettamente giuridica: la qualificazione del reato contestato agli imputati. La seconda invece riguarda la proporzione tra la gravità dei fatti e la pena proposta.

La donna, nata nel 1938, era già stata riconosciuta, attraverso accertamenti medici dell’ottobre 2023, persona con handicap in situazione di gravità e invalida con necessità di assistenza continua, non essendo in grado di compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita.

Una condizione che, secondo Fralassi, non avrebbe dovuto essere considerata soltanto come elemento descrittivo della vulnerabilità della vittima, ma avrebbe dovuto incidere direttamente sulla contestazione penale.

Nella memoria il legale sostiene che la diversa qualificazione del fatto determinerebbe un aggravamento del trattamento sanzionatorio e metterebbe in discussione la possibilità di accogliere il patteggiamento nei termini proposti.

È una tesi della parte offesa, sulla quale il giudice non si è ancora pronunciato ma rappresenta uno dei nodi centrali dell’udienza del prossimo dicembre.

L’anziana colpita alla testa e strattonata

Per spiegare perché considera incongrua la pena concordata, Fralassi ricostruisce alcuni degli episodi che, secondo l’accusa, sarebbero avvenuti all’interno della struttura.

La memoria richiama in particolare condotte attribuite a Carmine Battiloro. L’operatore avrebbe maltrattato un’anziana non identificata, prendendola per il collo e minacciando di ucciderla, qualche giorno dopo avrebbe colpito alla testa l’anziana assistita da Fralassi utilizzando una confezione di guanti monouso destinati alla pulizia intima.

Sempre nell’aprile dello stesso anno l’avrebbe colpita con diversi schiaffi alla testa, per poi strattonarla. A confermarlo, oltre alle immagini delle videocamere installate dai carabinieri, ci sarebbero anche alcune testimonianze. 

«La picchiava perché si era tolta il pannolone»

Il 3 maggio 2024, davanti ai carabinieri della stazione di Capodimonte, viene ascoltata una delle dipendenti della struttura come  persona informata sui fatti.

La donna racconta un episodio che avrebbe visto direttamente e che riguarda proprio l’anziana rappresentata dall’avvocato grossetano. La donna sarebbe stata colpita con schiaffi alla testa, strattonata e fatta sbattere contro le sponde anticaduta del letto. Violenza che sarebbe esplosa perché l’anziana si era tolta di dosso il pannolone, bagnato di urina.

Un comportamento che, in una persona non autosufficiente e bisognosa di assistenza continua, dovrebbe essere affrontato con le cure necessarie, non con le botte.

La donna era allettata. Non poteva difendersi, aveva bisogno di qualcuno anche per i gesti più semplici della vita quotidiana e si trovava in una struttura proprio perché non era più in grado di provvedere autonomamente a se stessa.

Le accuse alle altre operatrici: insulti e calmanti

La memoria non si limita alla posizione di Battiloro. Richiama anche le condotte attribuite ad altre persone coinvolte nel procedimento, tra le quali Marilena Ciasar e Eugenia Monelli.

Ciasar avrebbe trattato gli anziani con atteggiamenti aggressivi e offensivi, rivolgendosi loro con espressioni pesantemente volgari e accompagnando gli insulti con bestemmie. Ad alcuni sarebbero anche stati somministrati calmanti per evitare di dover assistere gli ospiti.

Comportamenti analoghi vengono attribuiti a Monelli, operatrice che avrebbe utilizzato toni bruschi e somministrato farmaci sedativi per non essere disturbata dalle richieste degli anziani.

Intimidazioni e violenze commessi nei confronti dell’ottantaseienne anche da altri due imputati, Tommaso Curio e Domenico Renzetti.

La testimonianza sui sonniferi e gli anziani che peggioravano

Accuse, quelle mosse dalla Procura, che sarebbero state confermate nel corso delle indagini anche da un’altra testimone.

La donna descrive una situazione nella quale all’interno di Villa Daniela sarebbe stata diffusa la pratica di somministrare sonniferi agli anziani affinché non disturbassero il personale.

Ma il suo racconto va oltre. La testimone sostiene infatti di aver osservato un progressivo peggioramento delle condizioni fisiche e mentali di alcuni ospiti, anche tra coloro che inizialmente conservavano un certo grado di autonomia.

Persone che dopo un periodo trascorso nella struttura avrebbero perso capacità e indipendenza, fino a dover utilizzare una sedia a rotelle. Tra i nomi indicati nella testimonianza compare anche quello dell’anziana assistita dall’avvocato Fralassi.

Un’inchiesta cominciata nel 2024 e gli arresti del gennaio 2025

Per comprendere come si sia arrivati all’udienza di ottobre bisogna tornare indietro di oltre due anni. Le prime segnalazioni che hanno dato impulso alle indagini risalgono alla primavera del 2024.

Alcune operatrici, preoccupate per ciò che sostenevano di aver visto all’interno della casa di riposo, si rivolgono ai carabinieri.

Da quelle dichiarazioni prende forma un’indagine che si sviluppa attraverso testimonianze, accertamenti e registrazioni audiovisive.

Nella struttura si sarebbero verificati ripetuti episodi di maltrattamento fisico e psicologico ai danni degli anziani ospiti: gli investigatori documentano una situazione ritenuta sufficientemente grave da chiedere misure cautelari nei confronti di alcuni operatori e così il 21 gennaio 2025 scatta l’operazione.

Tre persone vengono arrestate e per altre tre vengono disposte misure interdittive. Tra gli arrestati c’è Carmine Battiloro, giovane operatore sociosanitario originario di Pitigliano.

L’inchiesta riguarda complessivamente 21 anziani indicati come persone offese.

Nel corso delle indagini emergono anche altri aspetti relativi alla gestione e alle condizioni degli ospiti, sui quali vengono disposti ulteriori approfondimenti.

Dopo l’arresto, Battiloro viene inizialmente rinchiuso nel carcere di Civitavecchia e durante l’interrogatorio di garanzia si avvale della facoltà di non rispondere.

Successivamente la difesa presenta ricorso al Tribunale del Riesame, che nel febbraio 2025 dispone per lui gli arresti domiciliari.

 

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