di Elena Grasso*
GROSSETO. Chi abitando in città non si è accorto di quanto si riscalda l’asfalto o la pietra nei centri urbani nei periodi estivi? O dei fiumi e laghi che si formano in occasione di forti e violente piogge per le strade e le piazze cittadine?
La depavimentazione è una delle soluzioni, insieme alla corretta gestione del verde urbano, fondamentali per il miglioramento della vita di chi abita in città, per la lotta agli effetti della crisi climatica, per il superamento di modelli di sviluppo urbano ormai antiquati che non si adattano alle nuove esigenze. Da cui emerge la fondamentale importanza della depavimentazione della riduzione sostanziale degli effetti delle isole di calore e nella prevenzione degli allagamenti in seguito alle piogge improvvise e di forte entità.
Ma cos’è un’isola di calore, perché si forma, quali sono le sue conseguenze e come la si elimina, quali sono le strategie per città più fresche e permeabili?
Le isole di calore urbane (Urban Heat Islands, UHI) rappresentano uno degli effetti più evidenti dell’interazione tra urbanizzazione e cambiamento climatico. Il fenomeno consiste nella maggiore temperatura che si registra nelle aree urbanizzate rispetto alle zone rurali e periurbane circostanti. La differenza può diventare particolarmente significativa durante le ondate di calore e nelle città caratterizzate da elevata densità edilizia, scarsa vegetazione e ampia presenza di superfici impermeabili.
L’Istituto Superiore di Sanità evidenzia che le popolazioni urbane sono maggiormente esposte al rischio sanitario associato alle alte temperature rispetto alle popolazioni delle aree suburbane e rurali.
Perché si formano le isole di calore
Il fenomeno deriva dalla combinazione di diversi processi fisici. Asfalto, cemento, laterizi e altre superfici artificiali assorbono una grande quantità di radiazione solare durante il giorno e la restituiscono lentamente sotto forma di calore, mantenendo elevate le temperature anche dopo il tramonto. Gli edifici ravvicinati possono inoltre ostacolare la ventilazione naturale e modificare il bilancio radiativo della città.
A questo si aggiunge la riduzione della vegetazione e, conseguentemente, dell’evapotraspirazione. Un albero non è soltanto un elemento ornamentale: attraverso la traspirazione trasferisce acqua dal suolo all’atmosfera e contribuisce alla dissipazione dell’energia sotto forma di calore latente. La vegetazione fornisce inoltre ombreggiamento, riducendo direttamente la radiazione solare che raggiunge persone, edifici e pavimentazioni.
Le città presentano inoltre fonti di calore antropico, legate al traffico, agli impianti di climatizzazione, alle attività industriali e ai consumi energetici. La combinazione di superfici artificiali che accumulano calore, scarsa vegetazione, limitata ventilazione e produzione antropica di energia determina quindi un microclima urbano significativamente più caldo.
L’Agenzia Europea dell’Ambiente sottolinea proprio il ruolo della scarsità di spazi verdi, delle superfici artificiali e delle fonti di calore residue nell’aggravare gli effetti delle alte temperature nelle città.
Le conseguenze sulla salute
L’isola di calore non è quindi soltanto un problema di comfort urbano, ma una questione di sanità pubblica. L’esposizione prolungata alle alte temperature può provocare disidratazione, stress termico, colpi di calore e aggravamento di patologie cardiovascolari, respiratorie e renali. Particolarmente vulnerabili sono gli anziani, i bambini, le persone affette da patologie croniche e chi svolge attività lavorative all’aperto.
È importante precisare che le cosiddette “morti per caldo” sono generalmente stime epidemiologiche di mortalità attribuibile al caldo, e non semplicemente il numero di certificati di morte nei quali compare “caldo” come causa. Il caldo può infatti anticipare la morte di persone già fragili attraverso il peggioramento di condizioni cardiovascolari, respiratorie o di altre patologie.
Per avere un ordine di grandezza, l’Agenzia Europea dell’Ambiente riporta una stima di quasi 48.000 morti attribuibili al caldo in Europa nel 2023, mentre l’OMS stima quasi 63.000 morti nel 2024.
| Anno | Mortalità attribuibile al caldo – Europa |
|---|---|
| 2023 | ~48.000 |
| 2024 | ~63.000 |
| 2025 | dato europeo definitivo comparabile non ancora consolidato |
| 2026 | anno ancora in corso; dato definitivo non disponibile |
Per il 2026, quindi, è scientificamente scorretto fornire oggi un numero annuale definitivo, la mortalità attribuibile al caldo viene normalmente stimata attraverso analisi successive. Tuttavia, l’OMS ha già segnalato che nel 2026 le ondate di calore stanno producendo un impatto sanitario rilevante in Europa.
Il dato più significativo è forse quello relativo alla prevenzione: secondo l’OMS, negli ultimi quattro anni il caldo ha causato oltre 200.000 morti nella Regione europea, ma una parte molto consistente di questa mortalità è considerata prevenibile attraverso sistemi di allerta, piani caldo, adattamento urbano e protezione delle persone vulnerabili.
Soluzioni
1. Depavimentare per raffreddare la città e restituire acqua al suolo
Una delle strategie più importanti per affrontare contemporaneamente calore e rischio di allagamento urbano è la depavimentazione, cioè la rimozione delle superfici artificiali impermeabili e la loro sostituzione con suolo permeabile, vegetazione e sistemi di drenaggio sostenibile.
Il principio è semplice: un terreno coperto da asfalto non può infiltrare efficacemente l’acqua piovana. Durante un temporale intenso, una quantità enorme di acqua viene rapidamente convogliata verso caditoie, fognature e corsi d’acqua. Quando la precipitazione supera la capacità del sistema di drenaggio, si verificano ristagni e allagamenti.
Un suolo vegetato e permeabile funziona invece come una sorta di infrastruttura naturale di regolazione idrologica: l’acqua può infiltrarsi, essere temporaneamente immagazzinata nel terreno, essere utilizzata dalla vegetazione e successivamente restituita all’atmosfera attraverso l’evapotraspirazione.
L’Agenzia Europea dell’Ambiente evidenzia proprio il duplice problema delle città: la prevalenza delle superfici costruite favorisce l’isola di calore, mentre l’elevata impermeabilizzazione riduce il drenaggio naturale e aumenta il rischio di allagamenti durante le precipitazioni intense.
La depavimentazione deve pertanto essere considerata non come un semplice intervento estetico, ma come una misura di adattamento climatico. Un esempio analizzato da Climate-ADAPT mostra che la sostituzione delle pavimentazioni impermeabili con superfici permeabili, associata al ripristino dei suoli compattati e alla rivegetazione, ha ridotto erosione e fenomeni di allagamento e diminuito la pressione sul sistema di drenaggio urbano.
2. Utilizzare pavimentazioni chiare e drenanti al posto dell’asfalto
Per raffreddare la città e restituire acqua al suolo. Soluzione meno efficace della depavimentazione, da utilizzare insieme a questa e all’inverdimento delle aree urbane nell’ottica di una gestione a 360 gradi.
3. Alberi, arbusti e verde urbano, con la consapevolezza che non basta “piantare”, occorre gestire
Il verde urbano rappresenta una delle principali infrastrutture climatiche delle città. Gli alberi di dimensioni adeguate possono creare ombra, ridurre la temperatura delle superfici e contribuire al raffrescamento attraverso l’evapotraspirazione. La presenza di vegetazione è quindi associata a migliori condizioni microclimatiche e a una riduzione dell’esposizione allo stress termico.
Studi condotti in centinaia di città europee hanno evidenziato una minore vulnerabilità al caldo nelle aree caratterizzate da una maggiore presenza di aree verdi e blu (fontane, giochi d’acqua, torrenti una volta tombati riportati alla luce del sole, ecc.).
Tuttavia, il verde urbano efficace non coincide con la semplice presenza di tappeti erbosi o di alberature isolate. È necessario progettare una struttura vegetale articolata, composta da:
- alberi di prima e seconda grandezza;
- alberi caducifogli nelle aree dove sia importante l’ombreggiamento estivo;
- arbusti autoctoni o ecologicamente coerenti con il contesto;
- siepi e fasce vegetate;
- prati e aree erbacee gestiti in modo differenziato;
- aiuole permeabili;
- piccoli boschetti urbani e periurbani;
- corridoi verdi che colleghino parchi, giardini e aree naturali.
La gestione è importante quanto la progettazione. Un albero piantato, ma sottoposto a stress idrico, con spazio radicale insufficiente, terreno compattato e potature inappropriate può avere una capacità di raffrescamento molto inferiore e morire in breve tempo, con spreco di fondi dei cittadini, rispetto a un esemplare sano e correttamente gestito.
È quindi necessario garantire volume di suolo sufficiente per l’apparato radicale, disponibilità idrica, protezione del terreno, manutenzione nei primi anni, potature corrette e continuità della copertura vegetale.
La vegetazione deve inoltre essere scelta in funzione delle condizioni ecologiche locali, privilegiando specie adattate al clima e al suolo e riducendo il ricorso a specie che richiedano elevati quantitativi di irrigazione e manutenzione. Insomma non si può improvvisare, ma lasciar fare agli esperti.
Una nuova concezione dello spazio urbano
La risposta all’isola di calore non può quindi essere affidata a una singola misura. Non basta piantare alberi, così come non basta utilizzare pavimentazioni chiare. È necessario ripensare complessivamente il rapporto tra città, suolo, acqua e vegetazione.
In quest’ottica, la depavimentazione, la creazione di aree verdi, la piantagione di alberi e arbusti, il recupero dei suoli degradati e l’utilizzo di sistemi di drenaggio urbano sostenibile devono essere considerati parti di un’unica strategia di adattamento climatico urbano.
L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente quello di rendere la città “più verde”, ma di costruire una città ecologicamente funzionale, nella quale il suolo possa nuovamente infiltrare l’acqua, la vegetazione possa svolgere funzioni microclimatiche ed ecologiche e gli spazi pubblici possano offrire ombra e condizioni termiche più sicure alla popolazione.
L’OMS sottolinea infatti che rendere le città più fresche attraverso il verde, creare aree ombreggiate e adottare piani specifici di prevenzione del rischio caldo costituisce una delle strategie concrete per ridurre la mortalità.
Da ciò si evidenzia come il verde urbano vada visto in un’ottica diversa
Il verde urbano, quindi, non dovrebbe essere considerato un elemento ornamentale aggiuntivo, ma una vero pilastro ambientale e sanitario, al pari delle strutture idriche, fognarie e viarie. In una città sottoposta contemporaneamente a temperature estreme e precipitazioni intense, restituire spazio al suolo e alla vegetazione significa contemporaneamente raffrescare, drenare, ombreggiare, aumentare la biodiversità e proteggere la salute pubblica.
Da questo nasce un punto fondamentale della gestione del verde cittadino
La professionalità nella gestione del verde urbano
Le piante non sono complementi d’arredo
Una pianta non è un elemento decorativo da collocare in uno spazio urbano secondo criteri esclusivamente estetici. Una pianta è un organismo vivente, inserito in un sistema complesso di relazioni con il suolo, l’acqua, il clima, la radiazione solare, gli altri organismi e l’ambiente circostante.
Di conseguenza, progettare, scegliere, mettere a dimora e gestire la vegetazione richiede conoscenze scientifiche specifiche e competenze professionali.
La corretta gestione del verde urbano non può essere affidata soltanto al gusto personale, alla consuetudine o a considerazioni di carattere ornamentale. La scelta di una specie, ad esempio, deve tenere conto delle caratteristiche pedologiche del sito, della disponibilità idrica, del regime termico, dell’esposizione, della radiazione solare, della disponibilità di spazio per l’apparato radicale, delle dimensioni raggiungibili a maturità, della fisiologia della specie e delle interazioni con il contesto urbano.
Un albero collocato in uno spazio inadeguato può svilupparsi male, entrare in condizioni di stress, diventare maggiormente vulnerabile a patogeni e parassiti e, nei casi peggiori, rappresentare un problema di sicurezza. Analogamente, una specie inadatta alle condizioni climatiche o pedologiche locali può comportare elevati consumi idrici, scarsa capacità di adattamento e costi di gestione molto superiori rispetto a una scelta progettuale corretta.
Per questo motivo il verde deve essere progettato e gestito attraverso un approccio multidisciplinare e scientificamente fondato, che coinvolga competenze in botanica, fisiologia vegetale, ecologia, pedologia, agronomia, arboricoltura, fitopatologia, climatologia e gestione del territorio. Le professionalità coinvolte devono possedere una formazione coerente con le responsabilità che assumono: laureati e professionisti con specifiche competenze scientifiche e tecniche nel campo della vegetazione, del suolo e dell’ambiente.
Questo principio dovrebbe essere particolarmente evidente quando si interviene sul verde pubblico. Una decisione amministrativa o progettuale relativa a un albero, a un’aiuola, a un parco o a una superficie permeabile non riguarda infatti soltanto l’estetica dello spazio urbano: riguarda organismi viventi, biodiversità, suolo, ciclo dell’acqua, microclima, qualità dell’aria, salute pubblica e sicurezza dei cittadini.
Il problema nasce quando, su questi temi, prevale il fenomeno del “tuttologo”: persone che, pur non possedendo una formazione specifica, intervengono indistintamente su botanica, fisiologia vegetale, arboricoltura, suolo, ecologia e gestione del verde, producendo opinioni presentate come competenze. Il risultato non è una maggiore partecipazione al dibattito, ma spesso confusione tra opinione, sbagliata, e conoscenza scientifica, con conseguenze concrete sulla qualità delle decisioni e sull’opinione pubblica che non avendo conoscenze adeguate sente le campane sbagliate.
Avere un’opinione è legittimo. Presentare un’opinione come competenza professionale, invece, è un’altra cosa. La gestione degli organismi viventi richiede conoscenza, studio, esperienza e responsabilità.
È necessario, quindi, recuperare un principio apparentemente semplice, ma oggi troppo spesso dimenticato: ognuno dovrebbe tornare a fare il proprio mestiere.
La multidisciplinarità è fondamentale, ma non significa che tutti sappiano fare tutto. Significa, al contrario, mettere in relazione competenze diverse e specialistiche, riconoscendo i limiti della propria preparazione e affidandosi, quando necessario, a chi possiede le conoscenze appropriate.
Una città che vuole affrontare seriamente il cambiamento climatico, le isole di calore, la perdita di biodiversità, la scarsità d’acqua e il crescente rischio di eventi meteorici estremi non può permettersi una gestione del verde basata sull’improvvisazione. Servono progettazione, dati, monitoraggio, competenza e manutenzione qualificata.
Le piante non sono arredi urbani da sostituire quando diventano scomodi o da potare secondo necessità contingenti. Sono infrastrutture biologiche viventi, capaci di fornire ombra, raffrescamento, regolazione del ciclo idrologico, stoccaggio del carbonio, habitat per la fauna, connessioni ecologiche e numerosi altri servizi ecosistemici.
Riconoscere questo significa riconoscere anche il valore delle professionalità che se ne occupano.
Perché il verde urbano non ha bisogno di tuttologi. Ha bisogno di competenza.
*Ornitologa, dottoressa Forestale




