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«Non ci sono prove»: Amore e Assini escono dall’inchiesta sui presunti affari della camorra in Maremma

Erano finiti nella maxi indagine della Dda di Firenze sui presunti investimenti riconducibili alla galassia dei Casalesi. Al centro della loro posizione quattro immobili di pregio a Terrarossa, all’Argentario. Il giudice: nessuna prova dell’intestazione fittizia né che l’operazione abbia agevolato i reati contestati a Francesco Fabozzo
La camorra a Grosseto, chiuse le indagini su un imprenditore e su due società

MONTE ARGENTARIO. Quando l’inchiesta era diventata pubblica, alla fine del 2023, il quadro tracciato dagli investigatori era pesantissimo: società, prestanome, denaro, immobili e presunti investimenti, con sullo sfondo il nome del clan dei Casalesi e un patrimonio immobiliare all’Argentario del valore di oltre due milioni di euro.

In quell’indagine erano finiti anche Patrizio Amore e Andrea Assini. MaremmaOggi ne aveva dato conto allora, spiegando quale fosse l’ipotesi della Procura di Firenze: Assini sarebbe stato il prestanome della Edilizia Terrarossa srl, società che secondo l’accusa sarebbe stata invece riconducibile di fatto ad Amore, e alcuni immobili della società sarebbero entrati in un’operazione con Francesco Fabozzo, uno dei personaggi centrali dell’inchiesta.

Quella ricostruzione, però, per Amore e Assini non ha retto all’udienza preliminare.

Il giudice del tribunale di Firenze Sara Farini ha pronunciato sentenza di non luogo a procedere nei confronti di entrambi perché gli elementi acquisiti durante le indagini non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna.

Una decisione che cambia radicalmente il quadro per i due imputati e che permette anche di rileggere, a distanza di quasi tre anni, uno dei capitoli dell’inchiesta che aveva fatto più rumore in Maremma.

L’inchiesta che portava fino all’Argentario

Per capire il peso della sentenza bisogna tornare al novembre 2023

MaremmaOggi aveva raccontato la chiusura delle indagini su quello che gli investigatori ritenevano un sistema di società e movimentazioni finanziarie che ruotava attorno a Francesco Fabozzo, imprenditore originario di Casaluce e residente a Marina di Grosseto, e a Vincenzo Ferri, detto “O’ Califfo”, che secondo la Procura di Firenze era vicino ai Casalesi.

Il collegamento con Ferri e le contestazioni relative alla criminalità organizzata avevano portato il fascicolo nelle mani della Dda e della Procura di Firenze. L’indagine riguardava diversi soggetti e una pluralità di contestazioni: autoriciclaggio, intestazioni fittizie, fatture per operazioni inesistenti e altre ipotesi di reato.

Dentro quel mosaico c’era anche un capitolo che portava direttamente a Monte Argentario, in località Poggio Frati, a Terrarossa.

Ed è esclusivamente su questo capitolo che riguardava Amore e Assini che oggi la sentenza consente di mettere un punto fermo.

Le ville di Terrarossa al centro dell’accusa

L’ipotesi accusatoria era complessa.

Secondo il capo d’imputazione, Francesco Fabozzo, in concorso con Amore e Assini, avrebbe attribuito fittiziamente alla società Terrarossa srl la proprietà di alcuni immobili che sarebbero stati invece riconducibili ad Amore.

L’obiettivo ipotizzato dagli inquirenti era quello di eludere la normativa sulle misure di prevenzione patrimoniale e agevolare la commissione di reati contestati separatamente a Fabozzo.

Al centro della vicenda c’erano quattro appartamenti a uso civile, situati a Monte Argentario, in località Poggio Frati, via Terrarossa, acquistati di fatto attraverso una scrittura privata del 3 agosto 2019.

Secondo l’accusa, quegli immobili avrebbero dovuto essere trasferiti a Fabozzo come prezzo e compenso per lavori eseguiti in appalto dalla Delfa per conto di Terrarossa, lavori che però non sarebbero stati trasferiti alla proprietà di Fabozzo e della Delfa perché l’operazione non era mai stata formalizzata.

Era questo il nodo che aveva portato Amore e Assini dentro una delle inchieste giudiziarie più delicate arrivate negli ultimi anni in Maremma.

Le intercettazioni raccontavano una trattativa. Ma non provano l’accusa

Nelle motivazioni della sentenza il giudice parte proprio dal materiale raccolto durante le indagini.

Le intercettazioni telefoniche, scrive il tribunale, raccontano effettivamente dell’esistenza di accordi tra Fabozzo e i referenti della società e di una trattativa relativa alle ville.

In alcune conversazioni Fabozzo parla degli immobili come se fossero ormai nella sua disponibilità. Il 17 marzo 2020, conversando con Paolo Masi, sostiene che alcune ville sarebbero diventate «loro»; nelle conversazioni successive torna sulla necessità di definire l’operazione e sui lavori di manutenzione del complesso.

Ma è proprio seguendo fino in fondo quelle telefonate che, secondo il giudice, emerge un quadro molto meno lineare di quello ipotizzato inizialmente.

Fabozzo chiede di organizzare incontri, parla della necessità di trovare un compromesso e della possibilità di avere un titolo che gli consentisse di «andare a parlare». Amore, dal canto suo, spiega che la situazione deve essere definita e che il compromesso avrebbe dovuto rispecchiare quanto concordato.

Insomma, una trattativa c’era. Ma una trattativa, da sola, non dimostra l’intestazione fittizia.

Il compromesso, i 33mila euro e quei passaggi mai conclusi

Le motivazioni entrano poi nei dettagli della compravendita. 

Dalle conversazioni emerge che nel giugno 2020 Amore contattò il proprio legale parlando della vendita, spiegando che l’atto notarile era stato rinviato al 30 settembre per consentire di sistemare la documentazione urbanistica e che i signori Fioriti avrebbero dovuto depositare una caparra di 33mila euro.

Amore chiedeva inoltre che venissero completati i documenti necessari per arrivare alla vendita e faceva riferimento anche ai lavori che Fabozzo avrebbe dovuto controllare.

Nel dicembre dello stesso anno, però, Fabozzo si lamentava ancora con il proprio avvocato della mancata definizione dell’accordo per il trasferimento delle ville.

Ed è un particolare importante, perché dimostra che ancora molto tempo dopo l’inizio delle conversazioni l’operazione non si era perfezionata.

Il valore delle ville: 720mila euro ciascuna

Anche la documentazione acquisita dalla guardia di finanza è diventata determinante.

Durante una verifica alla Delfa Costruzioni era stata trovata una scrittura privata del 3 agosto 2019 tra Edilizia Terrarossa, Effe2 Costruzioni e Delfa Costruzioni.

Da quel documento risultava che i lavori effettuati erano stati regolarmente pagati.

Tre delle ville coinvolte nell’accordo avevano un valore indicato di 720mila euro ciascuna, Iva esclusa, e su ogni immobile avrebbe dovuto gravare una quota di mutuo di 470mila euro, con contestuale cancellazione attraverso il pagamento o mediante compensazione.

Nell’accordo compariva inoltre un villino a Marina di Velca, nel comune di Tarquinia, che Edilizia Terrarossa si impegnava a trasferire alla Delfa entro il 31 dicembre 2021 per 250mila euro.

Numeri importanti. Ma proprio la verifica dei pagamenti diventa uno degli elementi sui quali si fonda la decisione del giudice.

«Manca la prova»

È qui che la sentenza arriva al cuore della questione. Il tribunale infatti scrive che manca la prova sia dell’intestazione fittizia delle ville alla società Terrarossa sia che quella intestazione abbia in qualche modo agevolato Fabozzo nella commissione dei reati che gli erano contestati.

Non solo.

La guardia di finanza, nell’annotazione conclusiva, aveva indicato un corrispettivo complessivo dichiarato per le vendite di 2 milioni e 160mila euro, oltre Iva, cioè 720mila euro per ciascun appartamento.

Ma dalle indagini, scrive il giudice, non risultavano individuate concretamente le modalità di pagamento degli immobili, né attraverso un effettivo versamento della quota di prezzo né mediante compensazione.

E il trasferimento immobiliare, soprattutto, non si è mai perfezionato.

Il giudice: non si può prevedere una condanna

C’è poi un passaggio giuridicamente ancora più significativo. Il tribunale ricorda che Francesco Fabozzo aveva già riportato una condanna definitiva per altri reati di criminalità organizzata, ma sottolinea che questo elemento non basta per dimostrare che l’operazione delle ville fosse finalizzata a eludere misure di prevenzione patrimoniale.

Non risultava, secondo la sentenza, che all’epoca fosse stato avviato nei confronti di Fabozzo un procedimento di prevenzione.

E soprattutto non è stato possibile stabilire con sufficiente precisione quale utilità concreta avrebbe prodotto il passaggio degli immobili, né come esso avrebbe potuto agevolare i reati ipotizzati, visto che non c’era stato alcun trasferimento di proprietà e nessun versamento di denaro tra le società coinvolte.

Da qui la conclusione.

Il quadro probatorio, scrive il giudice, è «caratterizzato da molteplici lacune» e appare «alquanto contraddittorio». In queste condizioni, portare Amore e Assini a processo avrebbe significato avviare un dibattimento destinato, secondo la valutazione del gup, a concludersi con una pronuncia assolutoria.

Per Amore e Assini il processo finisce qui

Il dispositivo è quindi netto: non luogo a procedere nei confronti di Patrizio Amore e Andrea Assini, perché gli elementi raccolti durante le indagini non consentono una ragionevole previsione di condanna.

È importante anche precisare che la decisione riguarda la loro specifica posizione e questo specifico capo d’imputazione. La stessa sentenza ricorda infatti che il procedimento originario coinvolgeva più persone, alcune delle quali hanno seguito riti differenti, mentre per altre posizioni si è proceduto separatamente.

Quasi tre anni fa, quando MaremmaOggi raccontò l’inchiesta, Amore e Assini comparivano dentro un quadro investigativo nel quale si parlava di presunti prestanome, società schermate e immobili milionari all’Argentario, nell’ambito di un’indagine molto più vasta che arrivava fino ai presunti interessi dei Casalesi.

Oggi, per loro, quel capitolo si chiude in modo completamente diverso.

Perché quando le ipotesi formulate all’inizio dell’indagine sono state messe davanti agli elementi raccolti e alla domanda decisiva dell’udienza preliminare – ci sono prove sufficienti per sostenere ragionevolmente un’accusa in un processo? – la risposta del giudice è stata no.

E per Patrizio Amore e Andrea Assini il processo non comincerà.

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