GROSSETO. West Nile e Dengue in Maremma e Valdicornia sono diventati, nell’estate 2026, molto più che due nomi da bollettino sanitario. Cinque pazienti colpiti dalla West Nile sono arrivati all’ospedale Misericordia di Grosseto. Uno è stato dimesso. Gli altri quattro sono in rianimazione, dopo aver sviluppato le forme più gravi dell’infezione.
Poco più a nord, intanto, sulla costa tra Piombino e Baratti, è esploso il più importante focolaio di Dengue mai registrato in Toscana. I casi autoctoni sono saliti a 22: tutte persone che avevano frequentato quell’area nel mese di agosto. Nessuna ha avuto bisogno del ricovero ospedaliero. Il bollettino dell’Istituto superiore di sanità aggiornato all’8 settembre ne aveva già consolidati 20 nel focolaio livornese; nelle ore successive il numero comunicato dalla Regione al Ministero della Salute è salito a 22.
Due virus diversi. Due zanzare diverse. Due meccanismi di trasmissione profondamente differenti. Eppure c’è un filo sottile che unisce queste storie e attraversa secoli di vita della Maremma. La zanzara.
Proprio qui, nella terra che per generazioni ha convissuto con la malaria, le malattie trasmesse dai vettori sono tornate al centro dell’attenzione sanitaria.
La malaria non è tornata. È necessario dirlo subito. E sarebbe scientificamente sbagliato sovrapporre malaria, Dengue e West Nile. Ma ciò che sta accadendo nell’estate del 2026 racconta qualcosa di importante: il rapporto fra uomini, ambiente, zanzare e agenti infettivi continua a cambiare.
E la Maremma, che alla fine dell’Ottocento fu uno dei grandi laboratori della lotta alla malaria, è un luogo straordinario dal quale osservare questo cambiamento.
West Nile, cinque casi a Grosseto: quattro pazienti sono in rianimazione
Dall’inizio della stagione estiva sono 17 i casi autoctoni di West Nile Virus confermati nei territori dell’Asl Toscana sud est: 12 in provincia di Arezzo e cinque in provincia di Grosseto.
Dopo le notifiche, il Dipartimento di prevenzione ha avviato le inchieste epidemiologiche per ricostruire i luoghi più probabili di esposizione e ha rafforzato la ricerca e l’eliminazione dei focolai larvali.
I cinque pazienti grossetani sono stati ricoverati al Misericordia. Uno è stato dimesso. Gli altri quattro hanno avuto bisogno della rianimazione.
A spiegare che cosa sta accadendo è Cesira Nencioni, responsabile del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Misericordia di Grosseto.
«La maggior parte dei casi di West Nile decorre in maniera asintomatica – spiega –. Una percentuale che sarà intorno al 20-25% può avere febbre, mal di testa, vomito, linfoadenopatie o un rash cutaneo. In genere, però, va via da sola».
Poi ci sono le forme rare e molto più serie. «C’è tutto il gruppo delle persone che sviluppano la forma neuroinvasiva, che è grave, soprattutto nelle persone anziane e in quelle debilitate. Sono sintomi di meningoencefalite. Ma i sintomi più gravi si manifestano raramente, in meno dell’1% dei casi in generale».
Ed è proprio ciò che è accaduto ad alcuni dei pazienti arrivati a Grosseto. «Sono un po’ quelle che abbiamo avuto noi – racconta Nencioni –. Tranne uno che è stato dimesso e ha avuto un’evoluzione benigna, gli altri sono finiti in rianimazione. Hanno bisogno anche di un’assistenza respiratoria e possono essere forme mortali».
«Era qualcosa che ci potevamo aspettare»
La presenza della West Nile può impressionare chi non è abituato a confrontarsi con queste infezioni. Molto meno chi le sorveglia da anni.
«Era una cosa che ci si poteva aspettare – dice Nencioni –. È una sorveglianza che comunque viene fatta da anni. Ed è proprio con la sorveglianza che si mettono in evidenza queste cose».
C’è infatti un elemento decisivo: una parte enorme delle infezioni non dà sintomi.
«È la sensibilizzazione del medico di pronto soccorso, del medico di medicina generale e dello specialista che permette di evidenziare i casi. C’è la sorveglianza perché c’è l’ambiente adatto, perché c’è la zanzara».
Anche la capacità diagnostica è cambiata. «Arriva un paziente in pronto soccorso con la febbre e normalmente si fa anche il cosiddetto pannello arbovirosi. Anche se ha solo la febbre. Si cercano di più e si trovano di più, è chiaro».
La West Nile, però, non si trasmette normalmente da una persona all’altra.
Il virus circola soprattutto tra uccelli selvatici e zanzare, in particolare quelle del genere Culex. L’uomo e il cavallo possono infettarsi e ammalarsi, ma sono considerati ospiti terminali del ciclo epidemiologico. Per questo l’Asl ha intensificato non soltanto la sorveglianza umana, ma anche quella sui cavalli e sull’avifauna.
«Il West Nile è trasmesso in genere dalla zanzara che abbiamo qui da anni, la Culex – spiega Nencioni –. Sono quelle che pungono dall’imbrunire in poi. Solo raramente l’albopictus può essere il vettore. Quindi prevalentemente Culex per quanto riguarda il West Nile».
A Piombino un’altra zanzara e un altro virus
Poche decine di chilometri più a nord, invece, la storia è completamente diversa.
Il focolaio di Dengue tra Piombino e Baratti ha raggiunto 22 casi autoctoni. La Regione si trova così a fronteggiare il più importante cluster mai registrato in Toscana e, in questo momento, il più grande focolaio attivo di Dengue segnalato in Italia. Tutti i malati avevano frequentato in agosto la stessa zona della costa.
Alcuni vivono nel Pisano, altri a Firenze, Bagno a Ripoli, in Mugello, nel Pratese o nel Pistoiese. È per questo che gli interventi di disinfestazione sono stati attivati anche molto lontano da Baratti.
Il bollettino nazionale dell’ISS aggiornato all’8 settembre contava 265 casi di Dengue in Italia, dei quali 24 autoctoni. Venti appartenevano già al focolaio della provincia di Livorno e quattro a un secondo focolaio in provincia di Lecce.
«La Dengue è tutta un’altra malattia – sottolinea Nencioni – e il focolaio che c’è stato è un focolaio piuttosto importante».
Cambia anche la protagonista. «È trasmessa essenzialmente dall’Aedes albopictus, la zanzara tigre, quella con le strisce sul corpo. Quella che punge praticamente quasi tutto il giorno, non soltanto la sera».
La Dengue non passa direttamente da una persona all’altra. Una zanzara deve pungere una persona che ha il virus nel sangue, infettarsi e successivamente trasmetterlo con un’altra puntura. L’ISS indica una fase di viremia nell’uomo di alcuni giorni durante la quale questo passaggio può avvenire.
Per il focolaio toscano, la ricostruzione epidemiologica è quella di una persona infettatasi all’estero e mai individuata, arrivata sulla costa mentre aveva ancora il virus nel sangue. Da lì sarebbe partita la catena di trasmissione attraverso le zanzare tigre locali. Si tratta della ricostruzione più probabile, non dell’identificazione di un “paziente zero” certo.
Un virus arrivato da lontano aveva trovato qui una zanzara capace di trasmetterlo. Ed è proprio questa frase a portare la storia indietro nel tempo. Molto indietro.
Quando Grosseto d’estate scappava dalla malaria
Per secoli, in Maremma, la domanda non era come impedire a un virus arrivato dall’altro capo del mondo di incontrare una zanzara. Era come sopravvivere alla stagione della malaria. La malattia condizionò lo sviluppo della pianura, il lavoro agricolo, gli spostamenti della popolazione e perfino il funzionamento dello Stato.
Chi aveva i mezzi necessari cercava di lasciare le aree più pericolose durante l’estate. Chi non poteva farlo – braccianti, lavoratori stagionali, poveri – rimaneva esposto.
La fuga divenne persino istituzionale. Era l’estatatura, il trasferimento estivo degli uffici pubblici e dei dipendenti da Grosseto verso località considerate più salubri, soprattutto Scansano.
Non era una curiosa villeggiatura amministrativa. Era il segno di un territorio nel quale, durante alcuni mesi dell’anno, persino lo Stato riteneva necessario andarsene. La svolta formale arrivò il 20 luglio 1897, con la legge numero 321. A firmarla fu il deputato pisano Ettore Socci, eletto nel collegio di Grosseto, a cui la città ha dedicato una piazza e un busto, a metà di corso Carducci.

Il primo articolo stabiliva: «È abolita l’estatatura della città di Grosseto». Il secondo cancellava dal bilancio statale le spese sostenute per trasferire gli uffici durante l’estate.
Grosseto voleva finalmente restare una città anche durante la stagione delle febbri, ma la malaria non era affatto scomparsa.

1899, Robert Koch arriva a Grosseto
Appena due anni più tardi, nel 1899, arrivò in Maremma uno degli uomini destinati a cambiare la storia della medicina: Robert Koch, futuro premio Nobel e uno dei padri della microbiologia. Grosseto divenne il suo laboratorio a cielo aperto, anche se poi lavorò e studio nel vecchio ospedale di via Saffi, ora demolito in larga parte.

All’inizio della permanenza i nuovi casi erano pochi. Poi, con l’avanzare dell’estate, la situazione cambiò rapidamente.
Koch poté osservare e in gran parte trattare circa 500 casi di malaria durante la sua esperienza grossetana. Il 15 agosto scrisse di essere estremamente soddisfatto del lavoro perché aveva avuto la possibilità di seguire moltissimi casi fin dall’inizio dell’infezione. Ma a impressionarlo fu anche il comportamento della popolazione.
In una lettera del 5 giugno 1899 annotò che la principale misura adottata dagli abitanti di Grosseto contro la malaria era ancora la fuga: quando la malattia esplodeva, chi poteva permetterselo lasciava la città. Secondo la sua descrizione, durante la stagione più difficile rimaneva appena un decimo degli abitanti, e nonostante questo l’ospedale si riempiva.
Due anni prima una legge aveva abolito l’estatatura, ma nella vita reale si continuava ancora a scappare dalla malaria.
Il 10 agosto 1899, giorno di San Lorenzo, il Comune di Grosseto consegnò a Koch un riconoscimento per il lavoro svolto in Maremma.
Questa terra stava passando dall’essere una delle vittime della malaria a diventare uno dei luoghi nei quali la medicina moderna imparava a combatterla.
Non era l’aria delle paludi
Per secoli il nome stesso della malattia aveva raccontato un errore: la “mal aria”, l’aria cattiva che si pensava provenisse dalle paludi. Alla fine dell’Ottocento la scienza stava finalmente comprendendo la realtà.
La malaria non è un virus. È causata da parassiti del genere Plasmodium e necessita di determinate zanzare del genere Anopheles per passare da una persona all’altra.
In Maremma Koch lavorò anche in relazione con Bartolomeo Gosio, protagonista delle campagne sanitarie contro la malaria e autore nel 1900 di un lavoro interamente dedicato alla situazione grossetana.
Il problema non era più soltanto prosciugare paludi e trasformare il territorio. Bisognava individuare i malati, curarli, ridurre il serbatoio umano del parassita, controllare le zanzare e organizzare una sorveglianza sanitaria.
Quello che per generazioni era sembrato quasi un destino geografico cominciava a essere trattato come ciò che realmente era: una malattia infettiva che poteva essere combattuta.
Dal 1900 al 1907, i casi in ospedale crollano del 90%
A raccontare la portata della trasformazione sono alcuni numeri impressionanti. Li riportò Luigi Einaudi, parlando della diffusione del chinino di Stato.
Nel 1900 all’ospedale di Grosseto furono curati 1.696 casi di malaria. Nel 1901 erano 1.219. Nel 1902, 904. Nel 1905, 643. Nel 1906, 217. Nel 1907 appena 168. Un crollo di oltre il 90% in sette anni.
Einaudi osservava contemporaneamente che la provincia di Grosseto aveva registrato la più forte riduzione del consumo pro capite di chinino, da 1,80 a 1,32 grammi, e attribuiva il dato alla diminuita intensità della malaria.
Già nei primi anni della distribuzione pubblica, Grosseto figurava tra le province dove il chinino di Stato veniva utilizzato in quantità importanti: 65 chilogrammi nella fase iniziale documentata da Einaudi.
Sarebbe però sbagliato attribuire la sconfitta della malaria soltanto al chinino. Servirono decenni di bonifiche e trasformazioni del territorio, miglioramento delle abitazioni e delle condizioni di vita, diagnosi e cura dei malati, campagne di prevenzione e poi una lotta sistematica ai vettori.
Nel dopoguerra arrivò la fase decisiva dell’eradicazione. Nel 1970 l’Italia venne ufficialmente dichiarata libera dalla malaria. Sembrava la fine della storia, ma non lo era completamente.
La malaria è scomparsa. Le Anopheles no
Eradicare la malaria, infatti, non significò cancellare dalla Maremma tutte le zanzare che erano state capaci di trasmetterla. Dopo la campagna di eradicazione del 1947-1951, Anopheles labranchiae, uno dei principali vettori storici della malaria maremmana, diminuì drasticamente.
Poi cominciò lentamente a ricolonizzare il territorio.
Uno studio durato dal 2005 al 2009 scelse proprio la pianura maremmana per valutare il rischio di una possibile reintroduzione della malaria in Italia. Anopheles labranchiae risultò ancora presente in tutti i siti selezionati e raggiungeva densità particolarmente elevate nelle aree risicole. A Principina, accanto alle risaie, rappresentava oltre il 96% delle Anopheles del complesso analizzato in quel sito.

La distinzione è essenziale. Avere la zanzara non significa avere la malaria. La ricerca concludeva infatti che il potenziale complessivo di ritorno della malattia in Maremma restava molto basso, pur raccomandando di mantenere la sorveglianza epidemiologica ed entomologica.
Ma che cosa può accadere quando il parassita arriva dall’esterno? La Maremma lo scoprì nel 1997.
«Nel 1997 abbiamo avuto un caso di malaria autoctona a Grosseto»
A ricordarlo spontaneamente è proprio Cesira Nencioni. «Non so se ti ricordi, ma noi abbiamo avuto un caso di malaria autoctona nel ’97 a Grosseto». Quel caso fu studiato e pubblicato su The Lancet.
Nell’agosto del 1997 una donna che non aveva viaggiato in zone malariche sviluppò un’infezione da Plasmodium vivax. Viveva in un’area rurale nella quale erano presenti Anopheles labranchiae autoctone.
Partì un’indagine ambientale entro un raggio di tre chilometri dalla sua abitazione. Vennero raccolte zanzare adulte e larve e furono intervistate circa 200 persone alla ricerca di qualcuno che potesse avere il parassita nel sangue.
Gli investigatori trovarono una bambina di sette anni arrivata dall’India. Pochi giorni dopo l’arrivo aveva avuto una malattia febbrile e, tre mesi più tardi, aveva ancora Plasmodium vivax nel sangue. Nessuna delle zanzare raccolte durante l’indagine risultò infetta.
Ma la conclusione degli studiosi fu che il caso della donna fosse verosimilmente dovuto a zanzare Anopheles locali infettatesi con un Plasmodium introdotto dall’estero. Non era tornata la malaria endemica. Il parassita era arrivato da lontano. La zanzara capace di trasmetterlo, però, era già qui.
E nel 2024 un altro caso, rimasto senza spiegazione
Poi c’è una storia ancora più recente. Nell’agosto del 2024, nell’area grossetana, venne diagnosticata una grave malaria da Plasmodium falciparum in un paziente italiano che non aveva viaggiato in Paesi dove la malattia è endemica e nel quale non erano emersi altri fattori di rischio.
Lo studio scientifico sul caso è stato pubblicato nel 2026. Tra gli autori compare anche Cesira Nencioni.
Il paziente aveva una parassitemia del 10%, fu trattato immediatamente con artesunato per via endovenosa e migliorò. Ma l’origine dell’infezione non venne chiarita. Per questo gli studiosi l’hanno definita una malaria “criptica”, cioè un caso non importato la cui modalità di acquisizione è rimasta sconosciuta.
Non possiamo quindi affermare che nel 2024 il Plasmodium falciparum sia stato trasmesso da una zanzara maremmana. La scienza non lo ha dimostrato.
Gli autori, però, ricordano ancora una volta che la Maremma resta un’area storicamente ricettiva, proprio per la presenza residua di Anopheles labranchiae.
Il clima allunga la finestra favorevole
Ed è qui che la storia della malaria finisce per incontrare uno dei grandi temi del presente. Lo studio condotto nella pianura maremmana tra il 2005 e il 2009 confrontò le condizioni climatiche con quelle del periodo 1961-1990.
Il risultato fu che la finestra climatica teoricamente favorevole allo sviluppo dei parassiti della malaria nelle zanzare risultava più lunga di circa un mese: per Plasmodium vivax l’inizio delle condizioni favorevoli passava da maggio ad aprile, per Plasmodium falciparum da giugno a maggio.
Non significa che in quei mesi si trasmettesse malaria in Maremma. Significa che le temperature potenzialmente compatibili con il ciclo del parassita nella zanzara duravano più a lungo.
È un tema che ritorna anche nelle parole di Nencioni. «Io credo che la globalizzazione porti anche a questo, al ritorno di vecchie malattie – dice –. In questi ultimi anni ne vediamo, ma è aumentata anche la sensibilizzazione».
E poi aggiunge il clima. «Ci si rende conto che la globalizzazione e il cambiamento climatico, con queste stagioni che non sono più stagioni definite, ma fanno quasi un tutt’uno. Non si chiude mai un ciclo. Si passa dalla stagione piovosa al caldo estremo».
Il cambiamento climatico non “porta” da solo Dengue, West Nile o malaria. Servono l’agente infettivo, una zanzara competente, condizioni ambientali adatte e la possibilità che i due si incontrino.
Ma stagioni calde più lunghe possono modificare il periodo nel quale le zanzare sono attive e nel quale alcuni patogeni possono completare il proprio ciclo nel vettore.
Tre malattie, tre zanzare, tre storie diverse
Ed è proprio per questo che bisogna evitare qualsiasi confusione.
La malaria è provocata da parassiti del genere Plasmodium e viene trasmessa dalle Anopheles.
La Dengue è causata da un virus. In Italia la trasmissione locale può essere sostenuta dalla zanzara tigre, Aedes albopictus.
La West Nile è provocata da un altro virus ancora e il suo ciclo naturale coinvolge soprattutto gli uccelli e le zanzare Culex.
Tre malattie profondamente diverse. Tre storie epidemiologiche differenti. Ma la stessa domanda di fondo: che cosa succede quando un agente infettivo incontra sul territorio un vettore capace di trasmetterlo?
La Maremma conosce quella domanda da più di un secolo.
Oggi la battaglia comincia anche da un sottovaso
Le armi del 2026 non sono quelle di Koch e Gosio.
Per West Nile non esiste una terapia antivirale specifica per l’uomo: nelle forme cliniche la terapia è essenzialmente di supporto. Per questo una parte fondamentale della prevenzione consiste nell’evitare le punture e ridurre i luoghi nei quali le zanzare possono riprodursi.
«Bisogna evitare che le zanzare ci pungano – spiega Nencioni –. Pantaloni lunghi, camicie con le maniche lunghe, soprattutto nei momenti in cui la Culex punge di più, cioè all’alba e al tramonto. Usare repellenti e, se possibile, le zanzariere alle finestre».
Poi c’è quello che può fare ogni cittadino. «Non bisogna lasciare acqua sul fondo dei vasi o in altri contenitori. Anche l’acqua delle ciotole dove bevono gli animali va cambiata spesso in modo da evitare la deposizione delle uova. E se ci sono delle piscinette vanno svuotate e tenute in modo che non si creino serbatoi d’acqua dove poi queste zanzare si riproducono».
L’Asl Toscana sud est ha rafforzato l’eliminazione dei focolai larvali e i trattamenti nei ristagni non rimovibili. Gli eventuali interventi straordinari contro le zanzare adulte saranno valutati in base all’evoluzione epidemiologica.
Centoventisette anni dopo l’arrivo di Robert Koch, combattere le malattie trasmesse dalle zanzare significa ancora sorvegliare, diagnosticare, prevenire e interrompere le catene di trasmissione.
Gli strumenti sono cambiati enormemente. Il principio molto meno.
La Maremma non è tornata indietro di cent’anni
La Maremma del 2026 non è quella del 1899. La malaria non è tornata. Ma nemmeno il mondo delle malattie infettive è rimasto fermo.
Oggi una persona può attraversare il pianeta in poche ore mentre ha ancora un virus nel sangue. Una zanzara arrivata in Europa decenni fa, come la tigre, è ormai stabilmente insediata. Le vecchie Anopheles della malaria maremmana non sono scomparse completamente. E le condizioni ambientali possono prolungare i periodi durante i quali questi insetti sono attivi.
Dall’altra parte, però, la capacità di sorvegliare quello che accade non è mai stata così grande. «È aumentata la sensibilizzazione», sottolinea Nencioni.
E per chi lavora ogni giorno nelle malattie infettive questo significa continuare a studiare. «È una cosa che per un infettivologo stimola molto – conclude –. Ti spinge ad approfondire, a studiare, a cercare soluzioni. Devi continuamente aggiornarti, leggere pubblicazioni, parlare con colleghi in Italia e non solo. È molto stimolante come disciplina, le malattie infettive, in questo periodo».
Forse è proprio questa la lezione che arriva da una terra che per secoli ha vissuto con la malaria e poi è riuscita a sconfiggerla.
Le malattie cambiano. I vettori cambiano. Cambiano le condizioni nelle quali possono circolare.
La Maremma non è tornata indietro di cent’anni. È il mondo delle malattie trasmesse dalle zanzare che sta cambiando intorno a lei.






