CAPALBIO. Il confine tra Toscana e Lazio sulla carta c’è. Nel paesaggio no. E per capire perché la Regione Toscana abbia deciso di fermare l’impianto agrivoltaico progettato nelle campagne di Capalbio, a poche centinaia di metri dal Giardino dei Tarocchi, bisogna allargare lo sguardo molto oltre i terreni sui quali sarebbero stati installati i pannelli.
Bisogna arrivare almeno a dieci chilometri.
È quello che la stessa Regione ha chiesto di fare durante il procedimento autorizzativo, quando ha ritenuto insufficiente la prima analisi degli impatti cumulativi limitata a un raggio di cinque chilometri. Una richiesta alla quale Sofonisba Solare, la società proponente, ha risposto producendo una nuova mappa degli impianti fotovoltaici e agrivoltaici esistenti, autorizzati o interessati da procedimenti nell’area vasta.
Una mappa che mostra una concentrazione particolarmente evidente spostandosi verso est, in direzione di Montalto di Castro e quindi del Lazio, ma sulla quale proponente ed enti sono arrivati a conclusioni profondamente differenti.
Per Sofonisba l’impatto cumulativo del nuovo impianto sarebbe rimasto “basso” anche nell’ipotesi di realizzazione di tutti i progetti censiti. Al termine dell’istruttoria, invece, negli atti pubblici compaiono espressioni molto diverse: “distretto territoriale saturo”, rischio di “snaturazione dei territori”, trasformazione in “distretto energetico” e possibili conseguenze sul tessuto economico e sociale della Maremma.
È questo il quadro che accompagna la decisione della giunta regionale che, il 31 agosto, ha espresso giudizio negativo di compatibilità ambientale sull’impianto “Capalbio”.
Dai 33mila pannelli del primo progetto ai 21mila finali
Il progetto presentato da Sofonisba Solare Srl interessava un’area agricola complessiva di circa 43,78 ettari, lungo la via Pescia Fiorentina-Chiarone, nella parte meridionale del territorio di Capalbio e a ridosso del confine regionale. La configurazione originaria prevedeva 33.768 moduli fotovoltaici installati su strutture a inseguimento solare, per una potenza superiore a 22 MWp.
Il progetto, però, nel corso dell’iter è stato profondamente modificato.
Dopo le osservazioni emerse nell’istruttoria, Sofonisba ha eliminato 12.432 pannelli, portandoli a 21.336. La potenza è scesa a circa 14,5 MWp e la superficie effettivamente coperta dai moduli si è ridotta da oltre 9 ettari a circa 5,7 ettari.
Anche la disposizione è stata cambiata. Al posto di una presenza più compatta, il progetto finale proponeva una configurazione “a mosaico”, con blocchi di pannelli separati da aree agricole, siepi, alberature e spazi destinati anche al pascolo ovino.
Una riduzione consistente, quindi, accompagnata da un tentativo di aumentare l’integrazione dell’impianto con l’attività agricola e con il paesaggio, ma non è bastato.
Il primo studio guarda a 5 chilometri
Uno dei punti più interessanti dell’intero procedimento riguarda gli impatti cumulativi, cioè non l’effetto prodotto dal solo impianto di Sofonisba, ma quello derivante dalla sua presenza insieme agli altri impianti energetici esistenti o progettati nel territorio circostante. La prima analisi prendeva in considerazione una fascia di 5 chilometri.
In quella ricognizione venivano individuati quattro impianti fotovoltaici esistenti, tutti relativamente piccoli: 0,35, 0,39, 0,42 e 1,65 ettari, per complessivi 2,81 ettari, oltre a un ulteriore impianto autorizzato ma non ancora realizzato.
Nella successiva versione aggiornata della relazione il proponente indica invece cinque piccoli impianti fotovoltaici realizzati entro i cinque chilometri, tutti con potenza singola inferiore a un megawatt, oltre a un impianto fotovoltaico di grande taglia in corso di autorizzazione, collocato a circa quattro chilometri.
Gli elaborati presentano dunque una differenza nel numero degli impianti esistenti censiti nelle diverse fasi. Ma il punto sostanziale non cambia: nella fascia più vicina, secondo Sofonisba, non emergeva una concentrazione tale da rendere incompatibile il nuovo progetto. La Regione, però, chiede di guardare più lontano.
«Cinque chilometri non bastano», la Regione fa allargare la mappa
Nel parere del settore regionale competente in materia di paesaggio del 28 giugno 2024 viene contestata proprio l’ampiezza dell’analisi. Limitare lo studio ai cinque chilometri, secondo la Regione, finisce per «eludere l’effetto dello scenario cumulativo sull’area vasta». Viene quindi chiesto al proponente di estendere la ricognizione fino a 10 chilometri.
Perché aumentando il raggio, secondo le valutazioni regionali, gli impianti esistenti, autorizzati o in autorizzazione risultano in numero maggiore e con estensioni molto significative.
Sofonisba accoglie la richiesta e rifà lo studio.
Nasce così una delle carte più interessanti dell’intero procedimento: al centro compare il progetto “Capalbio”, mentre tutt’intorno vengono georeferenziati gli altri impianti fotovoltaici e agrivoltaici censiti, distinguendo quelli esistenti da quelli interessati da procedimenti autorizzativi.
E la stessa relazione del proponente riconosce che la loro concentrazione si trova principalmente nel settore a est dell’impianto. Vale a dire soprattutto verso Montalto di Castro.
La stessa mappa, due conclusioni opposte
È qui che il procedimento diventa particolarmente significativo. Perché la presenza degli altri impianti non viene negata da Sofonisba. È la valutazione del loro effetto complessivo a essere completamente diversa.
La società sottolinea le distanze tra il proprio progetto e gli altri grandi impianti presi in considerazione. Nello studio aggiornato indica in circa 4 chilometri la distanza dal progetto fotovoltaico di grande taglia in autorizzazione più vicino e in circa 6,15 chilometri quella dal parco fotovoltaico esistente più vicino considerato nell’analisi allargata.
La conclusione di Sofonisba è quindi favorevole. Anche considerando lo scenario nel quale vengano realizzate tutte le iniziative censite, secondo il proponente l’impianto di Capalbio resterebbe compatibile con la capacità di carico ambientale e paesaggistica del territorio.
L’impatto cumulativo viene classificato “basso” nello scenario più gravoso e addirittura “trascurabile” qualora alcuni degli impianti previsti non venissero realizzati. Non è dunque la mappa, da sola, a dimostrare la saturazione del territorio. È importante sottolinearlo.
Quella carta rappresenta lo scenario sul quale si confrontano due letture differenti: quella della società, secondo cui le distanze e la distribuzione degli impianti consentono ancora l’inserimento del progetto, e quella che matura nel corso dell’istruttoria pubblica, secondo cui la valutazione non può più fermarsi alle distanze tra una centrale e l’altra.

Per gli enti il problema diventa l’intera Maremma
Nella fase conclusiva cambia infatti la scala con cui viene letto il territorio. Gli effetti sul paesaggio non possono essere valutati seguendo semplicemente i confini amministrativi. Capalbio è in Toscana, Montalto di Castro nel Lazio, ma gli impianti realizzati da una parte del confine sono visibili e producono trasformazioni territoriali anche rispetto all’altra.
Negli atti della Conferenza di servizi si arriva così a considerare Capalbio e Montalto come parti di un’unica unità ecologica e paesaggistica, definita «il sistema rurale della Maremma».
Ed è in questo contesto che compare una delle espressioni più forti dell’intero procedimento: si parla di una proliferazione degli impianti tale da arrivare a configurare un «distretto territoriale saturo».
La saturazione visiva e il consumo di suolo prodotti dagli impianti presenti nel Lazio, secondo questa valutazione, si aggiungono direttamente agli effetti dei progetti sul versante toscano, determinando un «effetto somma intollerabile», capace di modificare la trama agraria storica e la percezione del paesaggio maremmano.
Montalto: «Il territorio rischia di diventare un distretto energetico»
E proprio dal Comune laziale arriva un altro dei passaggi destinati a pesare nella decisione finale. Montalto di Castro esprime parere negativo e condivide le preoccupazioni manifestate da Capalbio e dalla Provincia di Grosseto.
Il problema, nella valutazione dell’amministrazione, non riguarda soltanto Sofonisba, ma l’inserimento del nuovo impianto in un’area vasta che rischia di essere trasformata in «distretto energetico», modificandone morfologia, utilizzo e originaria destinazione in maniera ritenuta non coerente con i caratteri tipici del paesaggio della Maremma.
La soluzione indicata arriva fino alla delocalizzazione dell’impianto.
A 200 metri dal Giardino dei Tarocchi
Poi c’è l’altro grande nodo della vicenda. Il Giardino dei Tarocchi. L’impianto sarebbe stato realizzato a circa 200 metri dal complesso artistico creato da Niki de Saint Phalle.
Una distanza che trasforma la questione paesaggistica in qualcosa di ancora più delicato, perché una parte fondamentale del valore del Giardino è rappresentata proprio dal rapporto tra le grandi sculture policrome e la campagna maremmana che le circonda.
Per la Soprintendenza le modifiche apportate al progetto non sono sufficienti a risolvere questa criticità.
Nel parere finale viene rilevato il rischio di una modifica significativa del paesaggio, della sua struttura identitaria e delle relazioni tra i suoi elementi, tenendo conto anche della superficie dell’intervento e dell’accumulo con gli altri progetti.
Tra le condizioni indicate per superare il dissenso compare nuovamente la delocalizzazione, insieme alla riduzione dell’intervento, a una migliore integrazione delle opere e alla necessità di evitare interferenze visive tra il Giardino dei Tarocchi e il paesaggio circostante.
Pannelli e tracker fino a 5 metri
Anche il Comune di Capalbio insiste sull’impatto visivo. Secondo le valutazioni riportate negli atti, pannelli e strutture a inseguimento possono raggiungere, nelle diverse inclinazioni, altezze fino a 5 metri, continuando quindi a essere percepibili dalle sculture e dai punti più elevati del Giardino. E neppure aumentare ulteriormente le schermature vegetali viene considerato risolutivo.
Una quantità eccessiva di alberature e siepi utilizzate per nascondere i pannelli, sostiene il Comune, rischierebbe infatti di trasformarsi essa stessa in una nuova artificializzazione del paesaggio rurale.
Il Giardino e quei 150mila visitatori ogni anno
Il paesaggio, però, non è soltanto una questione estetica. Durante la Conferenza il Comune di Capalbio porta anche un dato economico: il Giardino dei Tarocchi registra circa 150mila visitatori all’anno.
È una delle principali attrazioni culturali della zona e produce ricadute sul turismo, sull’occupazione e sulle attività del territorio.
Per questo negli atti entra con forza anche il tema delle conseguenze socio-economiche. La Conferenza arriva infine a individuare un impatto significativo ritenuto non mitigabile sul patrimonio culturale, legato proprio alla vicinanza dell’impianto al Giardino e all’alterazione del rapporto tra l’opera artistica e il paesaggio nel quale è inserita.
Capalbio: «Nessun pregiudizio contro il fotovoltaico»
C’è però un passaggio che serve a comprendere fino in fondo la decisione. Durante la Conferenza il Comune di Capalbio chiarisce di non avere un pregiudizio nei confronti dello specifico impianto fotovoltaico. E negli stessi atti viene riconosciuta la necessità di sviluppare le fonti rinnovabili e perseguire gli obiettivi della transizione energetica.
Il nodo diventa un altro: dove costruire gli impianti, con quali dimensioni e soprattutto quanti concentrarne nello stesso territorio.
La Conferenza mette quindi esplicitamente sul piatto i due interessi: da una parte la massima diffusione possibile delle energie rinnovabili, dall’altra la tutela della biodiversità, del paesaggio rurale, del patrimonio storico e artistico, dell’identità dei luoghi e delle attività economiche.
La Regione dice no
Alla fine prevale la seconda valutazione. La Conferenza di servizi conclude che, anche nella configurazione fortemente ridotta presentata da Sofonisba, non esistono le condizioni per esprimere una valutazione positiva di compatibilità ambientale.
La giunta regionale fa propria questa conclusione e il 31 agosto 2026 pronuncia il giudizio negativo, ma nella delibera resta qualcosa che va molto oltre il destino di quei 21.336 pannelli.
La Regione richiama infatti esplicitamente le «manifeste preoccupazioni dei territori locali» rispetto al proliferare degli impianti FER, alla conseguente «snaturazione dei territori» e alle possibili ripercussioni sul tessuto economico e sociale della Maremma.
Ed è probabilmente questo il vero significato del caso Capalbio. Perché la discussione non riguarda più soltanto se un singolo impianto sia tecnicamente sostenibile. Riguarda quanti impianti possa assorbire uno stesso paesaggio prima che la loro somma ne cambi definitivamente la natura.
E soprattutto pone una domanda destinata a tornare ogni volta che un nuovo progetto arriverà sul tavolo: la transizione energetica può essere governata guardando un impianto alla volta, oppure è arrivato il momento di decidere quale trasformazione complessiva la Maremma sia realmente in grado di sostenere?




