PITIGLIANO. Dalla sera alla mattina Eugenia diventò invisibile. Gli insegnanti, i compagni di classe, le persone che conosceva smisero di salutarla. Quando la incontravano per le strade di Pitigliano, alcuni abbassavano lo sguardo, altri passavano oltre. Eugenia Servi aveva 10 anni. Non aveva fatto niente, non aveva commesso alcuna colpa. Era semplicemente ebrea.
Il 5 settembre 1938, esattamente 88 anni fa, venne firmato il regio decreto legge numero 1390, intitolato con la terribile freddezza burocratica del fascismo “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”.
Fu uno dei primi atti della persecuzione antiebraica organizzata dallo Stato italiano. Il decreto impediva alle persone ebree di insegnare e agli alunni ebrei di iscriversi nelle scuole. Firmato il 5 settembre, venne pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 13 settembre ed entrò in vigore quello stesso giorno, alla vigilia dell’inizio del nuovo anno scolastico.
Quelle parole scritte a Roma arrivarono anche nella Maremma del tufo. E a Pitigliano, il paese conosciuto come la Piccola Gerusalemme, cambiarono per sempre la vita di un gruppo di bambini.
«Non ho mai perdonato l’espulsione dalla scuola»
A raccontare che cosa significò concretamente quella legge è Eugenia Servi nel memoriale “Ed ora, 50 anni dopo…”, conservato dall’Archivio diaristico nazionale. La sua testimonianza non si concentra soltanto sul divieto di entrare in classe. Racconta qualcosa di forse ancora più doloroso per una bambina: la rapidità con cui le relazioni umane vennero cancellate. «Dalla sera alla mattina – ricorda – insegnanti e bambini, compresi quelli della mia stessa classe, mi tolsero il saluto».
Fino al giorno precedente Eugenia era una compagna, un’alunna, una bambina del paese. Dopo l’arrivo delle leggi razziali diventò, agli occhi di molti, qualcuno da evitare.
A distanza di cinquant’anni si domandò ancora che cosa avesse spinto quelle persone a voltarsi dall’altra parte: la convinzione, la convenienza oppure la paura di essere viste mentre parlavano con una bambina ebrea.
La ferita più profonda, tuttavia, rimase la scuola. «Per tutta la durata della guerra – scrisse – non ricordo di aver avuto paura dei bombardamenti, né di aver sofferto la fame o il freddo per aver trascorso qualche inverno con i sandali e calzettoni di pecora: mancavano le scarpe, ma da ragazzi ci si adatta a tutto. Quello che non ho mai perdonato è stata l’espulsione dalla scuola e questo primo periodo di emarginazione».
Le due persone che continuarono a salutarla
Nel ricordo di Eugenia ci sono però anche due persone che non si adeguarono a quel silenzio. La prima era Giselda Cecchini Dainelli, la maestra che l’aveva accompagnata durante la prima e la seconda elementare. Il secondo era Paoli, il custode della scuola. Quando la incontravano non si limitavano a un saluto frettoloso. Si fermavano a parlare con lei.
Due gesti apparentemente normali, che nel clima costruito dal regime non lo erano affatto. Non cancellavano la legge, non restituivano a Eugenia il banco e i libri, ma le facevano capire di essere ancora riconosciuta come persona.
La memoria della bambina conserva i nomi di chi la escluse soltanto come gruppo indistinto: gli insegnanti, i compagni, le persone del paese. Di chi non si voltò, invece, ricorda ancora l’identità. Una maestra e un custode.
A Pitigliano non esisteva una scuola ebraica
Nelle città con comunità ebraiche numerose furono organizzate scuole o sezioni separate, nelle quali gli studenti espulsi potevano continuare almeno in parte il proprio percorso. A Pitigliano non fu possibile. La comunità era troppo piccola per sostenere una scuola ebraica completa. L’esclusione dalle aule pubbliche significò quindi, per quei bambini, rimanere senza scuola.
Nel 1938 la comunità ebraica pitiglianese contava circa 70 persone. Era ormai molto meno numerosa rispetto all’Ottocento, quando gli ebrei erano arrivati a rappresentare tra un quarto e un quinto degli abitanti del paese, ma costituiva ancora una presenza importante nel tessuto sociale, economico e culturale.
Le famiglie ebraiche vivevano a Pitigliano da secoli. Avevano negozi, professioni, incarichi pubblici e amicizie. Ebrei e cattolici condividevano le strade, il lavoro e una parte consistente della vita quotidiana. Le leggi del 1938 cercarono di spezzare tutto questo.
Elena aveva 8 anni: «Non hai fatto niente, ma non puoi andare»
Tra le bambine espulse c’era anche Elena Servi, che all’epoca aveva 8 anni e avrebbe dovuto frequentare la terza elementare. Fu il padre Livio a darle la notizia. Le appoggiò una mano sulla testa, quasi a benedirla, e le disse che quell’anno non sarebbe potuta tornare a scuola. «Ma perché? Non ho fatto niente di male», gli domandò Elena.
«Non hai fatto niente di male, ma non ci puoi andare», rispose il padre con le lacrime agli occhi.
È forse questa la frase che rende più evidente l’assurdità della persecuzione. A una bambina veniva comunicato che non poteva più studiare, non per qualcosa che aveva fatto, ma per ciò che era.
Anche intorno a Elena il regime cercò di interrompere le amicizie. Alcuni esponenti fascisti andarono dal padre di Leda Carrei, una delle sue amiche più care, intimandogli di non permettere più alla figlia di giocare con lei. L’uomo si rifiutò. Disse che sua figlia aveva sempre giocato con Elena e avrebbe continuato a farlo. Anche nella storia di Elena, dunque, accanto all’esclusione emerge il comportamento di chi non accettò di trasformare una bambina in una nemica.
Il paese della sinagoga e del ghetto
La persecuzione colpì una comunità che aveva radici antichissime. Gli ebrei arrivarono stabilmente a Pitigliano nel Cinquecento, trovandovi rifugio dalle espulsioni e dalle persecuzioni nello Stato pontificio. Nel 1556 il conte Niccolò IV Orsini concesse al proprio medico, l’ebreo David de Pomis, un terreno sul quale realizzare una sepoltura.
Nel 1598 venne costruita la sinagoga. Dopo il passaggio della contea al Granducato di Toscana, nel 1622 i Medici istituirono il ghetto.
Nel corso dei secoli, però, la vicinanza tra ebrei e cristiani produsse anche legami profondi, tanto che Pitigliano si guadagnò il nome di Piccola Gerusalemme. Non soltanto per il numero degli abitanti ebrei, ma per la particolare integrazione raggiunta dalla comunità. Il 1938 rappresentò una frattura. Prima l’espulsione dalle scuole e dagli impieghi pubblici, poi le limitazioni economiche e sociali, infine la persecuzione delle persone.
Dall’emarginazione alla fuga
Con l’occupazione tedesca e la nascita della Repubblica sociale italiana, la discriminazione si trasformò in caccia all’uomo. Alcune famiglie ebraiche di Pitigliano decisero di nascondersi nelle campagne e nelle grotte scavate nel tufo. Elena Servi e i suoi familiari trascorsero mesi in un rifugio coperto dalla vegetazione, aiutati da abitanti della zona che portarono loro viveri e informazioni, correndo a propria volta rischi enormi.
Altri credettero alle rassicurazioni ricevute e si presentarono al campo di concentramento di Roccatederighi. Eugenia partì da Pitigliano il 2 dicembre 1943, insieme ad altre famiglie, su un autobus seguito da un camion carico di materassi, coperte e pochi effetti personali.
Nel suo memoriale descrive un sentimento apparentemente incomprensibile: dopo cinque anni di isolamento, nel campo si ritrovò insieme ad altre persone considerate “uguali” a lei. Per questo scrisse che uscire da Pitigliano significò, paradossalmente, uscire dalla prigione psicologica nella quale aveva vissuto dal 1938.
Il campo era certamente una prigione reale e pericolosa. Ma il paese era diventato per lei il luogo dell’emarginazione, quello nel quale aveva imparato che le persone potevano smettere improvvisamente di riconoscerti. Eugenia rimase a Roccatederighi fino al 2 febbraio 1944. La sua famiglia riuscì a salvarsi. Non tutti ebbero la stessa sorte.
Dopo la guerra Elena diventò maestra
La storia di Elena Servi contiene una risposta straordinaria alla violenza subita. La bambina alla quale il fascismo aveva impedito di frequentare la terza elementare diventò, dopo la guerra, insegnante. Scelse cioè di dedicare una parte importante della propria vita proprio alla scuola dalla quale era stata espulsa.
Negli anni successivi si impegnò per impedire che la memoria della comunità ebraica di Pitigliano scomparisse insieme ai suoi ultimi componenti. Nel 1996 partecipò alla nascita dell’associazione La Piccola Gerusalemme, della quale è diventata il principale punto di riferimento.
Ha incontrato migliaia di studenti, raccontando ogni volta quella domanda formulata quando aveva 8 anni: «Che cosa ho fatto?». Una domanda semplice alla quale il fascismo non avrebbe potuto dare una risposta, perché Elena non aveva fatto niente.
La sinagoga esiste ancora
Oggi a Pitigliano rimangono soltanto poche persone appartenenti all’antica comunità ebraica. La presenza istituzionale fa riferimento alla Comunità ebraica di Livorno, ma il cuore storico e religioso della Piccola Gerusalemme non è scomparso.
La sinagoga cinquecentesca, parzialmente crollata negli anni Sessanta, è stata restaurata. Sotto il tempio sono stati recuperati gli ambienti scavati nel tufo: il forno delle azzime, il bagno rituale, la cantina, la macelleria kasher e la tintoria. Il complesso è aperto e visitabile grazie all’associazione La Piccola Gerusalemme. La sinagoga conserva la propria natura di luogo di culto, anche se l’esiguità della presenza ebraica non permette lo svolgimento regolare delle funzioni.

È questa, forse, la conclusione più forte della storia. Il regime fascista cercò di cancellare gli ebrei dalla scuola, dal lavoro e dalla vita pubblica. Trasformò Eugenia in una bambina alla quale non si doveva rivolgere la parola. Costrinse Elena e la sua famiglia a nascondersi in una grotta.
Eppure, 88 anni dopo, la sinagoga è ancora lì.
Eugenia ha lasciato la propria testimonianza. Elena, diventata maestra, ha raccontato la persecuzione a generazioni di studenti. I nomi della maestra Giselda e del custode Paoli sono sopravvissuti perché, quando quasi tutti smisero di salutare una bambina, loro si fermarono a parlarle.
La storia delle leggi razziali a Pitigliano non racconta soltanto ciò che fece lo Stato. Racconta anche le scelte delle singole persone: chi obbedì, chi tacque, chi si voltò dall’altra parte e chi, semplicemente, continuò a riconoscere nell’altro un essere umano.




