GROSSETO. Sei colpi esplosi dentro un ufficio al piano terra, nel centro storico di Grosseto. Tre raggiungono Ausonio Coli, gli altri finiscono contro il muro. Eppure, secondo la ricostruzione sulla quale insiste da anni la difesa, nessuno nel palazzo avrebbe sentito sei detonazioni. L’unica testimone presente nell’ufficio accanto parlò di tre rumori sordi, simili a petardi.
Poi c’è l’orologio. O, meglio, ci sono gli orologi. Quello dell’omicidio e quello degli spostamenti di Francesco Innocenti, condannato in via definitiva all’ergastolo per quel delitto e detenuto da oltre 22 anni. Due cronologie che, secondo i suoi legali, non potrebbero coincidere.
È da qui che riparte una delle vicende giudiziarie più lunghe e controverse della storia recente di Grosseto.
Dopo aver esaurito i rimedi giudiziari interni, la difesa di Innocenti, rappresentata dall’avvocato Stefano Giorgio, ha deciso di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, sostenendo che sia stato violato il diritto alla prova e chiedendo che venga riconosciuta la necessità di consentire due esperimenti giudiziali che, nella prospettazione difensiva, potrebbero aprire la strada a una nuova richiesta di revisione.
Va chiarito subito un punto fondamentale: Francesco Innocenti è stato condannato definitivamente per l’omicidio di Ausonio Coli. Le ricostruzioni alternative, le contestazioni sulle prove scientifiche e le conclusioni sulla possibile innocenza contenute nel ricorso rappresentano le tesi della difesa, che finora non hanno determinato il superamento della sentenza passata in giudicato.
L’omicidio di Ausonio Coli
È l’8 marzo 2004 quando Ausonio Coli viene ucciso nel suo ufficio di via Ximenes, a Grosseto. Viene raggiunto da tre proiettili.
Per quell’omicidio viene processato Francesco Innocenti. La Corte d’Assise di Grosseto lo ritiene responsabile e lo condanna all’ergastolo. La sentenza diventerà definitiva.
Nell’impianto probatorio assumono particolare importanza gli accertamenti balistici e lo stub, il test per la ricerca di residui riconducibili allo sparo.
Ed è proprio su questi due pilastri che, a distanza di oltre vent’anni, continua a concentrarsi la battaglia della difesa.
La perizia balistica e il caso Zernar
L’accertamento balistico collegiale fu svolto anche da Ezio Zernar, all’epoca sovrintendente della polizia di Stato. La perizia venne depositata nel gennaio 2006.
Il nome di Zernar sarebbe successivamente finito al centro di un’altra vicenda giudiziaria, quella legata alle indagini sul caso Unabomber.
La difesa di Innocenti richiama nel ricorso una sentenza della Cassazione del 2015 relativa alla condotta tenuta da Zernar in quell’altro procedimento e sostiene che quanto accaduto successivamente debba incidere sulla valutazione dell’affidabilità dell’accertamento balistico utilizzato nel processo Coli.
È però necessario distinguere i due piani: le vicende giudiziarie successive riguardanti Zernar non hanno automaticamente annullato né reso inefficace la perizia del processo Innocenti, che è rimasta parte del materiale probatorio valutato dai giudici.
Per la difesa, tuttavia, esiste un modo concreto per mettere alla prova una delle conclusioni raggiunte nel processo: tornare nel luogo dell’omicidio e sparare.
La prima prova chiesta: sei colpi nell’ufficio
Il primo esperimento giudiziale richiesto riguarda la Smith & Wesson calibro .38 Special di Innocenti, ancora sottoposta a sequestro secondo quanto riportato dalla difesa.

L’idea è semplice nella formulazione, molto più complessa nella realizzazione: riprodurre nel luogo dell’omicidio degli spari con quell’arma e confrontarne la percezione sonora con quella prodotta da un’arma dotata di silenziatore e con lo stesso tipo di munizionamento.
Ad ascoltare dovrebbe esserci Alida Bianchi, la ragioniera che si trovava nell’ufficio vicino a quello di Coli il giorno del delitto.
La donna aveva raccontato di aver percepito tre rumori sordi, descritti come simili a petardi.
Eppure, sulla scena del crimine, i colpi esplosi sarebbero stati sei: tre raggiunsero la vittima e altri tre finirono contro le strutture dell’ufficio.
Da questa circostanza la difesa sviluppa la propria ipotesi: l’arma utilizzata dall’assassino sarebbe stata silenziata e la testimone avrebbe percepito soltanto i rumori prodotti dall’impatto di alcuni proiettili.
Una tesi difensiva che punta direttamente a uno dei punti centrali della condanna, perché la Smith & Wesson attribuita a Innocenti è un revolver e la difesa sostiene che non fosse compatibile con quella dinamica sonora.
L’esperimento, però, non è mai stato eseguito.
Il secondo nodo: a che ora fu ucciso Coli
Ancora più delicata è la questione dell’orario.
Secondo la difesa, stabilire se Coli sia stato ucciso intorno alle 13.35 oppure dopo le 13.45 e verso le 14 cambia radicalmente lo scenario.
Perché ci sono gli spostamenti del telefono di Innocenti.
Nel ricorso viene indicato un aggancio a una cella di via Piave alle 13.42 e un successivo rilevamento a Montalcino alle 14.13. È sulla base di questi elementi che la difesa sostiene che, collocando il delitto intorno alle 14, Innocenti si sarebbe trovato già lontano dall’ufficio di Coli.
La questione si intreccia con le testimonianze di Alida Bianchi e Silvia Bastianini.
La collega che andò a prendere il figlio
Bastianini lavorava nello stesso ufficio e aveva dichiarato, secondo gli atti richiamati dalla difesa, di essere uscita intorno alle 13.45 per andare all’asilo del figlio, dove sarebbe arrivata prima del rientro dei bambini dalla ricreazione.
Quando lasciò l’ufficio non avrebbe sentito nulla di anomalo.
La difesa contesta la ricostruzione temporale recepita nella sentenza e ha effettuato successivamente un esperimento stragiudiziale: Bastianini avrebbe ripetuto il percorso dall’ufficio all’asilo impiegando 12 minuti.
Un risultato che, secondo i legali di Innocenti, sarebbe compatibile con l’uscita intorno alle 13.45 e rafforzerebbe la tesi di un omicidio avvenuto successivamente.
Ed è questo il secondo esperimento che la difesa vuole vedere eseguito formalmente: ricostruire il tragitto e misurarne i tempi.
Anche in questo caso si tratta della prospettazione della difesa, mentre i giudici che nel tempo hanno esaminato le istanze non hanno ritenuto questi elementi sufficienti per mettere in discussione la condanna definitiva.
I rumori sentiti da Alida Bianchi
C’è poi il racconto di Alida Bianchi. Secondo quanto riportato nel ricorso, la ragioniera era rimasta nell’ufficio di fronte a quello della vittima. Avrebbe sentito tre rumori sordi e, successivamente, mentre parlava al telefono con il figlio tra le 14.29 e le 14.33, avrebbe percepito suonare e muoversi la maniglia della porta.
Poco dopo avrebbe guardato l’orologio: erano le 14.39.
Preparandosi a uscire avrebbe quindi scoperto il corpo di Coli e dato l’allarme. Nel tabulato richiamato dalla difesa risulterebbe una chiamata all’ambulanza alle 14.40.
La conclusione alla quale arrivano i legali è dirompente: se quella sequenza temporale fosse corretta, sostengono, l’autore del delitto potrebbe essere stato ancora sul posto quando Innocenti si trovava ormai altrove.
Ma proprio l’attendibilità della ricostruzione temporale della testimone è stata oggetto di valutazioni giudiziarie sfavorevoli alla tesi difensiva.
Lo stub effettuato oltre sette ore dopo
L’altro elemento contestato è lo stub. Secondo la documentazione citata nel ricorso, il test su Innocenti sarebbe stato effettuato alle 21.05 dell’8 marzo, quindi oltre sette ore dopo l’omicidio.
La difesa contesta da tempo il valore da attribuire a quell’esame, anche alla luce del tempo trascorso e dei luoghi frequentati da Innocenti nelle ore precedenti, parte delle quali trascorse con le forze dell’ordine.
Anche su questo punto, però, le contestazioni difensive non hanno finora portato al ribaltamento della condanna.
Due richieste di revisione e una lunga battaglia
Quella arrivata oggi alla Corte europea è infatti soltanto l’ultima tappa di una battaglia giudiziaria durata anni.
Dopo la condanna definitiva sono state avanzate istanze di revisione e richieste finalizzate all’esecuzione degli esperimenti giudiziali.
Uno dei primi tentativi riguardava anche l’analisi del computer di Coli. Secondo una consulenza difensiva sembrava emergere un’interazione alle 13.48 del giorno dell’omicidio. Un successivo accertamento, però, concluse che quel dato si riferiva solo apparentemente all’8 marzo 2004 e riguardava invece un’attività precedente.
La difesa chiese quindi di effettuare le verifiche sui tempi del tragitto di Bastianini e sulla percezione del rumore degli spari.
Le richieste non portarono alla riapertura del processo.
La Cassazione: l’incidente probatorio può essere chiesto
Un passaggio importante arriva con la sentenza numero 2138 del 17 gennaio 2025 della Quinta sezione penale della Cassazione.
Nel provvedimento richiamato dalla difesa viene riconosciuto, in linea generale, che le investigazioni difensive possono proseguire anche dopo il passaggio in giudicato della condanna allo scopo di reperire elementi sui quali fondare un’eventuale revisione e che la difesa può chiedere un incidente probatorio.
La Cassazione annullò per incompetenza funzionale un precedente provvedimento della Corte d’Appello di Genova, individuando nel giudice dell’esecuzione, e quindi nella Corte d’Assise di Grosseto, l’autorità competente.
La successiva richiesta, però, non ha prodotto il risultato sperato.
L’ultima decisione e la strada per Strasburgo
La vicenda è arrivata nuovamente davanti alla Cassazione. Con la decisione del 9 gennaio 2026, depositata l’8 aprile, la Suprema Corte, secondo la ricostruzione contenuta nella petizione, ha richiamato le precedenti pronunce che avevano già valutato le prove prospettate dalla difesa, escludendo che presentassero i requisiti necessari per mettere in discussione la condanna.
La Cassazione avrebbe quindi escluso l’esistenza di un «interesse concreto» a verificare ulteriormente la percorribilità dell’incidente probatorio.
Per la difesa, con questa decisione sono stati esauriti i rimedi interni. E si apre così la strada verso la Corte europea dei diritti dell’uomo.
La difesa invoca il diritto alla prova
Il cuore della petizione non consiste nella richiesta alla Corte europea di stabilire direttamente chi abbia ucciso Ausonio Coli.
La questione posta è soprattutto processuale.
L’avvocato Stefano Giorgio infatti, sostiene che sia stato violato l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sotto il profilo del diritto alla prova e della parità delle armi, insieme al diritto a un rimedio effettivo.
Secondo la difesa, i due esperimenti sarebbero tecnicamente impossibili da realizzare autonomamente: per sparare con un’arma sequestrata all’interno del luogo dell’omicidio occorrono necessariamente l’intervento e le autorizzazioni dell’autorità giudiziaria.
E proprio qui, secondo il ricorso, si sarebbe creato un cortocircuito.
Per chiedere la revisione servirebbe una prova nuova concretamente capace di incidere sulla condanna. Ma per formare quella prova sarebbe necessario eseguire l’esperimento. E l’esperimento non potrebbe essere svolto senza l’intervento del giudice.
Ventidue anni dopo, la battaglia non è finita
Sono trascorsi più di 22 anni dall’omicidio di Ausonio Coli.
Per la giustizia italiana, Francesco Innocenti è il responsabile: la condanna all’ergastolo è definitiva e tutti i tentativi compiuti finora non sono riusciti a demolire quel verdetto.
Innocenti, però, continua a proclamarsi estraneo al delitto.
E la difesa continua a tornare su quelle due domande rimaste, a suo giudizio, senza una verifica sperimentale: che rumore avrebbero prodotto sei colpi della Smith & Wesson dentro quell’ufficio? E quanto tempo serviva davvero a Silvia Bastianini per arrivare all’asilo?
Due esperimenti apparentemente semplici diventati, dopo più di vent’anni, il centro di una battaglia giudiziaria che ora si sposta fuori dall’Italia.
La Corte europea non è chiamata a celebrare automaticamente un nuovo processo né a sostituirsi ai giudici italiani nella valutazione della colpevolezza. La difesa chiede invece che venga riconosciuta la violazione dei diritti convenzionali lamentata, così da poter ottenere le verifiche che considera indispensabili per tentare nuovamente la strada della revisione.
Perché per Innocenti e i suoi legali, dopo 22 anni, tutto continua a ruotare attorno a sei spari che nessuno avrebbe sentito come sei spari e a una manciata di minuti che potrebbe cambiare la ricostruzione di quel pomeriggio dell’8 marzo 2004.





