GROSSETO. Dopo le riflessioni dedicate alle Mura medicee, alle trasformazioni del centro storico e al rapporto tra addizioni e sottrazioni che hanno segnato l’evoluzione di Grosseto, l’architetto Roberto Aureli torna a interrogarsi sul futuro delle città e sul ruolo sempre più fragile dei centri storici.
Secondo Aureli, il cambiamento epocale che sta interessando il concetto stesso di città era difficilmente immaginabile fino a pochi decenni fa. Solo con la prima rivoluzione industriale e con l’urbanesimo dell’Ottocento si erano infatti osservate trasformazioni tanto profonde e irreversibili.
Oggi, però, la pianificazione territoriale, spesso sostenuta da interessi speculativi, sta generando quelli che l’antropologo Marc Augé definisce «luoghi senza anima» e che l’archeologo Salvatore Settis identifica negli sprawl, ovvero tessuti urbani indistinti, privi di chiari confini e caratterizzati da una cementificazione continua.
«L’esagerato consumo di territorio e l’attacco costante alla fragilità idrogeologica, con cicliche inondazioni, sono le normali conseguenze di questo processo», osserva Aureli.
La rivoluzione di internet e la scomparsa dei luoghi d’incontro
Ma oltre alle trasformazioni urbanistiche, secondo l’architetto esiste un fenomeno altrettanto importante e spesso sottovalutato.
L’avvento del commercio online e della società digitale sta infatti modificando profondamente i comportamenti e le abitudini delle persone, con inevitabili ricadute sul tessuto urbano.
«Il commercio online e l’epoca di internet stanno facendo sparire una moltitudine di attività che rappresentavano luoghi d’incontro, di scambio e di appartenenza», scrive Aureli, ricordando il declino di realtà storiche come le edicole e dei piccoli negozi di vicinato.
I piccoli artigiani, i fiorai, i negozi di frutta e verdura, le librerie e i caffè letterari stanno progressivamente lasciando spazio a un modello economico sempre più orientato alla ristorazione veloce.
«I centri storici, caratterizzati da librerie, caffè letterari, frutta e verdura, fiorai e botteghe artigiane, soccombono davanti al fast food e alla pizza al taglio», sottolinea.
Il centro storico si svuota delle funzioni più pregiate
Secondo Aureli anche molte di quelle che le normative regionali definiscono «funzioni rare» stanno progressivamente abbandonando i centri storici.
Istituti bancari, studi professionali, luoghi della cultura e servizi qualificati preferiscono sedi più moderne e facilmente raggiungibili, contribuendo allo svuotamento dei centri cittadini.
Di fronte a questo scenario, l’architetto rileva un atteggiamento «assente e titubante» della politica e degli strumenti normativi.
«Il rispetto e la conservazione del patrimonio storico e culturale, pur essendo sanciti dalla Costituzione, trovano oggi pochi sostenitori», osserva.
«Servono incentivi per salvare i centri storici»
Secondo Aureli, i centri storici, che rappresentano il cuore e il salotto buono delle città, sono spesso assenti dalle priorità della pianificazione urbana.
Mancano politiche fiscali capaci di favorire la permanenza di residenti e attività economiche nelle vecchie murature.
L’architetto cita il tema delle rendite catastali, giudicate anacronistiche e scollegate dalla realtà attuale. Una loro revisione, insieme a una riduzione degli oneri per i restauri, a esenzioni Imu e a incentivi legati alla vetustà degli immobili, potrebbe favorire quella rigenerazione urbana spesso evocata ma raramente tradotta in interventi concreti.
«Solo adeguate azioni al ribasso sulle leve fiscali – conclude Aureli – potranno impedire che i centri storici si svuotino dei residenti e dei commercianti tradizionali, salvando quello stato d’animo generato dai vecchi vicoli e già descritto oltre un secolo fa dal sociologo Robert Park».
Per l’architetto, insomma, la sfida non riguarda soltanto la conservazione degli edifici, ma anche la difesa dell’anima stessa delle città.



