Il Comune le nega la cremazione, il figlio vive sei mesi con la madre in una cella frigorifera | MaremmaOggi Skip to content

Il Comune le nega la cremazione, il figlio vive sei mesi con la madre in una cella frigorifera

La donna, 67 anni, era morta a gennaio. Aveva scelto la cremazione, ma il Comune di Grosseto pretendeva il nullaosta del Marocco, Paese che non la consente. Solo una sentenza del tribunale ha messo fine a un calvario fatto di dolore e attese
L’obitorio dell’ospedale di Grosseto

GROSSETO. Ci sono dolori che il tempo non cancella. E ce ne sono altri che il tempo, semplicemente, non può nemmeno cominciare a lenire.

Perché per elaborare un lutto bisogna prima attraversarlo, bisogna riuscire a salutare chi se ne va, bisogna trovare il coraggio di lasciarlo andare. E invece, per oltre sei mesi, un ragazzo di 28 anni è rimasto fermo davanti a una porta che sembrava non aprirsi mai, intrappolato in una sofferenza senza fine e accompagnato da un pensiero che non gli ha dato tregua nemmeno per un giorno: sapere che sua madre era ancora lì, chiusa in una cella frigorifera, mentre lui continuava a sentirsi impotente di fronte a una promessa che non riusciva a mantenere.

Sua madre era morta il 14 gennaio scorso all’ospedale Misericordia di Grosseto. Aveva 67 anni e quasi quarant’anni prima aveva lasciato il Marocco per costruirsi una vita in Toscana. Era arrivata in Italia nel 1989, aveva vissuto in diverse città della regione, aveva trascorso un lungo periodo a Piombino, dove era nato suo figlio, e poi si era trasferita a Grosseto.

Quasi quarant’anni in Toscana e una vita costruita qui

Non aveva mai preso la cittadinanza italiana, ma la sua vita era ormai da tempo profondamente intrecciata con quella del nostro Paese. Qui aveva trovato l’amore, qui aveva messo al mondo suo figlio, qui aveva costruito legami e amicizie. E qui aveva scelto anche la sua fede.

Tanto da decidere di farsi battezzare e di abbracciare la religione cattolica, una scelta personale e profonda che raccontava meglio di qualsiasi documento quanto l’Italia fosse diventata la sua casa.

Quando aveva capito che le sue condizioni di salute non le avrebbero lasciato molto tempo, aveva affidato al figlio una richiesta semplice, quasi un ultimo gesto d’amore. Voleva essere cremata. Lui glielo aveva promesso.

E quando la donna è morta, nel pieno del dolore, ha fatto quello che qualsiasi figlio avrebbe fatto. Ha rispettato la volontà di sua madre e l’ha comunicata ai servizi funebri.

Sembrava una procedura destinata a concludersi in pochi giorni. 

Invece, proprio in quel momento, è iniziata una vicenda che lo stesso ragazzo, con il passare delle settimane, avrebbe vissuto come un incubo.

Il Comune autorizza il trasferimento della salma ma blocca la cremazione

Il Comune di Grosseto ha infatti autorizzato il trasferimento della salma dall’obitorio al tempio crematorio, ma si è fermato lì. Per concedere l’autorizzazione alla cremazione ha preteso un documento ulteriore: il nullaosta del consolato marocchino.

Un documento che, però, si è rivelato impossibile da ottenere. Perché il Marocco, Paese musulmano, non contempla la pratica della cremazione.

Così, mentre il Paese in cui quella donna era nata continuava a negare quel consenso, il Comune di Grosseto non arretrava di un passo e continuava a ritenere necessario quel nullaosta. E il tempo passava.

Passavano i giorni, poi le settimane, poi i mesi

E con loro cresceva una sofferenza che non aveva nulla a che vedere con le carte bollate o con le interpretazioni giuridiche.

Perché dietro quei documenti c’era un figlio che ogni sera andava a dormire sapendo che sua madre non aveva ancora ricevuto l’ultimo saluto che aveva scelto per sé.

Sei mesi di attese, telefonate e porte chiuse

Sono stati mesi di telefonate, di richieste, di documenti inviati e di risposte che non arrivavano o che continuavano a dire no. Mesi vissuti con il peso di un lutto diventato permanente, sospeso, incapace di trovare una conclusione.

Una situazione che ha finito per avere conseguenze anche sul piano psicologico, tanto che nel ricorso presentato al tribunale veniva descritto un quadro di grave sofferenza emotiva, con disturbi del sonno e una profonda compromissione della vita quotidiana.

Alla fine, ormai esasperato, il giovane si è rivolto alle avvocate Alice Procopio e Federica Casali De Rosa. Prima hanno tentato la strada del dialogo, con lettere e Pec inviate al Comune nel tentativo di trovare una soluzione che evitasse una causa.

Ma anche quei tentativi sono rimasti senza esito. E così non è rimasto altro da fare che rivolgersi al tribunale.

Il tribunale: «Vale la legge italiana»

Martedì 23 giugno è arrivata la decisione. Il collegio composto dal presidente Mario Venditti, dal giudice relatore Giulio Bovicelli e dalla giudice Cristina Nicolò ha accolto il ricorso e ordinato al Comune di Grosseto di rilasciare l’autorizzazione alla cremazione.

Nelle motivazioni, i magistrati spiegano che la normativa italiana sulla cremazione prevale e che nessuna legge prevede la necessità di acquisire un nullaosta delle autorità consolari straniere.

Ma c’è un passaggio che va oltre la vicenda personale. Il tribunale sottolinea infatti che applicare le norme di Stati confessionali significherebbe creare una disparità di trattamento fondata sulla religione, in contrasto con i principi di uguaglianza e laicità sanciti dalla Costituzione italiana.

Finalmente quella promessa potrà essere mantenuta

Dopo oltre sei mesi il punto centrale della vicenda è stato finalmente riconosciuto. Quella donna aveva il diritto di scegliere come essere salutata. E quel diritto non poteva essere cancellato.

Adesso quel ragazzo, che da gennaio convive con un dolore rimasto fermo nel tempo, potrà finalmente mantenere la promessa fatta a sua madre. E forse, dopo sei mesi trascorsi ad aspettare, potrà concedersi ciò che finora non è riuscito a fare.

Cominciare davvero a dirle addio.

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