GROSSETO. Ci sono vicende che non si chiudono con una sentenza. Almeno non sul piano umano. A distanza di anni dai fatti, la titolare dell’azienda che organizzò il matrimonio della coppia australiana finita al centro di una lunga controversia giudiziaria ha deciso di raccontare il proprio punto di vista.
Lo fa con parole cariche di amarezza, ma anche con la volontà di ricordare il lavoro svolto e il percorso professionale costruito in tanti anni di attività.
«Ci sono sentenze che ritengo ingiuste e questa, per me, è una di quelle», dice.
Una vita spesa per salvare e far crescere l’azienda
La sua storia professionale inizia dopo la laurea, quando decide di prendere in mano l’azienda di famiglia in un momento particolarmente difficile.
«Non è facile mandare avanti una piccola impresa nel nostro territorio», racconta. Anni di studio, sacrifici e investimenti che hanno consentito all’attività di crescere fino a diventare una realtà conosciuta nel settore degli eventi e del catering.
Un percorso costruito passo dopo passo, con la convinzione che la qualità del lavoro e l’attenzione ai dettagli siano la migliore forma di promozione.
Un matrimonio preparato nei minimi particolari
Secondo il racconto della professionista, anche quel matrimonio fu seguito con la massima cura.
L’azienda non si occupò soltanto del ricevimento, ma anche di numerosi aspetti organizzativi, compresi alcuni dettagli personalizzati richiesti dagli sposi.
«Abbiamo dedicato tempo, energie e professionalità a quell’evento, come abbiamo sempre fatto con tutti i nostri clienti», spiega.
Un lavoro lungo mesi, fatto di incontri, progettazione e attenzione alle richieste della coppia.
Il dolore personale dietro il lavoro
Dietro le quinte di quel matrimonio, però, c’era anche una situazione personale particolarmente difficile. La titolare ricorda infatti che in quel periodo stava affrontando la grave malattia della madre, che sarebbe scomparsa poco tempo dopo.
«Chi lavora negli eventi sa che non esistono pause – racconta – Non esiste il dolore personale quando arriva il giorno di un matrimonio. Bisogna esserci e fare in modo che tutto funzioni».
Una prova umana che ancora oggi ricorda con grande emozione e incommensurabile dolore.
L’incidente e la causa
La vicenda cambiò improvvisamente direzione dopo l’incidente che coinvolse un’invitata durante la serata. Una donna incinta cadde nella piscina, in piena notte. «La band che avrebbe dovuto spostarsi non lo fa (per pigrizia forse, per qualche bicchiere in più?) – spiega la professionista – sta di fatto che non lo fa. E una signora incinta decide di avventurarsi nel terreno non illuminato adiacente alla piscina».
Che ci fosse lì la piscina, la donna lo sapeva. Poche ore prima, avevano preso l’aperitivo proprio in quello spazio. «Sul perché una donna incinta decida di andare a passeggio di notte in un campo non illuminato – aggiunge la titolare dell’attività – continuerò ad interrogarmi per sempre».
Da quell’episodio prese avvio una lunga battaglia giudiziaria che avrebbe accompagnato la professionista per anni.
«Da quel momento è iniziato un percorso difficile – dice ancora – fatto di tensioni, preoccupazioni e continui confronti legali», spiega.
Una vicenda che, secondo la sua ricostruzione, ha finito per oscurare completamente il lavoro svolto per l’organizzazione dell’evento.
«Mi porto dietro rabbia, dolore e delusione»
Le parole più dure riguardano le conseguenze personali di questa storia.
«Non si può immaginare la fatica, la rabbia, il coraggio e il dolore che ho dovuto affrontare in questi anni», racconta.
Per la professionista, il peso maggiore non è stato soltanto quello legato al procedimento giudiziario, ma anche la sensazione di vedere messa in discussione la propria correttezza professionale.
«Non fa notizia il dolore. Non fa notizia l’umiliazione che una persona può provare quando vede messo in discussione il lavoro di una vita», aggiunge.
Una ferita ancora aperta
Pur prendendo atto dell’esito della vicenda, la titolare continua a difendere il proprio operato e quello dei collaboratori che lavorarono a quel matrimonio.
«Resterò sempre convinta di avere svolto il mio lavoro con serietà, correttezza e dedizione», dice ancora.
E conclude con una riflessione che va oltre il singolo caso giudiziario: «Dietro ogni sentenza ci sono persone, famiglie e anni di lavoro. Questa vicenda, per me, resta una ferita che non si è ancora rimarginata».





