RIBOLLA. Che il grande impianto agrivoltaico di Ribolla fosse destinato a far discutere era prevedibile. Molto meno prevedibile è che a scontrarsi siano due delle più importanti associazioni ambientaliste italiane.
Da una parte Legambiente, che accoglie con favore il via libera della Regione Toscana definendolo «un passo avanti decisivo per la transizione ecologica».
Dall’altra Italia Nostra Maremma Toscana, che vede nello stesso progetto il rischio di una vera e propria «colonizzazione industriale della Maremma».
Due letture opposte dello stesso intervento. Due modi radicalmente diversi di immaginare il futuro del territorio.
La vicenda riguarda il progetto agrivoltaico “Ribolla”, approvato dalla Regione Toscana dopo una lunga procedura ambientale. L’impianto sorgerà nelle campagne tra Roccastrada e Grosseto e prevede circa 36mila pannelli fotovoltaici distribuiti su circa 25 ettari di terreno agricolo, oltre a cabine elettriche, opere accessorie e un cavidotto interrato lungo circa 16 chilometri che collegherà l’impianto alla rete elettrica nell’area di Grosseto.
Legambiente: «Una sfida fondamentale per il futuro»
Per Legambiente la decisione della Regione rappresenta una buona notizia.
L’associazione sottolinea come l’agrivoltaico possa consentire di tenere insieme produzione agricola ed energia rinnovabile, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico.
«L’agrivoltaico è una delle grandi opportunità della transizione ecologica – afferma Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente – perché permette di produrre energia pulita mantenendo viva la funzione agricola dei territori».
Secondo l’associazione ambientalista il vero tema non è più decidere se sviluppare o meno le energie rinnovabili, ma farlo in modo corretto, coinvolgendo gli agricoltori e garantendo qualità progettuale, tutela della biodiversità e benefici per le comunità locali.
Legambiente evidenzia inoltre come la crisi climatica stia già producendo effetti pesanti sulle campagne toscane tra siccità, eventi estremi e crescente stress idrico, rendendo necessaria un’accelerazione sulla produzione di energia da fonti rinnovabili.
Italia Nostra: «Non chiamatela integrazione, è industrializzazione»
Di tono completamente diverso il comunicato diffuso da Italia Nostra Maremma Toscana.
L’associazione guidata da Francesco Pratesi contesta innanzitutto le dimensioni dell’intervento.
«La superficie coinvolta equivale a circa metà dell’intero centro abitato di Ribolla» scrive Italia Nostra. «Altro che semplice integrazione tra agricoltura ed energia: siamo di fronte ad una trasformazione territoriale di enorme impatto che modifica radicalmente il paesaggio rurale maremmano».
Ma le critiche non si fermano ai pannelli.
Secondo l’associazione uno degli aspetti più sottovalutati riguarda il cavidotto interrato di circa 16 chilometri necessario per collegare l’impianto alla rete elettrica. Un’infrastruttura che, secondo Italia Nostra, comporterà attraversamenti di proprietà private, servitù, possibili espropri e interferenze con le attività agricole.
Le accuse sulla produzione energetica
Italia Nostra mette inoltre in discussione l’efficacia complessiva del sistema fotovoltaico.
Nel documento si sostiene che il fotovoltaico produca energia soltanto per una parte limitata dell’anno e che continui a richiedere infrastrutture di supporto, accumuli e sistemi energetici tradizionali.
Ancora più dura la critica alla definizione stessa di agrivoltaico.
Per l’associazione la componente agricola rischierebbe di diventare un elemento marginale rispetto alla funzione energetica dell’impianto. Italia Nostra richiama anche le preoccupazioni espresse negli anni da Coldiretti sul possibile impatto di questi impianti sulla produttività agricola dei terreni.
Un territorio già saturo di impianti
Tra gli argomenti più forti utilizzati da Italia Nostra c’è quello relativo alla situazione energetica della provincia di Grosseto.
Secondo l’associazione la provincia produrrebbe già oggi circa il doppio dell’energia necessaria al proprio fabbisogno e rappresenterebbe il territorio toscano con la maggiore concentrazione di impianti da fonti rinnovabili.
Da qui la domanda posta dall’associazione: ha ancora senso continuare a consumare territorio agricolo per nuovi impianti?
Il precedente che pesa
Curiosamente, alcuni elementi richiamati oggi da Italia Nostra erano stati evidenziati inizialmente anche dagli uffici regionali.
Lo stesso studio paesaggistico depositato dalla società proponente ricorda infatti che durante la prima fase istruttoria il Settore tutela del paesaggio della Regione Toscana aveva individuato criticità paesaggistiche tali da richiedere una Valutazione di impatto ambientale completa.
Per superare quelle osservazioni il progetto è stato modificato con una riduzione e una diversa configurazione del layout e con nuove opere di mitigazione paesaggistica.
Due idee diverse di ambientalismo
Al di là del progetto Ribolla, la vicenda mette in evidenza una frattura sempre più evidente nel mondo ambientalista.
Da una parte chi considera la produzione di energia rinnovabile una priorità assoluta per contrastare la crisi climatica.
Dall’altra chi teme che la corsa alle rinnovabili stia trasformando vaste porzioni del territorio agricolo e rurale in nuovi distretti energetici. In particolare in Maremma, dove ci sono grandi spazi, ma anche pochi residenti. Alla fine rischia di diventare una terra che fa da… batteria alle altre.
Ed è probabilmente proprio questo il vero significato della vicenda Ribolla: non una semplice autorizzazione amministrativa, ma il simbolo di una discussione destinata ad accompagnare la Maremma per molti anni.
Perché oggi il confronto non è più tra favorevoli e contrari all’ambiente. È tra due diverse idee di come difenderlo.





