GROSSETO. Torna, in questo fine settimana di settembre (sabato 19 e domenica 20), la manifestazione a Grosseto “A spasso nel medioevo”. Una rievocazione storica dei fatti avvenuti sette secoli fa. E che non tutti conoscono.
Abbiamo ricostruito quei giorni che hanno segnato per sempre la storia di Grosseto.
Era il settembre 1328. L’aria nella piana maremmana è greve, umida, carica di zanzare e paura. Da nord, lungo le strade bianche che portano verso le mura, si solleva una nuvola di polvere.
È l’esercito di Ludovico il Bavaro, imperatore del Sacro Romano Impero, che scende dalla Toscana con migliaia di uomini, cavalieri, balestrieri tedeschi e un seguito denso di nobili, ecclesiastici e soldati di ventura.
Dietro di lui, il vessillo imperiale con l’aquila nera a due teste. Accanto, l’antipapa Niccolò V, che Ludovico stesso ha fatto eleggere dopo la scomunica papale di Giovanni XXII. Il messaggio è chiaro: chi non si sottomette, sarà punito. E Grosseto, fiera, è fra queste città.
Grosseto, “piccola ma ostinata”
La città, cinta da mura già allora solide, è povera ma orgogliosa. Da anni, i grossetani difendono la propria autonomia, schiacciati tra Siena e i conti Aldobrandeschi, ma fieri della loro libertà.
Quando arrivano gli emissari imperiali chiedendo viveri, oro e fedeltà, la risposta del consiglio cittadino è secca: «Grosseto non serve padroni.»
A guidare la difesa sono due fratelli, Vanni detto Malia e Abbatino del Malia, uomini d’arme di una famiglia locale. Radunano artigiani, contadini, balestrieri, anche donne e ragazzi.
Tutti partecipano: chi versa l’acqua bollente dalle mura, chi fonde piombo, chi porta pietre e fascine per chiudere le brecce.
L’imperatore ai piedi delle mura
Il 17 settembre 1328, Ludovico il Bavaro si accampa sotto le mura di Grosseto. Pianta le sue tende dove oggi si stende il Parco delle Mura, e da lì osserva le torri e le porte chiuse. Con lui c’è anche un contingente arrivato via mare, dal porto di Talamone, fedele all’Impero.
Le prime ore sono di trattativa. L’imperatore manda un araldo: chiede resa e sottomissione.
Ma da sopra le mura risuona una risposta che diventerà leggenda: «Grosseto non teme l’aquila. Finché ci sarà un solo uomo, la città resisterà».
Allora Ludovico ordina l’assalto.
Quattro giorni di ferro e fuoco
Per quattro giorni la città vive nel frastuono. Catapulte, balestre, arieti. I balestrieri tedeschi salgono sulle scale, ma ogni volta vengono respinti. Dalle torri, i grossetani rovesciano pietre e olio bollente. La campana del Cassero suona a stormo, notte e giorno.
Le cronache del tempo raccontano che le donne portavano le frecce agli uomini e che persino i frati lanciavano sassi dalle mura.
Lo stesso cronista Giovanni Villani scrive: «Dopo quattro giorni di infruttuosi assalti e battaglie, durante i quali i balestrieri dell’Imperatore salirono più volte sulle mura, furono dagli abitanti di essa respinti a forza».
La rabbia degli assedianti
L’imperatore, umiliato, vede i suoi migliori uomini cadere nel fango delle paludi. La malaria comincia a mordere l’esercito.
Gli ufficiali tedeschi, furiosi, si sfogano con parole che ancora oggi fanno parte della memoria cittadina:
«Uomini maledetti, nefandi, figliolanza di vipere e serpentacci tortuosi, discendenza pestifera, schiatta velenosa, cani rivomitatori e porci rivolgentisi nel brago, attossicata genia, generazione inflessibile e più dura del macigno, grossolani come il loro nome, non piegabili né per blandizie, né per minacce».
Era l’ammissione, rabbiosa, della sconfitta.
La ritirata
Il 21 settembre, Ludovico ordina la ritirata. Lascia sul terreno oltre quattrocento soldati, caduti sotto le mura di Grosseto.
Si racconta che, passando davanti a Porta Vecchia, l’imperatore abbia detto: «Meglio lasciare ai diavoli questa città maledetta.»
Grosseto aveva resistito. Senza aiuti esterni, senza cavalleria, solo con il coraggio dei suoi cittadini.
Il simbolo del grifone
Da quel giorno, il grifone di Grosseto, che già campeggiava sullo stemma comunale, fu raffigurato impugnante una spada: il segno della vittoria e della libertà difesa con le armi.
Un ricordo che attraversa i secoli.
Ancora oggi, nelle rievocazioni storiche, le parole degli assedianti vengono recitate come un trofeo rovesciato: il segno della durezza grossetana, quella che non si piega né ai re né agli imperatori.

Un’eredità viva
Ogni settembre, durante le celebrazioni dell’assedio, la città riscopre le sue radici. Le strade si riempiono di costumi medievali, il Cassero Senese torna a essere una rocca viva, le mura medicee brillano sotto le torce. E sotto porta Vecchia una lapide ricorda quei giorni.

Le voci narrano di quella settimana del 1328 in cui Grosseto, piccola e dimenticata, sconfisse l’Impero. Un episodio che, più che una battaglia, è diventato un mito di identità e di orgoglio.
Perché a Grosseto, come si dice ancora oggi, «meglio morire in piedi che vivere in ginocchio».
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La scheda – l’assedio di Grosseto (1328)
- Cronica di Giovanni Villani
- cronache maremmane del xiv secolo
- documenti dell’archivio storico comunale di Grosseto
— invettiva attribuita agli assedianti tedeschi
dati e citazioni sono tratti da cronache coeve; alcuni numeri potrebbero riflettere enfasi retorica dell’epoca.



