FOLLONICA. Aveva suonato al citofono della caserma dei carabinieri di Follonica, dato fuoco ad alcuni fogli di carta e minacciato i militari. Poi, durante la direttissima, aveva lanciato una sedia in aula perché «Io voglio tornare in carcere», dopo che il giudice Marco Bilisari aveva disposto per lei l’obbligo di dimora.
Lunedì 5 ottobre, la vicenda si è chiusa con la sentenza del giudice Marco Bilisari, che ha dichiarato la giovane colpevole e l’ha condannata a un anno e 6 mesi di reclusione.
Durante il processo la 21enne è stata sottoposta a una perizia psichiatrica, che l’ha dichiarata capace di intendere e di volere.
La giovane aveva già alle spalle un’altra condanna: lo scorso febbraio il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Grosseto, Giuseppe Coniglio, l’aveva condannata a 2 anni e 4 mesi per gli otto roghi appiccati nella notte tra il 3 e il 4 luglio in diverse zone di Follonica, tra cassonetti, vegetazione e l’insegna di una tabaccheria. Anche in quel un perito del tribunale di Grosseto l’aveva dichiarata capace di intendere e volere.
Il processo per quanto accaduto davanti alla caserma si è concluso oggi, 5 ottobre. L’avvocato della difesa, Domenico Fiorani, ha chiuso la discussione con una lunga arringa incentrata soprattutto sull’umanità e sul recupero dei giovani detenuti.
Il disturbo della personalità e il desiderio di restare in carcere
La giovane ha un disturbo antisociale della personalità, ma questo, come aveva spiegato la perita Federica Vanelli durante l’udienza del 15 settembre, non le impediva di comprendere ciò che stava facendo.
Secondo la perita, infatti, al momento dei fatti la 21enne era pienamente consapevole delle proprie azioni. Vanelli aveva spiegato che chi presenta questo disturbo tende a vedere gli altri come un mezzo per raggiungere la propria autodeterminazione, che può diventare più importante anche dell’esclusione dalla società.
La psichiatra aveva affrontato anche un altro aspetto della vicenda: il desiderio manifestato più volte dalla giovane di rimanere in carcere. Durante il colloquio peritale, quando Vanelli le aveva chiesto se volesse uscire, la ragazza aveva risposto: «A fare che?».
Secondo la perita, persone con questo tipo di disturbo possono trovarsi maggiormente a proprio agio in contesti più semplici e rigidamente regolati, come quello carcerario, dove le relazioni e le regole da seguire sono meno complesse rispetto alla vita fuori.
Una spiegazione che si lega a quanto era accaduto proprio durante la direttissima: quando il giudice Bilisari aveva disposto per lei l’obbligo di dimora, la giovane aveva iniziato a urlare di voler tornare in carcere e aveva lanciato una sedia nell’aula del tribunale. Il giudice aveva quindi aggravato la misura cautelare, disponendo il carcere.
La condanna e il percorso della giovane
Al termine del processo il giudice Marco Bilisari ha condannato la 21enne a un anno e 6 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali. Le sono state riconosciute le attenuanti generiche. Il vice procuratore onorario Alessandro Bonasera aveva chiesto nove mesi di reclusione.
Ma l’atteggiamento della giovane, che fino a poche settimane fa manifestava apertamente la volontà di rimanere in carcere, sembra essere cambiato. Ora sta seguendo un percorso psicologico e una terapia farmacologica e starebbe iniziando a pensare alla possibilità di cambiare vita.
È proprio sulla possibilità di recupero della 21enne che si è concentrata anche l’arringa conclusiva dell’avvocato Fiorani: non soltanto sulla pena, quindi, ma sulla possibilità per una ragazza così giovane di costruire un percorso diverso.



