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Tragedia in barca: «Non andavamo veloci»

Il figlio dell’imprenditore indagato ha scritto alla tv danese: «La barca a vela andava a motore, non ha rispettato il diritto marittimo»
La barca a vela sotto sequestro a Porto Santo Stefano
La barca a vela distrutta nell’impatto

PORTO SANTO STEFANO. «Non è stata colpa nostra». Così Nick Horup, figlio di Petr – il danese indagato per l’incidente mortale di sabato scorso all’Argentario – dà la sua versione dei fatti in una email inviata alla televisione danese Tv2 e ripresa anche dal Messaggero.

Mancanza di precedenza

Fin dall’inizio, era stato quasi dato per scontato che lo yacht sul quale viaggiava la famiglia danese, aveva il pilota automatico inserito. Invece, questo dettaglio, al momento, non risulterebbe nemmeno alla procura di Grosseto che ha aperto un’inchiesta e che ha indagato i due conducenti delle imbarcazioni

Il ragazzo, che era a bordo del motoscafo insieme con la sua fidanzata, il padre e la madre, nega anche che l’incidente sia stato causato da «consumo di alcol o droghe, dall’alta velocità o dalla mancata attenzione» e ribadisce che la colpa potrebbe essere della barca a vela che non ha rispettato le regole del diritto di precedenza in mare.

«La regola pratica – spiega – è che, secondo le regole marittime internazionali, le barche che navigano con un motore devono cedere il passo alle barche a vela. In altre parole, il motoscafo danese ha dovuto cedere il passo alla barca a vela italiana. Tuttavia, ci sono eccezioni a questa regola generale – ha scritto nella lettera inviata alla tv danese – Se la barca a vela italiana ha navigato a motore, le due barche sono equiparate».

Secondo quanto riferito dal ragazzo alla televisione danese, le autorità italiane avrebbero già restituito i passaporti all’intera famiglia che starebbe dunque facendo rientro in Danimarca

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