GROSSETO. Lei vedeva in lui una possibilità di riscatto. Gli diceva di smetterla con lo spaccio di droga e di cercarsi un mestiere vero. Gli aveva persino trovato un impiego in campagna, convinta che fosse l’occasione giusta per cambiare strada.
Lui, poco più che trentenne e straniero, viveva alla giornata in un capannone abbandonato. Lei gli aveva aperto la porta di casa, ospitandolo anche quando, dopo l’arresto per droga, gli erano stati concessi i domiciliari.
Una fiducia che sarebbe diventata una trappola.
La spirale della violenza
La convivenza si era presto trasformata in un incubo. Insulti, urla, spintoni: a ogni discussione, lui giustificava lo spaccio come unica fonte di reddito, lei lo incoraggiava a cambiare. Ogni volta lui prometteva, ogni volta tornava a tradire quella promessa.
La situazione era precipitata nel novembre 2024, quando lei gli aveva comunicato che il lavoro in agricoltura era pronto: lui era andato su tutte le furie. Prima parole pesanti, poi le mani. Nessuna denuncia, solo paura.
Le fughe, gli arresti, e il ritorno
Dopo un nuovo arresto per droga, lei era tornata a trovarlo spesso in carcere. Una volta liberato, i due erano tornati a convivere. E con la convivenza erano tornate le violenze.
Un giorno lui aveva afferrato un mattarello, e l’aveva colpita alle gambe, mentre lei tentava di rifugiarsi in camera da letto. Neppure allora aveva chiamato le forze dell’ordine.
Poi lui era sparito di nuovo. Ma una mattina, come se nulla fosse, era rientrato scavalcando una finestra.
«Non esci più»: le minacce e la mazza da baseball
Lui non voleva più che lei uscisse di casa, neppure per fare la spesa. Le liti si moltiplicavano. Una sera, tornato con un motorino – «me lo paga un cliente con la droga», aveva specificato – aveva impugnato una mazza da baseball, minacciando di usarla.
Le botte erano riprese: una bottiglia di vetro si era rotta durante la colluttazione e lui gliel’aveva portata al volto: «Se non la fai finita ti ammazzo».
Una notte di terrore, poi la chiamata al 112
Lei cercava di mandarlo via, ma lui compariva ancora. Una mattina se lo è ritrovato accanto al letto. Questa volta la paura ha superato il silenzio: è partita la telefonata ai carabinieri.
Era maggio scorso. Pochi giorni dopo, l’uomo era stato arrestato per maltrattamenti.
La condanna
Il procedimento penale, avviato per maltrattamenti e lesioni, ha portato il tribunale di Grosseto a dichiararlo colpevole.
Assistito dall’avvocata Sabrina Pollini, l’uomo ha ascoltato la sentenza nell’aula presieduta dal giudice Giuseppe Coniglio: tre anni di reclusione, con rito abbreviato.
Il sostituto procuratore Giampaolo Melchionna ne aveva chiesti tre anni e quattro mesi.
La vittima non si è costituita parte civile: voleva solo che quel capitolo finisse. Questa volta per davvero.



