ORBETELLO. Il “regalo di Ferragosto” è arrivato direttamente sull’App IO, con la notifica dell’emissione degli avvisi Tari 2026. E adesso che i cittadini cominciano ad aprire le bollette e a confrontarle con quelle dello scorso anno, la discussione torna inevitabilmente sui numeri.
Non più soltanto percentuali contenute negli atti, previsioni o interpretazioni politiche. Adesso ci sono gli importi che arrivano nelle case.
Ed è proprio sulla distanza tra l’aumento annunciato dall’Amministrazione e quello che alcuni cittadini starebbero riscontrando nelle proprie bollette che Domenico Covitto, ex tecnico del Comune di Orbetello, torna all’attacco dell’Amministrazione Casamenti.
Secondo le segnalazioni raccolte da Covitto, in alcuni casi gli incrementi rispetto allo scorso anno oscillerebbero tra il 9 e il 13%.
Il nodo di quel 3%
Il punto di partenza è ormai noto. L’Amministrazione comunale ha sostenuto che l’aumento della Tari sia stato contenuto al 3%, anche attraverso il limite previsto da Arera. Una cifra ribadita dal sindaco e dall’assessore competente e finita più volte al centro del dibattito politico.
Covitto contesta da tempo questa lettura. Secondo i dati analizzati dall’ex tecnico comunale, infatti, il costo complessivo del servizio passerebbe dai 5.167.841 euro del 2025 ai 5.760.056 euro del 2026.
La differenza è di oltre 592mila euro e corrisponde a una crescita dell’11,46%. Il limite Arera porterebbe invece il Pef massimo a 5.322.877 euro, lasciando una differenza di 437.179 euro rispetto al costo complessivo indicato.
Numeri che Covitto mette sul tavolo per contestare l’idea che tutta la questione Tari possa essere riassunta semplicemente in un aumento del 3%.
Dalle carte alle bollette
C’è però un altro dato sul quale l’ex tecnico concentra l’attenzione: quello delle entrate tariffarie finali, cioè delle somme che devono essere recuperate attraverso la tariffa.
Secondo i numeri riportati da Covitto, si passerebbe dai 4.870.427 euro del 2025 ai 5.172.781 euro del 2026: oltre 302mila euro in più, pari a un incremento di circa il 6,2%. «Si parla di aumento bloccato al 3% – sostiene Covitto – ma i cittadini si trovano davanti a un incremento reale superiore al doppio».
Ora, secondo l’ex tecnico, le prime bollette aggiungerebbero un ulteriore elemento alla discussione: alcuni cittadini avrebbero riscontrato aumenti compresi tra il 9 e il 13%.
Un dato che naturalmente non può essere automaticamente esteso a tutte le utenze. La Tari viene infatti calcolata sulla base di diversi elementi, a partire dalla superficie dell’immobile e dal numero dei componenti del nucleo familiare. Per capire l’aumento effettivo è quindi necessario confrontare situazioni omogenee.
Ma è proprio la distanza tra le percentuali finite finora nel dibattito pubblico e gli importi che alcuni cittadini vedono materialmente nelle proprie bollette a riaccendere lo scontro.
Il peso maggiore ricade sulle famiglie
C’è poi un altro aspetto evidenziato da Covitto: la ripartizione del costo del Pef. Secondo la sua analisi, circa il 65% della spesa grava sulle famiglie, mentre il restante 35% ricade sulle attività.
Una differenza che, secondo l’ex tecnico, produce effetti che vanno oltre la semplice bolletta.
Una Tari più alta significa infatti minore disponibilità economica per le famiglie. E una riduzione della capacità di spesa può tradursi in minori consumi nelle attività commerciali, che a loro volta devono sostenere il costo del servizio rifiuti.
È quello che Covitto definisce un “circolo vizioso”, che rischierebbe di avere conseguenze sull’intera economia locale.
«Il problema non è soltanto quanto paghiamo»
Per Covitto, però, fermarsi alla guerra delle percentuali significherebbe guardare soltanto una parte del problema.
La questione centrale, sostiene, è anche quanto costa il servizio e quale qualità viene garantita ai cittadini.
Nel mirino dell’ex tecnico finiscono alcuni indicatori: un costo unitario che indica in 50,87 centesimi al chilogrammo, rispetto a un benchmark nazionale indicato in 39,44 centesimi, una raccolta differenziata che si attesterebbe al 57% e indicatori di qualità del servizio collocati nelle fasce E e G.
È su questo terreno che Covitto chiede di spostare il confronto: se il servizio costa di più, sostiene, è legittimo domandarsi se a quell’aumento corrisponda anche un miglioramento della qualità.
Quei 437mila euro che potrebbero tornare in futuro
Resta poi la questione dei 437.179 euro di differenza rispetto al limite Arera.
Secondo Covitto, non si tratterebbe di una cifra semplicemente cancellata. Il suo effetto potrebbe essere trasferito sui Pef e quindi sulle tariffe degli anni successivi attraverso i meccanismi di conguaglio. Una questione tecnica, ma dalle conseguenze potenzialmente molto concrete.
Per l’ex tecnico comunale, quindi, il problema non riguarderebbe soltanto quanto gli orbetellani pagheranno nel 2026, ma anche ciò che potrebbe accadere negli esercizi successivi.
Le domande sul servizio
Ed è qui che Covitto mette in fila le domande che, a suo giudizio, l’Amministrazione dovrebbe affrontare.
Perché il costo complessivo del servizio cresce dell’11,46%? Perché la raccolta differenziata resta al 57%? Perché gli indicatori di qualità risultano nelle fasce E e G? Quali margini ci sono per migliorare il servizio e contenere i costi?
Domande con le quali l’ex tecnico contesta quella che considera una rappresentazione troppo semplice della vicenda attraverso il solo riferimento al limite del 3%.
«Una volta ci confrontavamo sulle idee, oggi anche sui numeri»
La Tari ha poi una caratteristica che rende questa discussione diversa da molte altre: entra direttamente nelle case e nelle attività.
«La Tari 2026 arriva in un momento politicamente delicato per Orbetello – dice Covitto – dove il confronto sull’Amministrazione Casamenti si intreccia con altre questioni, dalla gestione del territorio alla vicenda della possibile secessione di Talamone e Fonteblanda. Ma la tassa sui rifiuti ha una caratteristica particolare: arriva direttamente nelle case e nelle attività. Per questo il dibattito non può rimanere soltanto politico».
Da una parte c’è dunque l’Amministrazione, che rivendica il contenimento dell’aumento attraverso il meccanismo Arera. Dall’altra Covitto, che contesta questa lettura e richiama l’attenzione sul costo complessivo del servizio e su quello effettivamente sostenuto da cittadini e imprese.
E adesso, soprattutto, ci sono le bollette.
Il dato effettivo andrà valutato sulle singole utenze, confrontando situazioni realmente omogenee. Ma la domanda posta da Covitto resta: se il servizio costa di più, quanto stanno pagando realmente i cittadini e a questo aumento corrisponde un servizio migliore?
È su questo terreno, più che sulla guerra delle percentuali, che sembra destinata a giocarsi la partita della Tari 2026.
Covitto chiude con una considerazione amara che va persino oltre la tassa sui rifiuti.
«Una volta ci confrontavamo sulle idee. Ognuno aveva le proprie ed erano rispettabili. Oggi mettiamo in discussione anche i numeri, interpretiamo persino quelli. Sembra quasi che uno più uno non faccia più due, ma quello che conviene a ciascuno farlo diventare».



