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«Separare giudici e pm è l’unico modo per avere una giustizia davvero equa»

Secondo il presidente della Camera penale di Grosseto, l’avvocato Massimiliano Arcioni, il referendum può cambiare davvero il sistema giustizia: «Chi dice il contrario lo fa soltanto per ideologia»
Un aula del tribunale di Grosseto e Massimiliano Arcioni
Un aula del tribunale di Grosseto e Massimiliano Arcioni, presidente della Camera penale

GROSSETO. Il referendum sulla riforma della giustizia torna a dividere la politica, ma mette soprattutto al centro una questione che riguarda da vicino i cittadini: le garanzie, l’equilibrio dei poteri e il diritto a un processo davvero equo.

A Grosseto, da pochi giorni è nato il comitato Avvocati per il no, che si oppone alla riforma. Riforma che invece è sostenuta dall’Unione delle camere penali, che proprio a Grosseto, a ridosso delle feste, ha allestito un banco informativo in centro, per spiegare le ragioni del sì. Per Massimiliano Arcioni, presidente della camera penale di Grosseto, il voto rappresenta «un passaggio storico» per completare la trasformazione del processo penale italiano in senso pienamente accusatorio.

«La separazione delle carriere non è una battaglia ideologica – spiega – ma il completamento naturale di un sistema accusatorio che non può funzionare con giudice e pm appartenenti allo stesso ordine».

Perché la separazione delle carriere è una riforma necessaria

Secondo Arcioni, la distinzione ordinamentale tra giudice e pubblico ministero non è una forzatura, ma una conseguenza logica del modello processuale accusatorio.

«L’articolo 111 della Costituzione parla chiaramente di giudice terzo – spiega Arcioni – Un giudice che appartiene allo stesso ordine del pm non è, per definizione, un giudice pienamente terzo. La separazione delle carriere è la transizione definitiva verso un sistema moderno e democratico».

Nei grandi ordinamenti europei la separazione è la regola. Le carriere unificate, ricorda Arcioni, restano oggi una rarità, presenti soltanto in pochi paesi come Turchia e Romania.

Avvocato Arcioni, se vincesse il sì quale sarebbe il primo segnale concreto che i cittadini vedrebbero nei tribunali?

«Un giudice realmente terzo, soprattutto nella fase delle misure cautelari. Oggi il peso del pm sul giudice è molto forte. Con la separazione delle carriere il cittadino sarebbe molto più garantito. Le statistiche dimostrano che oggi il peso del pm sulle decisioni cautelari è molto forte. Con un giudice realmente terzo il cittadino sarebbe più garantito soprattutto nella veste di imputato. La riforma presuppone comunque un cambio di tipo culturale nell’ambito delle due carriere: un giudice separato dal pm è un giudice naturalmente più orientato alla valutazione imparziale delle prove».

Era davvero necessario arrivare a un referendum?

«Sì, trattandosi di una riforma di tipo costituzionale. È il completamento naturale di un processo penale accusatorio. Non può esistere un sistema accusatorio con carriere unificate. È una contraddizione strutturale».

«Oggi c’è una mistificazione sul no»

Uno dei temi più discussi è il timore che la riforma possa portare il pubblico ministero sotto il controllo del potere esecutivo. È davvero così?

«È una mistificazione vera e propria. La riforma non prevede alcuna sottomissione del pm al governo. È ispirata al modello portoghese, che prevede due consigli superiori distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi indipendenti. Il risultato sarebbe un sistema più equilibrato, capace di garantire maggiormente i cittadini, soprattutto nelle fasi più delicate del procedimento penale».

Un tema che viene da lontano

Arcioni richiama anche la storia dell’ordinamento giudiziario italiano. E a partire dal nostro passato, il presidente della Camera penale spiega come la contrarietà al referendum appaia «più ideologica che giuridica: la storia del nostro Paese infatti – dice Arcioni – ha dimostrato lo strapotere delle procure. Chi si oppone al referendum dimostra un approccio ideologicamente preconcetto. Ad oggi faccio fatica a comprendere una certa sinistra che si dichiara contraria alla separazione delle carriere. Se conoscessero la storia saprebbero che l’unicità delle carriere fu l’idea di Dino Grandi alla fine degli anni 30. Grandi insistette sul modello delle unicità delle carriere ritenendolo coerente con lo stato autoritario».

La prova del 9 ce la dà la storia del Portogallo con Salazar. «Anche lì, sotto un regime dittatoriale, si tornò all’unicità delle carriere dei magistrati – aggiunge – Solo con la Rivoluzione dei garofani nel 1974, fu di nuovo applicata la separazione delle carriere con due Csm distinti, proprio perché requirenti e giudicanti restassero indipendenti». 

«Il referendum va fatto, indipendentemente dai governi»

«L’unione delle camere penali è indipendente dalla politica – conclude Arcioni – Abbiamo criticato anche provvedimenti poco garantisti dell’attuale governo. Questa riforma la portiamo avanti dalla fine degli anni Ottanta: il referendum va fatto e basta, perché riguarda i diritti fondamentali dei cittadini».

Ma perché, allora, ci sono tutte queste resistenze?

«C’è un approccio ideologico. L’unicità delle carriere nasce in un contesto autoritario. La separazione è la scelta dei paesi moderni e democratici – dice ancora Arcioni –  In ogni caso, la maggioranza degli avvocati italiani, soprattutto i penalisti sono a favore della separazione delle carriere». 

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