GROSSETO. Ci sono terre che nascono fortunate. E poi c’è la Maremma.
Prima delle cartoline, prima del turismo lento, prima dei filari ordinati e degli agriturismi immersi nei campi, questa era una terra dura. Inospitale. Segnata dall’acqua stagnante, dalla malaria e dal latifondo.
Se le bonifiche l’avevano resa fisicamente abitabile, fu la riforma agraria del 1950–1951 a cambiarne per sempre il destino sociale ed economico.
Settantacinque anni fa nasceva l’Ente per la colonizzazione della Maremma tosco-laziale, passato alla storia come Ente Maremma. Un nome che oggi sembra quasi tecnico, burocratico. Ma che in realtà rappresenta una delle più grandi trasformazioni territoriali del Novecento italiano.
Sono stati venti anni di profondi cambiamenti: nel 1970 l’Ente Maremma fu sciolto e fu istituito l’Ente toscano per lo sviluppo agricolo forestale.
La legge e la svolta: 1950–1951
Il 21 ottobre 1950 lo Stato approvò la legge che avviava la stagione della riforma fondiaria. La legge è la n. 841 (chiamata “legge stralcio”): è il pilastro della riforma agraria nazionale (espropriazione/bonifica/trasformazione/assegnazione ai contadini). (QUI il testo sulla Gazzetta Ufficiale)
La legge riguardava otto comprensori della penisola (che rappresentavano circa il 29% della superficie agricola e forestale nazionale).
Nel febbraio del 1951 fu istituito l’Ente Maremma per applicarla in un’area vasta che comprendeva la Maremma toscana e parte di quella laziale. Si tratta del Dpr 27 febbraio 1951, n. 66: firmato da Luigi Einaudi è il documento chiave per la Maremma perché contiene le norme di applicazione della legge 841 ai territori di Lazio, Toscana e Abruzzo e soprattutto l’istituzione dell’Ente per la colonizzazione della Maremma tosco-laziale (Ente Maremma). (QUI il testo sulla Gazzetta Ufficiale)
La missione era chiara e radicale, quasi visionaria: espropriare parte dei grandi latifondi, suddividere la terra in poderi numerati, assegnarli a famiglie contadine, costruire infrastrutture e servizi e creare nuovi insediamenti agricoli. Una curiosità, a Maiano Lavacchio c’è un’azienda agricola che produce ottimo Morellino che ancora si chiama Podere 414, dal numero originario della riforma del 1951.
Non era un semplice piano agricolo. Era un progetto di ingegneria sociale e territoriale.
La riforma nazionale fu firmata dal ministro dell’agricoltura Antonio Segni, con Alcide De Gasperi presidente del consiglio, e già inserita in Costituzione da Fanfani. L’attuazione era prevista dal 1950 al 1977, ma in Maremma i primi effetti si videro già dopo due anni: il 19 marzo 1952 al teatro degli Industri di Grosseto il sindaco comunista Renato Pollini accolse il presidente del consiglio Alcide De Gasperi per la consegna dei primi 137 certificati di proprietà agli assegnatari.
Nel dicembre dello stesso anno iniziarono i lavori dell’Acquedotto del Fiora. Perché l’acqua è la benzina dell’agricoltura.

I numeri della trasformazione
Tra il 1951 e la metà degli anni Sessanta, l’Ente Maremma operò su decine di migliaia di ettari di territorio.
Furono espropriate vaste superfici agricole, furono creati migliaia di poderi e assegnate terre a famiglie contadine. Allo stesso tempo furono realizzate centinaia di case coloniche, costruiti chilometri di strade poderali, installate reti idriche rurali ed edificati borghi con scuole, ambulatori, servizi essenziali, il cuore della comunità.
L’Ente Maremma espropriò 178.871 ettari e ne assegnò 171.768, realizzando 7.983 poderi dell’ampiezza media di 8 ettari e 11.506 quote agricole dell’ampiezza media di 3,3 ettari.
Nacquero decine e decine di cooperative, alcune delle quali, solo per fare un esempio quelle che oggi sono la Cantina Vini di Maremma e la Cooperativa di Pomonte, ancora esistono.

Ogni podere aveva una dimensione studiata per garantire autosufficienza produttiva. Ogni casa colonica era progettata con criteri funzionali moderni per l’epoca.
Non era solo distribuzione di terra. Era pianificazione.
Il paesaggio che oggi consideriamo “naturale” — con i poderi ordinati, le strade dritte che tagliano i campi, le case isolate nel mezzo dei filari — è in gran parte il risultato di quel disegno.
La piana grossetana: da terra marginale a sistema agricolo
Nel grossetano l’impatto fu enorme.
Zone che per secoli erano rimaste scarsamente popolate si riempirono di aziende agricole familiari, nuovi insediamenti e comunità rurali strutturate.
L’Ente non si limitò a distribuire terra: costruì un sistema. Ogni podere era collegato a una rete stradale, ogni borgo aveva servizi, ogni area agricola veniva inserita in un piano di sviluppo complessivo. E qualche nome di località rimane anche oggi, uno per tutti Borgo Carige, sotto a Capalbio.

La Maremma smise di essere una periferia abbandonata. Diventò un territorio organizzato.
Le famiglie assegnatarie: la vera rivoluzione
Dietro i numeri c’erano le persone.
Molte famiglie arrivarono da altre zone della Toscana, si dice ancora “per fare un maremmano, donna di Pistoia e omo di Scansano”, alcune da regioni limitrofe, molti dal Veneto, basta andare ad Alberese e vedere quali sono i cognomi più diffusi. Erano braccianti, mezzadri, lavoratori agricoli senza terra. E i veneti, che pure all’inizio faticarono ad integrarsi, portarono nuove tecniche di coltivazioni.
Ricevere un podere significava ricevere una responsabilità enorme. La casa colonica non era solo un’abitazione, era il centro di una nuova vita.
Ma non fu tutto rose e fiori.
Gli anni iniziali furono durissimi con terreni da rendere produttivi, debiti da sostenere e tanti sacrifici quotidiani. Ma per la prima volta la terra non era più “di qualcun altro”. Era propria. E questo cambiò per sempre il rapporto tra uomo e territorio.
Le lunghe veglie invernali, il gioco del panforte (lancio del dolce su un tavolo di legno, cercando di farlo arrivare più vicino possibile al bordo, ndr), e la prima trebbiatura sull’aia erano momenti centrali, descritti spesso in foto d’epoca come momenti di grande rito sociale.

Ente Maremma: progettazione, controllo, sviluppo
L’Ente Maremma non fu un soggetto improvvisato.
Produsse infatti piani di esproprio dettagliati, progetti architettonici standardizzati, relazioni tecniche, mappe e cartografie anche studi agronomici. All’Archivio storico de La Grancia è conservata tutta la documentazione relativa alla storia della riforma fondiaria della Maremma tosco-laziale, con ricca collezione fotografica e cartografica.

Gli archivi dello splendido ex convento benedettino raccontano una pianificazione meticolosa: dai tracciati stradali alle distanze tra poderi, dalla collocazione delle scuole rurali alla rete degli acquedotti.
Si trattò di una delle più imponenti operazioni di trasformazione territoriale del dopoguerra italiano.

L’eredità nel paesaggio
Guardando oggi la Maremma dall’alto si legge ancora quel disegno. I campi regolari, le strade rettilinee, le case isolate con corte e annessi agricoli. Non è casualità. È progetto.
La riforma agraria ha inciso nella geografia fisica e nella memoria collettiva.
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