GROSSETO. Hanno ascoltato in silenzio. Seduti davanti al tribunale dei minori di Lecce, uno accanto all’altro, con gli occhi bassi e le famiglie alle spalle. Ragazzi di 16 e 17 anni, quasi tutti grossetani, finiti dentro una delle inchieste più pesanti dell’ultima estate italiana. Quella delle rapine violente di Gallipoli, delle notti trasformate in caccia ai turisti, delle aggressioni davanti alle discoteche di Baia Verde, dei pugni, degli sputi, delle bottiglie usate come armi e delle collane strappate dal collo delle vittime.
Martedì 11 maggio, nell’aula del tribunale per i minorenni di Lecce, quei ragazzi hanno capito davvero cosa significa entrare nel sistema penale. Lo hanno capito mentre la procuratrice Simona Filoni ricostruiva davanti al giudice Lucia Rabboni la sequenza delle aggressioni contestate al gruppo. Reati definiti «gravissimi» dalla stessa giudice. Una parola pesante, pronunciata davanti a minorenni che fino a pochi mesi fa vivevano tra scuola, vacanze e social network.
Uno di loro era collegato dall’istituto penitenziario minorile dove si trova ancora detenuto.
Le notti di Gallipoli trasformate in violenza
L’inchiesta della procura minorile di Lecce nasce dai fatti avvenuti tra il 21 e il 22 giugno del 2025 a Gallipoli, soprattutto nella zona della movida di Baia Verde. Secondo gli atti dell’accusa, i ragazzi avrebbero preso parte a una serie di rapine e tentate rapine ai danni di giovani turisti arrivati in Salento per le vacanze.
Le vittime raccontano scene violentissime. Ragazzi accerchiati all’uscita delle discoteche, minacciati con bottiglie rotte, insultati, colpiti con pugni e calci anche mentre erano già a terra. A uno di loro sarebbe stata strappata una collana del valore di 800 euro, oltre al denaro che aveva nel portafoglio. Un altro sarebbe stato preso a pugni dopo aver rifiutato di consegnare soldi. Un terzo gruppo di giovani sarebbe stato inseguito e aggredito lungo il lungomare della città salentina.
Secondo quanto ricostruito dalla polizia, il gruppo agiva come un branco: sceglieva le vittime, le circondava e poi passava all’azione con estrema rapidità. Gli investigatori hanno identificato i ragazzi grazie alle testimonianze delle vittime, ai riconoscimenti fotografici e ai filmati acquisiti durante le indagini.
La richiesta di messa alla prova
Durante l’udienza preliminare, gli avvocati difensori hanno chiesto per i giovani imputati la messa alla prova, il percorso previsto dal tribunale minorile che consente di evitare il processo attraverso un programma educativo e di recupero.
Per i ragazzi grossetani sono comparsi gli avvocati Alessia Massai, Luca Rossi, Alessandro Bocchi e Francesca Carnicelli, mentre per gli altri imputati figurano i legali del foro di Lecce Angelo Ninni e Vincenzo Capoti.
Alla fine dell’udienza è stato raggiunto un accordo con la procura: nella prossima comparizione davanti al giudice verranno definiti i progetti educativi e i percorsi che i minorenni dovranno seguire per ottenere la sospensione del procedimento e scontare la pena attraverso attività di recupero, studio, lavoro e reinserimento sociale.
Diversa invece la situazione del ragazzo detenuto all’Ipm. Per lui la richiesta non è stata accolta immediatamente. Potrà essere ripresentata più avanti, quando dimostrerà concretamente di aver intrapreso un percorso diverso e di essersi allontanato da comportamenti criminali.
Un’estate che ha cambiato tutto
Quella che doveva essere una vacanza tra amici si è trasformata in una vicenda giudiziaria devastante. Per le vittime, finite in ospedale dopo le aggressioni. Ma anche per le famiglie dei ragazzi coinvolti, travolte da un’inchiesta che continua a lasciare ferite profonde.
Ora il tribunale minorile proverà a costruire un percorso alternativo al carcere. Un tentativo di recupero che passa dalla responsabilità, dal riconoscimento degli errori e dalla possibilità di ricominciare.



