GROSSETO. Mercoledì 13 maggio Niccolò ha compiuto 17 anni. I suoi genitori hanno contattato la redazione di MaremmaOggi per pubblicare un messaggio di auguri. Una cosa semplice. Normale. Perfino tenera, se vogliamo dirla tutta.
La foto scelta? Quella di un diciassettenne imbronciato. Esattamente come sono imbronciati quasi tutti i ragazzi del pianeta a quell’età. Nessun sorriso da spot pubblicitario, nessuna posa da influencer. Solo un ragazzo con la faccia di uno che ha 17 anni e che probabilmente avrebbe preferito essere ovunque tranne che in una foto scelta da mamma e babbo.
E il messaggio dei genitori era questo: «Che possa vivere questi ultimi 365 giorni da minorenne con serenità, gioia e determinazione, ricordandosi sempre che la strada è tutta da vivere».
Fine. Tutto qui.
E invece no: è arrivato il tribunale dei social
Sotto quel post si è scatenato il peggio del peggio. Commenti cattivi, arroganti, velenosi. Gente convinta evidentemente di essere la reincarnazione di Oscar Wilde in versione Facebook.
C’è stato chi ha scritto che se loro avessero fatto lo stesso con i propri figli, questi avrebbero tolto il saluto. E va bene. Ognuno gestisce l’affetto come può.
Ma il problema sono stati gli altri commenti. Quelli disgustosi. Quelli che parlavano di “foto segnaletica”, di “ragazzino prima dell’arresto”. Commenti rivolti a un minorenne. A un ragazzo di 17 anni che ha avuto la colpa imperdonabile di avere due genitori affettuosi.
Poi sono arrivati anche gli esperti mondiali di esibizionismo. Quelli convinti che pubblicare un augurio su un giornale significhi automaticamente avere manie di protagonismo. Gli stessi che magari postano ogni mattina cappuccino, palestra, tramonto e frase motivazionale copiata da internet.
MaremmaOggi è un giornale, non un club per cinici frustrati
Un giornale come MaremmaOggi è uno spazio pubblico. Della comunità. Dei lettori.
Lo è quando si pubblicano lauree, matrimoni, anniversari, nascite e compleanni. È sempre stato così. Succedeva sui quotidiani cartacei e succede oggi online.
E, dettaglio che evidentemente sfugge ai professionisti dell’indignazione permanente, questi contenuti sono gratuiti. Non sono pubblicità mascherate. Non sono “contenuti sponsorizzati”. Sono semplicemente messaggi di condivisione.
Un po’ come i messaggi di San Valentino sui giornali. O le dediche alla radio. O gli striscioni sotto casa.
Solo che oggi viviamo nell’epoca in cui perfino un “buon compleanno” deve passare sotto la lente del sarcasmo compulsivo.
Bulli da tastiera con la patente di persone perbene
La verità è che i social stanno diventando il posto perfetto per sfogare frustrazione, rabbia e cattiveria senza pagarne mai il conto.
E il paradosso è che spesso i peggiori commenti arrivano da persone che nella vita reale si considerano assolutamente “perbene”. Persone educate. Genitori modello. Moralisti da aperitivo.
Poi però si mettono davanti a una tastiera e decidono che prendere in giro un diciassettenne sia una brillante forma di intrattenimento.
Genitori che attaccano altri genitori. Adulti che scherniscono un ragazzo. Bulli. Bulle da tastiera. Con una differenza rispetto ai bulli di una volta: almeno quelli avevano il coraggio di metterci la faccia.
Forse il problema è più serio di quanto vogliamo ammettere
Ci siamo raccontati per anni che i social fossero strumenti di confronto, dibattito e condivisione. In parte lo sono ancora. Ma troppo spesso diventano discariche emotive dove chiunque riversa frustrazioni personali sotto il primo post disponibile.
E forse il punto è proprio questo: l’ossessione del commento compulsivo, della battuta velenosa, della cattiveria automatica andrebbe studiata seriamente.
Perché non è normale sentire il bisogno di insultare dei genitori che fanno gli auguri al figlio e non è nemmeno normale ridicolizzare un minorenne. Non è normale trasformare un semplice gesto d’affetto in un processo pubblico.
E forse il Servizio sanitario nazionale, prima o poi, dovrà iniziare a considerare anche questa forma di dipendenza dalla rabbia social. Perché a leggere certi commenti il dubbio viene: più che utenti, sembrano persone che hanno smarrito completamente il senso della misura.



