Randolfo Pacciardi, chi era davvero: l'antifascista maremmano amico di Hemingway e padre della Repubblica | MaremmaOggi Skip to content

Tutti la chiamano piazza della Palma. Ma l’uomo sulla targa fece piangere Hemingway

Da Giuncarico alla guerra di Spagna, dall’esilio antifascista al ministero della Difesa. La straordinaria storia di Randolfo Pacciardi, uno dei protagonisti del Novecento italiano che oggi quasi nessuno a Grosseto ricorda
Randolfo Pacciardi a colloquio don David Ben-Gurion, fondatore dello stato di Israele e la targa in piazza a Grosseto
Randolfo Pacciardi a colloquio don David Ben-Gurion, fondatore dello stato di Israele e la targa in piazza a Grosseto

GROSSETO. «Ci vediamo in piazza della Palma». Da decenni i grossetani si danno appuntamento così. Succede ogni giorno. Lo fanno i ragazzi, lo fanno gli anziani, lo fanno perfino persone che passano davanti alla targa stradale senza farci caso. Targa che, fra l’altro, è anche nascosta dietro un albero.

Perché quella piazza, nel cuore della città, per tutti continua a essere semplicemente piazza della Palma. E anche i documenti ufficiali del Comune, non ultimo il progetto di ristrutturazione finanziato con il PinQua del Pnrr, parlano di piazza della Palma. Chissà, magari neppure in piazza Duomo sanno a chi è intitolata la piazza.

Perché da quasi trent’anni quel luogo ha un altro nome. Si chiama piazza Randolfo Pacciardi. Un nome che molti leggono e pochissimi conoscono davvero.

E forse è uno dei più grandi paradossi della memoria cittadina. Perché l’uomo a cui Grosseto ha dedicato una delle sue piazze più importanti non è stato un politico locale, né un benefattore dimenticato dal tempo. 

Randolfo Pacciardi è stato uno dei protagonisti del Novecento italiano. Il suo nome è stato ricordato anche il 2 giugno scorso, a Roma, in occasione della parata per la festa della Repubblica.

Volontario nella Prima guerra mondiale e ufficiale decorato. Antifascista quando opporsi a Mussolini significava rischiare il carcere e l’esilio. Comandante dei volontari italiani nella guerra civile spagnola.

Amico di Ernest Hemingway e Martha Gellhorn.

E poi padre costituente e ministro della Difesa negli anni in cui nasceva la Repubblica.

Un uomo che ha attraversato alcuni dei momenti più drammatici e decisivi della storia europea del secolo scorso. Eppure oggi il suo nome sopravvive soprattutto su una targa seminascosta.

Mentre la maggior parte dei grossetani continua a chiamare quella piazza con il nome che aveva prima: piazza della Palma.

Per raccontare chi fosse davvero Randolfo Pacciardi bisogna allora partire proprio da qui. Da una piazza che tutti conoscono e da un uomo che quasi nessuno ricorda.

La sua storia comincia a pochi chilometri da Grosseto.

Il ragazzo di Giuncarico che sognava Mazzini

Randolfo Pacciardi nasce a Giuncarico il primo gennaio 1899 da Giovanni, un ferroviere originario di Castagneto Carducci e da Elvira Guidoni.

L’Italia unita ha poco più di trent’anni e la Maremma è ancora una terra in trasformazione, sospesa tra agricoltura, bonifiche e povertà.

Fin da giovane sviluppa una forte passione politica. L’uomo che ispira il suo pensiero è Giuseppe Mazzini e non è una simpatia giovanile destinata a svanire. È una scelta che accompagnerà Pacciardi per tutta la vita.

Anche quando diventerà un protagonista della politica nazionale continuerà infatti a definirsi «l’ultimo mazziniano».

Per lui la Repubblica non è semplicemente una forma di governo. È un ideale morale. Un progetto civile, forse anche una missione. Sono parole che oggi possono sembrare lontane, ma che aiutano a comprendere tutta la sua esistenza.

La guerra e le medaglie

Quando scoppia la Prima guerra mondiale è ancora un ragazzo. Si arruola volontario e combatte come ufficiale dei bersaglieri.

Conosce il fronte, il fango delle trincee e la morte, poi torna dalla guerra con numerose decorazioni. È uno dei tanti giovani italiani che escono dal conflitto profondamente segnati dall’esperienza vissuta, ma a differenza di molti altri non si lascia sedurre dal fascismo nascente. Anzi.

Fin dai primi anni Venti sceglie di schierarsi apertamente contro Mussolini. Una scelta che gli costerà cara.

Il nemico del regime

Nel 1922 il fascismo conquista il potere. Negli anni successivi Pacciardi diventa una delle voci più attive dell’antifascismo repubblicano.

La repressione si fa sempre più dura, molti oppositori finiscono in carcere, altri vengono costretti all’esilio. Tra questi c’è anche lui.

Nel 1926 lascia clandestinamente l’Italia. Comincia così una lunga stagione vissuta tra Svizzera, Francia e altri Paesi europei. Sono anni difficili. Anni in cui l’antifascismo sembra una battaglia disperata contro un regime che appare invincibile.

Pacciardi però non si arrende. Organizza reti clandestine, scrive. Tiene rapporti con i maggiori esponenti dell’opposizione italiana. Diventa uno dei riferimenti dell’antifascismo europeo.

Quando il comandante di Giuncarico fece piangere Hemingway

Se si dovesse scegliere un episodio capace di raccontare la dimensione internazionale di Randolfo Pacciardi, probabilmente bisognerebbe fermarsi in Spagna, alla fine degli anni Trenta.

In quel momento il giovane maremmano non è ancora il ministro della Difesa della futura Repubblica italiana. Non è ancora un protagonista della politica nazionale. È un comandante militare. Un esule. Un antifascista che combatte lontano dalla propria terra.

La guerra civile spagnola è diventata il simbolo dello scontro tra fascismo e democrazia in Europa. Da ogni parte del mondo arrivano volontari, giornalisti, scrittori e intellettuali. Madrid, Valencia e Barcellona diventano il centro del mondo.

Ed è lì che le strade di Randolfo Pacciardi incrociano quelle di Ernest Hemingway e Martha Gellhorn. Nel suo libro autobiografico Protagonisti grandi e piccoli, Pacciardi racconta l’incontro: «Hemingway si presentò con una giornalista di rara bellezza, Martha Gellhorn…».

Hemingway è già uno scrittore affermato, ma non è ancora il monumento della letteratura che diventerà negli anni successivi. Segue il conflitto come corrispondente di guerra, vive accanto ai combattenti, frequenta gli alberghi, i caffè e i comandi militari dove si incontrano giornalisti e volontari provenienti da ogni continente.

Pacciardi, invece, guida il Battaglione Garibaldi, formato da italiani accorsi in Spagna per difendere la Repubblica dall’avanzata delle truppe di Francisco Franco sostenute da Hitler e Mussolini.

Randolfo Pacciardi in Spagna durante la guerra civile (foto archivio storico della Camera)
Randolfo Pacciardi in Spagna durante la guerra civile (foto archivio storico della Camera)

Non è una figura secondaria. È uno dei comandanti più conosciuti e rispettati del fronte repubblicano.

Lo storico Giuseppe Parlato racconta che Hemingway rimase profondamente colpito dal coraggio e dalla personalità del comandante italiano, arrivando a descriverlo come «bellissimo in azione, come il maresciallo Ney», il leggendario generale di Napoleone soprannominato «il più valoroso dei valorosi». Parole che restituiscono l’immagine di un uomo capace di esercitare un forte ascendente su chi lo incontrava.

Ma il passaggio più sorprendente arriva anni dopo.

A raccontarlo è Martha Gellhorn, considerata una delle più grandi reporter di guerra del Novecento e compagna di Hemingway proprio durante il conflitto spagnolo.

Marta Gellhorn con Hemingway in Cina nel 1941
Marta Gellhorn con Hemingway in Cina nel 1941

In una lettera scritta nel 1950, la giornalista ricorda Pacciardi con parole che ancora oggi colpiscono per la loro intensità.

«La volta che amai Ernest, e lo amai davvero, fu a causa di Pacciardi».

Dietro questa frase c’è una scena quasi cinematografica. La guerra è finita. Le Brigate Internazionali sono state sciolte. Pacciardi è un uomo sconfitto dalla storia. Non ha più un esercito da guidare, non ha una patria in cui tornare, non ha denaro né prospettive.

Quando Hemingway e la Gellhorn lo incontrano a Valencia, vedono davanti a sé un uomo che ha sacrificato tutto per una causa che appare perduta. Secondo il racconto della giornalista americana, Hemingway ne rimane profondamente colpito.

Al punto da commuoversi fino alle lacrime.

Per chi conosce il personaggio Hemingway, simbolo della virilità novecentesca, dell’avventura e del coraggio, il dettaglio assume un significato particolare. La Gellhorn scriverà infatti che non lo aveva mai visto piangere prima.

È una delle immagini più potenti che emergono dalla vita di Pacciardi.

Per chi suona la campana e Casablanca

Un ragazzo nato a Giuncarico che si ritrova al centro della grande storia europea, capace di conquistare la stima di alcuni dei più importanti testimoni del Novecento.

Quando anni dopo Hemingway racconterà la guerra di Spagna nei suoi libri, quel mondo di comandanti, volontari, idealisti e combattenti continuerà a vivere nelle sue pagine. E tra quei volti c’era anche quello di Randolfo Pacciardi.

Secondo la leggenda, Pacciardi sarebbe stato uno dei principali informatori di Hemingway per Per chi suona la campana. E sarebbe stato uno dei modelli che contribuirono alla costruzione del personaggio di Victor Laszlo in Casablanca.

Molto prima che il suo nome finisse su una targa nel centro di Grosseto.

Il ritorno e la nascita della Repubblica

Quando il fascismo crolla e la guerra finisce, Pacciardi torna finalmente in Italia e per lui si apre una nuova fase.

Non più l’oppositore clandestino, non più il combattente, ma il costruttore. Così partecipa alla vita politica della nuova Italia democratica e viene eletto all’Assemblea Costituente.

Contribuisce al dibattito che porterà alla nascita della Repubblica.

Sono gli anni in cui bisogna ricostruire tutto: le istituzioni, l’economia e, non ultima, la credibilità internazionale del Paese.

Il ministro della Difesa

Per un anno è vicepresidente del Consiglio, con presidente Alcide De Gasperi (maggio ’47, giugno ’48). Poi, dal 1948 al 1953 ricopre uno degli incarichi più delicati dell’intera macchina statale: diventa ministro della Difesa. Proprio negli anni in cui l’Italia e il mondo sono entrati nella Guerra fredda.

Il mondo è diviso in due blocchi. Le ferite della guerra sono ancora aperte.

Pacciardi lavora alla ricostruzione delle Forze armate e accompagna il Paese nelle scelte che lo porteranno all’interno dell’alleanza atlantica.

Sono anni decisivi per la collocazione internazionale dell’Italia. Anni in cui molte delle scelte compiute continueranno a produrre effetti per decenni.

L’uomo che non smise mai di discutere

La sua storia politica non è però lineare. Negli anni successivi diventa una figura sempre più scomoda. Critica il sistema dei partiti. Propone riforme istituzionali radicali. Sostiene un modello presidenziale quando quasi nessuno ne parla.

Randolfo Pacciardi durante un comizio
Randolfo Pacciardi durante un comizio, sotto l’edera simbolo del Pri

Per alcuni è un visionario, per altri un politico irrequieto, per altri ancora un personaggio difficile da collocare. Ma una cosa è certa. Non smette mai di pensare e di provocare il dibattito pubblico.

Il ritorno a casa

Quando muore, nell’aprile del 1991, l’Italia saluta uno degli ultimi protagonisti della stagione che aveva costruito la Repubblica.

Oggi riposa a Grosseto, nella cappella di famiglia del cimitero di Sterpeto.

La tomba di Pacciardi a Sterpeto
La tomba di Pacciardi a Sterpeto

La sua città gli ha dedicato una piazza. Una delle piazze più frequentate del centro storico. Eppure il paradosso resta.

Ogni giorno centinaia di persone attraversano piazza Randolfo Pacciardi. Molte di loro non sanno chi fosse. Molte altre non sanno neppure che si chiami così.

Per tutti continua a essere semplicemente piazza della Palma. Forse perché i nomi delle piazze cambiano più velocemente della memoria.

O forse perché la storia, anche quando è scritta sulle targhe, ha bisogno di essere raccontata ancora.

E quella di Randolfo Pacciardi merita di esserlo



 

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