GROSSETO. Stefano Adami, scrittore e filosofo, interviene nel dibattito sull’intitolazione di un largo a Giovanni Gentile.
Il dibattito europeo sulla memoria storica
«Alcuni anni fa, prima del covid e del mio ictus (era intorno al 2015, se non erro), il governo austriaco lanciò la proposta di abbattere la casa natale di Hitler, a Branau am Inn. La paura del governo, infatti, allora, era che quell’edificio avrebbe potuto troppo facilmente diventare meta di pellegrinaggio di neonazisti e nostalgici. Sarebbe potuto diventare anche il luogo della santificazione del Fuhrer.
Ricordo, allora, che nella società austriaca di quel periodo ci fu un dibattito appassionato e travolgente. Studiosi, intellettuali, politici e cittadini in genere, tutti vollero dire la loro. Me lo raccontavano i miei studenti austriaci, e altri docenti e cittadini che conoscevo e frequentavo in quegli anni.
L’argomento migliore che emerse in quell’ampio dibattito pubblico, era che l’assenza o la cancellazione di un luogo legato a una personalità negativa della storia può avere l’effetto opposto. In poche parole, se l’origine e la formazione di Hitler diventava vaga, indistinta e non individuabile, questo rischiava paradossalmente di rafforzare il mito del duce austriaco.
Un dibattito simile era stato già vissuto in Spagna, riguardo ai luoghi legati al ricordo di Franco. Sotto il governo Zapatero tale questione aveva a lungo occupato le pagine dei quotidiani iberici. Alla fine, i nostri cugini spagnoli decisero di lasciare le cose come stanno, proprio per ricordare Franco per quello che è stato: un tiranno sanguinario, nel cuore del ‘900.
Dunque, la Valle de los Caidos è rimasta come Franco l’aveva voluta. L’Austria, alla fine, seguì la posizione spagnola. Nel 2017, infatti, il governo espropriò l’edificio di Branau, con l’intento di ristrutturarlo per poi destinarlo ad usi amministrativi ed educativi. Ci fu anche l’idea di ospitare una stazione di polizia o un museo sulla resistenza e sull’Olocausto».
Il caso Grosseto e Giovanni Gentile
«Perché ricordo questi dibattiti? Perché mi sono venuti in mente appena ho visto la questione che è emersa da noi riguardo all’intitolazione di un parco a Giovanni Gentile. Un bel parco, tra l’altro.
Ed è proprio seguendo quelle suggestioni ibero-austriache che io non sono affatto contrario a quella intitolazione. La storia va guardata in faccia. Sempre».
Ricordare senza celebrare
«È giusto che le giovani generazioni ricordino che il ‘900 italiano ha visto anche la presenza di un uomo che rispondeva a quel nome. È giusto che ricordino chi era davvero.
Gentile, ottavo di dieci figli, si era laureato in filosofia col massimo dei voti alla normale di Pisa. Diventato nel 1917 ordinario alla Sapienza di Roma, approda a un vero e proprio culto dello Stato e della nazione. Da lì, al culto di Mussolini, il passo era breve.
Dopo la marcia su Roma, Mussolini lo nomina ministro dell’istruzione. E Gentile, nel 1923, vara una riforma complessiva della scuola che porta il suo nome e che, nella sostanza, è ancora vigente».
Le ombre del filosofo
«Un capitolo nero è la persecuzione che Gentile mise in atto contro insegnanti e funzionari antifascisti, attraverso licenziamenti, pensionamenti forzati, ispezioni e provvedimenti disciplinari.
Il Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925 è di pugno di Gentile. Il filosofo resta sempre fedele al fascismo fino alla Repubblica sociale. Viene ucciso nel 1944 a Firenze.
In conclusione, il filosofo è stato una delle anime luciferine che hanno messo il loro sapere al servizio degli assassini, come accadde anche a Carl Schmitt e Albert Speer in Germania».
Una memoria necessaria
«Ben venga, allora, il parco. Non certo per celebrare Gentile, tutt’altro. Ma perché è giusto che personaggi come lui non siano dimenticati, per il ruolo demonico che hanno svolto».




