GROSSETO. Più di 50mila file pedopornografici conservati nei computer e negli hard disk di casa. Video e immagini che ritraevano bambini piccolissimi, alcuni verosimilmente sotto i dieci anni, costretti ad abusi e violenze. File scaricati, archiviati e condivisi online attraverso piattaforme peer to peer. Un materiale agghiacciante, che avrebbe mostrato persino le urla e i pianti delle vittime.
È questo il quadro emerso dall’indagine della polizia postale e della sicurezza cibernetica che ha portato all’arresto di un 63enne fermato il 14 maggio a Grosseto dov’è domiciliato. Dopo l’interrogatorio di convalida di lunedì 18 maggio, il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Coniglio ha disposto per lui gli arresti domiciliari con prescrizioni rigidissime: nessun contatto con il mondo esterno e divieto assoluto di utilizzare qualsiasi dispositivo elettronico o informatico.
L’inchiesta è coordinata dai pubblici ministeri Alessandro Moffa e Sandro Cutrignelli della procura di Firenze. Il 63enne è stato accompagnato in carcere dove lunedì 18 maggio si è celebrata l’udienza di convalida dell’arresto.
Le ricerche choc trovate nel computer
L’indagine è nata da un monitoraggio effettuato dagli specialisti del Centro operativo per la sicurezza cibernetica della Toscana. Gli investigatori hanno individuato un’attività continua di condivisione di materiale pedopornografico attraverso il programma Emule.
Quando gli agenti sono entrati nell’appartamento, il computer principale era già acceso e collegato alla rete di file sharing: il software stava effettuando download e upload di file pedopornografici in quel preciso momento.
Ma è durante l’analisi dei dispositivi sequestrati che gli investigatori si sono trovati davanti la parte più terribile dell’inchiesta. Nei file di ricerca del programma sarebbero state trovate parole chiave esplicite riferite a bambini molto piccoli e a violenze. Gli investigatori parlano di ricerche «inequivocabilmente riconducibili» a materiale pedopornografico.
Un archivio enorme e pronto per essere condiviso
Il materiale, che veniva scaricato automaticamente su alcuni hard disk e successivamente spostato su altri dispositivi collegati alla rete Emule, veniva condiviso con altri utenti. Secondo gli investigatori, non si trattava soltanto di detenzione di file, ma di una vera e propria diffusione continua di contenuti pedopornografici.
Durante la perquisizione sono stati sequestrati computer, hard disk, chiavette usb e dispositivi di archiviazione. In totale sarebbero stati trovati migliaia di video e immagini, tutti accessibili e non cancellati. Secondo la polizia, molti file erano già pronti per essere scaricati da altri utenti collegati alla rete peer to peer.
Materiale, quello rinvenuto dalla polizia postale, che ritraeva minori in atteggiamenti sessualmente espliciti e scene di abusi con adulti. Bambini abusati e maltrattati, ripresi mentre piangevano e urlavano. Quello che gli investigatori si sono trovati di fronte, era un orrore senza fine.
Il dark web e anni di attività
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’uomo avrebbe utilizzato in passato anche altri programmi di condivisione e persino il dark web per procurarsi materiale pedopornografico. Un’attività, quella del 63enne andata avanti nel tempo e di una dipendenza dalla ricerca continua di contenuti illegali.
Il materiale poi, non solo veniva conservato nei dispositivi personali, ma sarebbe stato condiviso online rendendolo disponibile a un numero indefinito di utenti.
La decisione del giudice: domiciliari blindati
Dopo l’arresto, il giudice Giuseppe Coniglio ha deciso di applicare gli arresti domiciliari con limitazioni molto severe. L’uomo non potrà avere contatti con l’esterno e non potrà utilizzare telefoni, computer, tablet o qualsiasi altro dispositivo capace di collegarsi alla rete.
Una misura che punta a impedire qualsiasi nuova possibilità di accesso a internet o di condivisione di materiale illecito, alla luce della gravità delle accuse contestate dagli investigatori.



