PORTO SANTO STEFANO. Ci sono date che dividono una vita in due. Per Valentina il 4 settembre 2020 è una di queste.
Quel giorno suo figlio Nicola ha avuto un gravissimo incidente. Una caduta dall’alto, poi la corsa disperata per salvarlo, la rianimazione e quasi due anni trascorsi in un centro di riabilitazione.
Nicola è sopravvissuto. Ma da quel giorno niente è stato più come prima. Quando il percorso nella struttura è arrivato al massimo risultato possibile, a Valentina è stata prospettata una scelta: un’altra struttura di lunga degenza oppure casa. Lei non ha avuto esitazioni. «Non ho avuto dubbi: dovevo portarlo a casa». E così ha fatto.
Oggi, sei anni dopo quell’incidente, Nicola è ancora lì, accanto alla sua mamma. E Valentina continua ad assisterlo giorno e notte, chiedendo una cosa molto semplice e allo stesso tempo enorme: non lasciare sole le persone più fragili e le famiglie che si prendono cura di loro.
L’incidente e i due anni di riabilitazione
Dopo la caduta Nicola è stato ricoverato in rianimazione, dove i medici sono riusciti a stabilizzarne i parametri vitali. È cominciato poi un lunghissimo percorso. A causa della pressione intracranica, racconta la madre, si sono resi necessari interventi estremamente delicati, compresa la rimozione delle due calotte craniche, successivamente ricostruite.
Poi il trasferimento in un centro di riabilitazione, dove Nicola è rimasto per quasi due anni.
Oggi è in stato vegetativo. Eppure Valentina, che trascorre con lui praticamente ogni momento della giornata, racconta di riuscire talvolta a cogliere piccolissimi segnali. Sono attimi che soltanto chi gli sta accanto continuamente riesce a riconoscere. «Sono una mamma caregiver – dice – sono con lui 24 ore al giorno, più o meno».
«A casa è diverso»
Valentina aveva cominciato a pensare al ritorno a casa di Nicola ancora prima che terminasse il percorso nella struttura. Aveva chiesto al neurologo se fosse possibile e la risposta era stata semplice: se se la sentiva, poteva farlo.
«Io non ho mai avuto dubbi sul fatto che lo dovessi portare a casa». Per lei non significava soltanto cambiare il luogo nel quale Nicola sarebbe stato assistito. Significava riportarlo dentro alla sua famiglia. «L’accudimento a casa è diverso da quello della struttura – racconta – Qui c’è il nostro amore, specialmente il mio».
Quattro anni di assistenza giorno e notte
Sono ormai circa quattro anni che Nicola vive a casa. Quattro anni nei quali la vita di Valentina si è organizzata quasi completamente intorno alle necessità del figlio. Ci sono le medicine, l’igiene, l’assistenza quotidiana. Ci sono le notti interrotte e l’attenzione necessaria per accorgersi immediatamente se qualcosa non va.
«È molto faticoso – racconta – ed è anche un sacrificio economico importante». Valentina non lavora. La famiglia può contare sulla pensione e sulle prestazioni previste per la disabilità. Il padre di Nicola continua ad aiutare e a sostenere le necessità del figlio e c’è un contributo regionale che permette alla famiglia di avere una persona che affianchi Valentina nell’assistenza e nell’igiene.
Ma non basta.
«Da quattro anni praticamente non vede la luce del giorno»
Il problema più grande è anche quello apparentemente più semplice: uscire di casa. L’abitazione nella quale vive Nicola non è adeguata alle sue condizioni e agli spostamenti necessari. Così una cosa normale come attraversare una porta e trascorrere qualche momento all’aperto diventa un’impresa. «Da quattro anni praticamente non vede la luce del giorno», racconta la mamma.
E intorno a questo problema ne ruotano molti altri. Le visite mediche, gli spostamenti, le prestazioni sanitarie, le forniture e tutto ciò che serve per assistere quotidianamente una persona nelle condizioni di Nicola. «Ci manca tutta la struttura intorno», dice Valentina. E sa che la sua non è l’unica famiglia a vivere una situazione del genere.
«Non è facile vedere un figlio che piano piano si spegne»
Ci sono poi parole che per una madre sono difficilissime anche soltanto da pronunciare. «Non è facile vedere un figlio che piano piano si spegne». Valentina continua però a essere lì. Ogni mattina. Ogni sera. Ogni notte.
Le sorelle di Nicola studiano e lavorano e la madre non vuole che rinuncino alle loro vite. Il padre continua a rappresentare un sostegno fondamentale. Ma gran parte dell’assistenza quotidiana resta sulle spalle di Valentina. È una scelta fatta per amore, ma è anche un peso che una famiglia non può essere costretta a portare completamente da sola.
«Se non proteggiamo i più fragili abbiamo fallito»
Ed è qui che la storia di Nicola smette di essere soltanto la storia di una famiglia. Valentina parla della dignità delle persone più fragili e del diritto delle loro famiglie a essere sostenute. «Per lo meno finché questi nostri cari sono con noi – dice – dobbiamo mantenere la loro dignità. È una cosa importante».
Poi pronuncia le parole che racchiudono sei anni di battaglia. «Se non viene preservata e mantenuta la dignità dei malati, abbiamo fallito come società, abbiamo fallito come sanità, abbiamo fallito come esseri umani, se non sappiamo proteggere i più fragili e i più deboli». Sono passati sei anni dal 4 settembre 2020. Nicola continua la sua battaglia nella sua casa, circondato dall’affetto della famiglia. E sua madre continua a essere lì, giorno e notte. Adesso Valentina chiede anche un aiuto concreto per affrontare le necessità quotidiane di Nicola e permettergli condizioni di vita migliori.
Come aiutare Nicola
Chi vuole sostenere Nicola Consolandi e la sua famiglia può effettuare una donazione tramite bonifico bancario.
Intestatario: Nicola Consolandi
IBAN: IT11 M010 3072 3020 0000 1189 869
BIC/SWIFT: PASCITMMPRT
Causale consigliata: Un aiuto per Nicola
Anche un piccolo contributo può aiutare la famiglia ad affrontare le spese legate all’assistenza quotidiana e alle necessità di Nicola.



