GROSSETO. La violenza sulle donne è uno di quegli argomenti che non sempre vengono compresi e anche per questo è un’emergenza, come l’ha definita il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il 17 settembre il presidente ha fatto visita all’ospedale Misericordia e i riflettori si sono accesi sul Codice Rosa e sulla rete che ogni giorno accoglie le donne vittime di violenza.
Adesso, per i centri antiviolenza del territorio, la speranza è che non si spengano con la partenza di Sergio Mattarella. La speranza è che ci siano investimenti, sensibilizzazione e una prevenzione che funzioni per contrastare la violenza contro le donne.
La visita del Capo dello Stato all’ospedale Misericordia ha riportato l’attenzione nazionale su un percorso nato proprio a Grosseto e su chi, da anni, accompagna le donne fuori dalla violenza. Per Sabrina Gaglianone e Susi Esposito, impegnate nei centri antiviolenza e nelle associazioni del territorio, quella di giovedì 17 settembre è stata una giornata importante. Ma soprattutto deve essere un punto da cui continuare.
«Se si muove il Capo dello Stato non lo fa a caso – dice Gaglianone – Significa che considera questo un tema importante». Per lei la presenza di Mattarella ha avuto una grande risonanza: «Si torna a parlare di questa realtà a livello nazionale e c’è un interesse da parte della Repubblica».
Le foto (di Ezio Cairoli)
Da Grosseto è partito il Codice Rosa
Proprio dall’ospedale Misericordia è partito nel 2009 il Codice Rosa, nato dall’intuizione di costruire un percorso dedicato alle vittime che arrivavano al pronto soccorso.
Per capire quanto abbia cambiato l’approccio alla violenza basta tornare a quello che accadeva prima. Le donne arrivavano in ospedale anche accompagnate dall’uomo che le aveva picchiate e potevano non riuscire a raccontare a qualcuno che avrebbe potuto aiutarle la vera origine delle loro ferite. La formazione del personale, l’attenzione ai segnali e soprattutto il tempo dedicato alla persona hanno permesso di far emergere situazioni che altrimenti sarebbero potute rimanere nascoste.
In quel percorso ha avuto un ruolo anche l’associazione Olympia de Gouges. All’epoca della nascita del Codice Rosa alla presidenza c’era Gabriella Lepri, presente anche durante la visita di Mattarella. Oggi l’associazione conta due centri antiviolenza e quattro punti di ascolto territoriali. Sei sedi che complessivamente seguono oltre 200 donne.
Uscire dalla violenza è un percorso lungo
Arrivare a chiedere aiuto, però, è soltanto l’inizio. Uscire dalla violenza può richiedere molto tempo e significa affrontare insieme aspetti psicologici, economici, familiari e legali.
«La rete è fondamentale e anche noi ne abbiamo costruita una con enti e associazioni che possa far fronte a questa emergenza – dice Gaglianone – C’è bisogno di tutti noi, perché il percorso per uscire dalla violenza è lungo. Non si tratta solo di una denuncia: si tratta di dare alle vittime una nuova vita, con casa e lavoro. Noi smettiamo di seguire le vittime quando possono volare di nuovo con le loro ali. Abbiamo psicologhe e avvocati e non è un lavoro semplice».
Attraverso i fondi della Regione Toscana vengono sostenuti anche tirocini e percorsi verso l’autonomia lavorativa, mentre realtà come Le Querce di Mamre lavorano sul co-housing.
Ogni storia porta con sé necessità diverse e, per alcune donne, serve anche riuscire a superare barriere linguistiche e culturali. Da Olympia de Gouges arrivano casi di violenza psicologica e sessuale, stalking e maltrattamenti. E tra chi chiede aiuto ci sono anche molte giovani. Un dato preoccupante, che da un lato mostra che le vittime sono più consapevoli, ma dall’altro anche una violenza che dilaga.
«L’alleata della violenza è la solitudine»
Per Susi Esposito, del Cav Tutto è vita, vedere il presidente della Repubblica a Grosseto ha fatto un certo effetto.
«Per noi dei centri antiviolenza è stata veramente una bella cosa. È un problema enorme e nazionale – dice – e sentire il Capo dello Stato dirlo è importante. La frase che mi ha colpito di più è che l’alleata della violenza è la solitudine. Fin troppe vittime sono lasciate da sole, noi facciamo tanto, tantissimo, ma non basta mai».
Una solitudine che le operatrici incontrano continuamente. «Molte donne hanno paura di raccontare quello che succede, si preoccupano per i figli, per chi sta loro intorno e in queste dinamiche lasciare è più complesso di quello che sembra – dice Esposito – La solitudine lascia spazio alla paura e molte non sanno come fare, ci dicono che se denunciano vengono uccise e se non lo fanno vengono uccise comunque. Serve prevenzione, non solo intervenire dopo che qualcuno ha subito una forma di violenza».
Le storie delle vittime continuano ad arrivare. Soltanto il 18 settembre due giovani donne si sono rivolte al Cav. Una delle donne incontrate ha raccontato di aver avuto un rapporto sessuale con il marito perché aveva paura di lui. Storie davanti alle quali ci si trova ancora a fare i conti, perché la violenza non si ferma mai, neanche quando la vittima, lo Stato, le istituzioni e anche le associazioni provano a mettere un limite.
«Dobbiamo partire dai bambini»
Per Esposito la risposta non può cominciare soltanto quando la violenza è già avvenuta. Bisogna arrivare prima. Da ottobre Tutto è vita tornerà nelle scuole e l’obiettivo è riuscire a lavorare sempre di più anche con i bambini delle elementari, naturalmente con un approccio e un linguaggio adatti alla loro età.
«Se non andiamo nelle scuole non riusciamo a fare nulla – dice Esposito – I bambini non hanno i pregiudizi e i paletti che abbiamo noi adulti. Dobbiamo insegnare loro il rispetto dell’altro, maschio o donna che sia. Se costruiamo un bambino nel rispetto, crescerà sapendo rispettare le persone senza pregiudizi di colore, etnia o genere. Si tratta di insegnare loro a rispettare il prossimo».
Esposito, che è anche insegnante della scuola primaria, parte da un concetto semplice: insegnare il rispetto dell’altra persona. E lavorare con i ragazzi permette anche di intercettare quello che stanno vivendo. Quando trovano qualcuno disposto ad ascoltarli, raccontano la frustrazione per la fine di una relazione, la difficoltà nel gestire le emozioni e il senso di solitudine.
«Se vengono ascoltati, si aprono. Qualcuno chiede anche aiuto mentre stanno acquisendo gli strumenti per gestire le emozioni e si sentono meno soli – dice Esposito – Sono una maestra e mi è capitato di sentire bambini dire che le donne rimangono a casa e con amore gli ho spiegato che la maestra è una donna e che lavora e che quindi anche le donne possono lavorare».
«Che non resti soltanto una bella giornata»
È qui che la visita di Mattarella assume, per chi lavora nei centri, il suo significato più importante. «È stata una bellissima giornata, ma non deve restare soltanto una bella giornata – dice Esposito – Vorremmo che quello che è stato detto continuasse ad avere seguito. Abbiamo bisogno di certezze e di cambiamenti».
Significa anche continuare a investire negli strumenti di protezione e nelle strutture che ogni giorno lavorano accanto alle vittime. Esposito cita, tra gli esempi, i braccialetti elettronici che vengono disposti ma che non sempre sono immediatamente disponibili. E soprattutto chiede che i riflettori sulla violenza non vengano accesi soltanto quando una donna viene uccisa.
«Non dobbiamo lasciare sole le donne. Spesso si sentono abbandonate e non sanno cosa fare – dice Esposito – Quando ci sono dei bambini, una delle prime cose che ci chiedono è se qualcuno porterà via loro i figli. Lo vediamo tutti i giorni. La parte maschile deve farsi sentire e dire che è contro la violenza. Sarebbe un messaggio forte».
La prevenzione deve coinvolgere anche gli uomini. Proprio venerdì mattina il centro ha partecipato a una conferenza stampa del Grosseto calcio, che ha dato la propria disponibilità a ospitare le operatrici durante una partita per raccontare, davanti a un pubblico prevalentemente maschile, chi sono e che cosa fanno.
Mattarella, durante la sua visita, ha parlato e ha ascoltato a lungo chi lavora sul campo. Ora la speranza di chi ogni giorno apre la porta a una donna che chiede aiuto è che quell’ascolto continui a produrre attenzione anche quando Grosseto non sarà più al centro delle cronache nazionali.
I centri antiviolenza sul territorio
Sul territorio sono attivi diversi servizi ai quali le donne possono rivolgersi per chiedere aiuto. L’associazione Olympia de Gouges conta due centri antiviolenza, a Grosseto e Orbetello, e quattro punti di ascolto territoriali, a Follonica, sull’Amiata, a Capalbio e Manciano. Complessivamente sono oltre 200 le donne seguite attraverso i centri e i punti di ascolto.
Per chiedere aiuto si può contattare il centro di Grosseto al 348 0992098 e quello di Orbetello al 348 9376554.
A Grosseto è attivo anche il Cav Tutto è vita, che offre alle donne vittime di violenza ascolto, sostegno psicologico, assistenza legale e percorsi verso l’autonomia. I numeri indicati dal centro per chiedere aiuto sono 0564 160000 e 331 2316884.
Per chiunque sia vittima di violenza è inoltre attivo 24 ore su 24 il 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking. E se si è in una circostanza in cui non si può parlare o sembra troppo difficile dirlo a voce è attiva anche una chat dove un operatore può darvi supporto, basta CLICCARE QUI.





