GROSSETO. Guerra dichiarata al pittoresco toscano. Con questa idea ben chiara in mente, l’architetta Margherita Marri, 32 anni, grossetana trapiantata a Milano, ha creato “Anonima Agricola” insieme al collega Jacopo Rosa. I due nel loro studio Captcha Architecture hanno dato vita ad un progetto nato intorno ad un podere dell’Ente Maremma, divenuto un vero e proprio contro manifesto che sfida l’idea da cartolina del paesaggio toscano. Un lavoro che parte dalla periferia come luogo elettivo, proprio per la possibilità di realizzare lì un’architettura contemporanea.
Marri, da sempre contraria all’immagine stereotipata della Toscana bucolica, si è concentrata su un linguaggio tecno-pastorale più aderente alla realtà dei luoghi e con quello ha dato voce alla sua nuova idea di campagna. Un modo per contrastare gli stereotipi di un paesaggio rurale che, così come viene raccontato, non è mai esistito.

«Una contraddizione voluta – spiega l’architetta dottoranda al Politecnico di Milano dove insegna – perché la campagna contemporanea non è un rifugio dal mondo tecnologico, ma una sua estensione infrastrutturale. La Maremma stessa è un’invenzione moderna: il risultato di una riforma agraria, di una rete di canali, poderi, strade e macchine».
Cresciuta a Grosseto, Margherita ha avuto come compagno di scuola Lucio Corsi. E, proprio come il cantautore, ha trasformato la sua terra d’origine in un elemento centrale del suo lavoro. «Lucio racconta la Maremma con lo strumento della musica, io lo faccio con le strutture e, come lui, guardo molto al paesaggio – racconta – La Maremma, forse per la sua natura respingente, è resistita al turismo di massa, alle grandi devastazioni costiere del Novecento e in parte anche alla disneyficazione che ha impregnato gran parte della Toscana. Siamo di fatto più autentici, e questo alla lunga si è rivelato essere una risorsa e non uno stigma».
Il linguaggio tecno pastorale

Quello che Marri definisce “tecno pastorale” è un linguaggio che ha convinto fin da subito. Anonima Agricola ha infatti vinto nel 2022 il premio promosso da MAXXI e Triennale MiIano e adesso è in lizza per il premio promosso da “Days of Architecture Sarajevo 2025″, il più grande festival di architettura in Bosnia ed Erzegovina e uno dei più grandi dell’Europa sud-orientale. Non solo: nel 2024 è stato candidato anche all’EU Prize for Contemporary Architecture / Mies van der Rohe Award.
«Siamo sinceramente stupiti per l’attenzione nata intorno a questo piccolissimo progetto – afferma Marri – l’ho realizzato quando avevo 26 anni ed è arrivato a concorrere con lavori da svariati milioni di euro, realizzati da studi con quarant’anni di lavori alle spalle. Una bella sfida: è come vedere una Cinquecento che gareggia per la Formula 1».
Ma la coppia Marri e Rosa, nonostante la giovane età, ha già fatto molta strada: Captcha Architecture ha ricevuto una menzione speciale al Premio Architettura Italiana 2022, è stato selezionato nel 2023 ed ha esposto alla Biennale di Architettura di Venezia, alla Triennale di Milano, alla Biennale di Architettura di Tbilisi e al Centro per L’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato.
Anonima Agricola
Il progetto è situato a Orbetello, nelle campagne tra San Donato e Fonteblanda, e si concentra su un capanno in alluminio realizzato nel 1966 come ricovero per gli sfollati dell’alluvione, costruito quindi durante la Riforma Agraria modernista. «Le normative edilizie vigenti impongono scelte progettuali specifiche che perpetuano un revival “in stile” – spiega Margherita – Ma paradossalmente impongono un’immagine mercificata e orientata al turismo, che richiede ornamenti artificiali e facciate in finta pietra per mantenere un ideale pastorale che non esiste. E sopratutto non esiste in Maremma. Con Anonima Agricola abbiamo voluto sfidare questa percezione stereotipata adottando materiali agricoli come il rivestimento in alluminio. Abbiamo potuto farlo perché di fatto quello era il materiale utilizzato originariamente. Un modo per dire basta al processo di disneyficazione in atto in Toscana ormai da moltissimo tempo».
Marri e Rosa hanno quindi privilegiato materiali comuni come il policarbonato, la rete metallica, i blocchi di cemento e il rivestimento in alluminio.
La provincia come spazio libero
«La provincia ti insegna molto fin da bambino, ti costruisce – conclude l’architetta – poi devi fuggire per decostruire. Qui siamo tornati a progettare perché abbiamo avuto la possibilità di sperimentare. Siamo riusciti a costruire un piccolo manifesto contro il pittoresco, che sfida l’idea della Toscana come paesaggio da cartolina e le restituisce una dimensione quotidiana. Siamo partiti da un discomfort profondo ma da forse da quella condizione che nascono le cose più interessanti. I margini non esistono così come non esiste l’origine».



