Il silenzio, l’ergastolo, poi la confessione: Klodjan racconta l’ultimo giorno di Nicolas Del Rio | MaremmaOggi Skip to content

Il silenzio, l’ergastolo, poi la confessione: Klodjan racconta l’ultimo giorno di Nicolas Del Rio

Condannato all’ergastolo per l’omicidio del corriere di 40 anni, l’uomo ha messo per iscritto la propria responsabilità e ricostruito gli ultimi momenti a Case Sallustri. Le scuse alla sua famiglia, i 10mila euro consegnati alla moglie della vittima e la richiesta di accedere alla giustizia riparativa. Il 30 settembre dovrà spiegare alla Corte perché ha deciso di cambiare strada
Nicolas Mathias Del Rio

GROSSETO. C’è stato un momento, durante il processo, in cui Gionj Klodjan avrebbe potuto parlare. Aveva annunciato che lo avrebbe fatto, che avrebbe raccontato la sua verità davanti alla Corte d’assise. Poi aveva cambiato idea.

Era rimasto in silenzio anche quando Carolina, la moglie di Nicolas Del Rio, il corriere di 40 anni ucciso sull’Amiata e padre di due figli, lo aveva guardato dritto negli occhi.

Quella porta Klodjan l’aveva lasciata chiusa.

Adesso, dopo la condanna all’ergastolo, dal carcere di Viterbo ha deciso di tornare indietro fino a quella porta e di attraversarla.

Lo ha fatto mettendo per iscritto quello che durante il processo non aveva mai voluto dire: si è assunto la responsabilità dell’omicidio di Nicolas Del Rio, ha raccontato ciò che sarebbe accaduto quella mattina a Case Sallustri e ha descritto il proprio ruolo nell’azione che portò alla morte del quarantenne.

Non può riportare indietro l’uomo al quale ha tolto la vita. Non può restituire un marito a Carolina, un padre ai suoi figli, un figlio a suo padre, un amico alle persone che gli volevano bene.

E non è nemmeno questo ciò che chiede.

Klodjan sa che resterà in carcere per moltissimo tempo. Forse per tutta la vita.

Ma è proprio dentro quel tempo sterminato che adesso vuole provare a fare qualcosa che fino a pochi mesi fa non aveva fatto: guardare fino in fondo ciò che ha commesso e assumersene la responsabilità.

Il primo passaggio di questo nuovo percorso arriverà il 30 settembre, ancora una volta davanti alla Corte d’assise che lo ha condannato all’ergastolo.

Questa volta, però, Klodjan dovrà parlare.

La confessione scritta dal carcere

Il cambiamento è cominciato ad agosto, nel carcere di Viterbo.

Klodjan ha cambiato difensore e ha affidato la propria posizione all’avvocata Federica Putignano. Ma il cambiamento non si è fermato alla strategia processuale.

L’avvocata Federica Putignano

Con la sua legale ha cominciato un percorso diverso da quello seguito durante il processo di primo grado. Un percorso che ha portato alla stesura di una memoria, già trasmessa alla Corte, nella quale confessa il proprio coinvolgimento nell’uccisione di Del Rio e ricostruisce quello che sarebbe successo a Case Sallustri.

È un passaggio enorme rispetto al silenzio mantenuto fino alla sentenza.

Secondo quanto Klodjan ha messo adesso nero su bianco, la mattina del 24 lui e Bozkurt sarebbero tornati a Case Sallustri per controllare le condizioni del corriere.

Del Rio era ormai fortemente debilitato. Da giorni, secondo il racconto contenuto nella memoria, non mangiava e non beveva.

I due dovevano decidere che cosa farne: se trasferirlo in un altro nascondiglio oppure abbandonarlo nel bosco.

Quando arrivarono, Del Rio era riuscito a liberarsi dai legacci e non aveva più la bocca coperta.

È a quel punto che, secondo la confessione, Klodjan avrebbe compiuto il gesto che segna definitivamente la sua responsabilità nell’omicidio.

Gli avrebbe premuto una mano sulla bocca e sul naso. Poi Bozkurt lo avrebbe strangolato utilizzando un filo elettrico.

Del Rio era stremato, debilitato da giorni di prigionia. E Klodjan, con quella mano premuta sul volto del quarantenne, avrebbe dato inizio alla condotta omicidiaria, partecipando all’azione che gli tolse la vita.

È questo che oggi ammette, ed è da qui che vuole cominciare.

Le scuse alla propria famiglia

Prima di poter chiedere di incontrare il dolore degli altri, Klodjan ha dovuto fare i conti anche con quello provocato dentro casa propria.

Ha scritto un’altra lettera, questa volta ai suoi familiari: ha chiesto scusa anche a loro, spiegando ciò che voleva fare e il percorso che intendeva intraprendere.

Non è stato semplice nemmeno per loro. Il delitto di Del Rio ha trascinato dentro una tragedia anche chi porta il nome e condivide gli affetti dell’uomo che oggi è stato condannato per quell’omicidio.

I familiari sono andati a trovarlo in carcere. Hanno ascoltato quello che aveva da dire e, con enorme fatica, hanno deciso di accompagnarlo in questa scelta.

Poi hanno fatto qualcosa di concreto, hanno raccolto 10mila euro e quel denaro è stato consegnato a Carolina per suo figlio.

Non è il risarcimento stabilito dal Tribunale. E soprattutto non esiste una cifra capace di risarcire la morte di un uomo di quarant’anni.

Ma quei 10mila euro hanno un altro significato: sono il primo gesto materiale con il quale Klodjan ha cercato di accompagnare le parole che fino a quel momento non aveva pronunciato.

Carolina li ha accettati.

La richiesta alla Corte: entrare nella giustizia riparativa

È sulla base di questi nuovi elementi che l’avvocata Putignano ha chiesto alla Corte d’assise l’invio di Klodjan a un Centro per la giustizia riparativa. L’udienza è fissata per il 30 settembre.

E occorre chiarire subito che cosa significa, perché la giustizia riparativa non cancella la condanna, non restituisce automaticamente la libertà e non rappresenta una scorciatoia per uscire dal carcere.

È un istituto introdotto organicamente dalla riforma Cartabia e può essere utilizzato anche per reati gravissimi e anche mentre una persona sta scontando la pena. La legge consente infatti l’accesso ai programmi in ogni stato e grado del procedimento e durante l’esecuzione della pena.

La logica è completamente diversa da quella del processo penale.

Il processo deve stabilire responsabilità e pena. La giustizia riparativa prova invece ad affrontare la ferita lasciata dal reato, mettendo al centro, attraverso mediatori specializzati e con tutte le necessarie garanzie, le persone coinvolte e le conseguenze prodotte da ciò che è accaduto.

Per Klodjan significherebbe quindi cominciare un percorso di elaborazione dell’omicidio che ha commesso e delle conseguenze irreversibili che quell’omicidio ha prodotto.

Il consenso della famiglia Del Rio e la vittima aspecifica

Naturalmente esiste un confine che nessuno può oltrepassare: il dolore della famiglia Del Rio appartiene alla famiglia Del Rio.

Nessuno può imporre a Carolina, al padre di Nicolas o agli altri familiari di incontrare Klodjan o di partecipare con lui a un percorso.

La partecipazione ai programmi riparativi è fondata sulla volontarietà e sul consenso libero e informato.

Ma la disciplina prevede anche un’altra possibilità.

Se i familiari di Del Rio non volessero partecipare, il Centro potrebbe valutare un programma con una cosiddetta vittima aspecifica o surrogata: non una persona che prende il posto di Nicolas o dei suoi familiari, ma qualcuno che sia stato vittima di un altro reato e che accetti liberamente di entrare nel percorso.

È una possibilità espressamente contemplata nell’ambito della giustizia riparativa e già applicata anche in procedimenti per delitti gravissimi. La stessa giurisprudenza ha recentemente ribadito che il mancato consenso della persona offesa non preclude di per sé un percorso con una vittima di un reato diverso.

Spetterebbe comunque al Centro, se la Corte autorizzerà l’invio, verificare concretamente se esistono le condizioni per costruire quel percorso.

Il 30 settembre dovrà parlare

Prima, però, c’è l’udienza.

E questa volta Klodjan non potrà rifugiarsi nel silenzio che aveva scelto durante il processo.

Dovrà spiegare ai giudici perché chiede di intraprendere questo cammino, che cosa è cambiato da quando sedeva davanti a quella stessa Corte e perché soltanto adesso abbia deciso di ammettere ciò che allora non aveva ammesso.

L’avvocata Putignano ha depositato anche una seconda memoria per spiegare le ragioni per le quali, secondo la difesa, non esisterebbero condizioni di pericolo ostative all’invio e perché un percorso di elaborazione di quanto accaduto potrebbe essere utile.

La legge prevede infatti che l’autorità giudiziaria possa disporre l’invio quando ritenga che il programma possa essere utile alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato e non comporti un pericolo concreto per gli interessati o per l’accertamento dei fatti.

Un eventuale esito riparativo potrà poi essere valutato dall’autorità giudiziaria nei casi e nei limiti previsti dalla legge. Non esiste però alcun automatismo: entrare in un programma non significa ottenere uno sconto di pena, e il suo fallimento non può trasformarsi in un elemento negativo contro chi vi abbia partecipato.

L’appello contro l’ergastolo

Parallelamente alla richiesta di accesso alla giustizia riparativa, resta aperto il processo penale.

L’avvocata Putignano ha infatti presentato appello contro la sentenza di primo grado.

La difesa contesta la premeditazione e il nesso teleologico riconosciuti nella sentenza e impugna anche la mancata concessione delle attenuanti generiche.

Uno dei punti che verranno sottoposti ai giudici di secondo grado riguarda proprio la valutazione della personalità e della condotta di Klodjan. Se in primo grado pesava anche la sua scelta di non confessare, la difesa chiederà che adesso venga valutato anche ciò che è accaduto successivamente: l’ammissione di responsabilità, la confessione scritta, le scuse e il tentativo di intraprendere un percorso riparativo.

Sarà la Corte d’assise d’appello, naturalmente, a stabilire quale rilevanza attribuire a questi elementi e quale debba essere la pena definitiva.

Una cosa, però, Klodjan sembra averla ormai compresa: qualunque sia l’esito dell’appello, il tempo che lo aspetta dietro le sbarre sarà lunghissimo.

Una vita dentro una cella

Oggi è detenuto a Viterbo. Le sue condizioni sono migliorate, ma incontra difficoltà ad accedere a un’attività lavorativa all’interno dell’istituto. Per questo ha chiesto anche di essere trasferito in un carcere nel quale possa lavorare.

Può sembrare un dettaglio, davanti all’enormità di un omicidio ma non lo è.

Perché il punto della scelta che Klodjan ha compiuto in questi mesi sta proprio qui.

Indietro non può tornare.

Nicolas Del Rio non tornerà a casa. Non tornerà da Carolina, dai suoi figli, da suo padre, dai suoi amici. Nessuna confessione, nessuna lettera, nessuna somma di denaro e nessun percorso riparativo potranno cambiare questo dato.

La giustizia ha già pronunciato in primo grado la sua risposta più dura: l’ergastolo.

Adesso Klodjan si trova davanti a un altro giudizio, che non coincide soltanto con quello che sarà celebrato in appello.

È quello sul modo in cui trascorrerà gli anni che ha davanti.

Può continuare a contarli uno dopo l’altro dentro una cella, oppure può provare a riempirli affrontando finalmente la responsabilità di ciò che ha fatto.

Lo ha fatto tardi, terribilmente tardi.

Dopo avere taciuto durante il processo. Dopo avere lasciato senza risposta lo sguardo della moglie dell’uomo che aveva contribuito a uccidere. Dopo una condanna all’ergastolo.

Ma il 30 settembre, davanti agli stessi giudici davanti ai quali aveva scelto il silenzio, Gionj Klodjan dovrà alzarsi e parlare.

E questa volta non dovrà raccontare soltanto come è morto Nicolas Del Rio.

Dovrà spiegare che cosa intende fare della vita che a lui, a differenza di Nicolas, è rimasta.

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