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Il mondo dello sport contro la violenza sulle donne

«Cosa può fare lo sport per curare questa piaga sociale?», rispondono Elisabetta Teodosio (Coni) e Carlo Vellutini (Ussi)
Elisabetta Teodosio e Carlo Vellutini
Nei riquadri: Elisabetta Teodosio (Coni) e Carlo Vellutini (Ussi)

GROSSETO. Il mondo dello sport fa quadrato contro la violenza sulle donne. Questo pianeta insorge con grande sensibilità non accettando la ferita purulenta dolorosamente conficcata sul fianco della società.

Le voci sono quelle di Elisabetta Teodosio, delegata provinciale del Coni, e di Carlo Vellutini, delegato provinciale dell’Ussi (Unione stampa sportiva italiana).

La domanda che è stata posta ed entrambi è «Cosa può fare lo sport per curare questa piaga sociale?». Ecco le risposte

Elisabetta Teodosio: «Nello sport ci si addestra per il futuro»

Elisabetta Teodosio conosce bene i valori che promuove lo sport e i giovani possono fare la differenza. «Le discipline sportive sono frequentate da tantissimi giovani ricchi di speranze – dice Teodosio – Sono alimentati da grande spirito di sacrificio perché contemporaneamente sono impegnati con gli studi. E lo sport, non quello fanatico, aiuta a crescere. Sono accolti in società serie, sane dove non sfigurano quelle, che operano nei così detti sport minori, ma che minori non sono».

In tutti questi ambienti vengono offerti momenti di formazione per il carattere, di crescita personale, puntando specialmente a educare alla sconfitta, ad accettare i no, che nella vita non mancheranno. «Per affrontare queste tematiche occorrono istruttori preparati, sensibili – ricorda Teodosio – Ai genitori spetta dare il buon esempio, a loro è affidato il compito del dialogo, dell’amore in casa, della sensibilità verso gli altri».

«Oggigiorno i bambini, i ragazzi, che trascorrono molto più tempo fuori casa per seguire il triangolo casa-scuola-allenamenti, devono confrontarsi con persone preparate, che conoscono i risvolti dei loro bisogni e sappiano seminarli».

«1.000 euro all’uomo e due borse alla donna è inaccettabile»

Nelle aule si insegnano le materie, nello sport ci si addestra per il futuro, la vita. «Su questi equilibri donne e maschi, pur essendo naturalmente diversi, partono allo stesso livello, hanno la medesima libertà di scegliere e andare verso le stesse opportunità, gli stessi sogni – dice Teodosio – Si deve cambiare anche la consistenza dei premi. Poco tempo fa ho partecipato al finale di un torneo dove si prevedevano, ai primi classificati, 1.000 euro all’uomo, due borse alla donna ed è inaccettabile».

La delegata, che è anche avvocata, conclude: «Questo è un comportamento da cancellare al più presto, sono gocce che il bambino assimila credendo sia normale. Il mio professore di criminologia diceva che “un pizzico di vespa non produce danni, molti pizzichi, tutti i giorni, portano alla morte. Per questo vanno messi in primo piano quei modelli positivi capaci di arrivare alla testa e al cuore dei giovani».

Carlo Vellutini: «Sport e sociale non vanno divisi»

Anche Carlo Vellutini, raccontando la sua visione, è netto. «Sport e sociale vanno di pari passo. Non è un luogo comune, ma una verità che, nel corso del tempo, ha permesso di scrivere tante favole, quelle di atleti nati in povertà e divenuti campioni, di sacrifici e sudore, di trionfi e sconfitte. Sport e sociale non possono essere però divisi nei giorni in cui la cronaca ci pone di fronte l’ennesimo femminicidio che si basa sul mancato rispetto delle donne e sulla violenza da parte degli uomini».

Proprio il ruolo sociale dello sport, specie nei settori giovanili, quando maschi e femmine prima dello sviluppo, si trovano spesso a gareggiare insieme, dove non è insolito vedere il rosa e l’azzurro invertirsi al traguardo, diventa importante. «È quello il momento in cui la differenza deve diventare il valore e il ruolo della futura donna valorizzato agli occhi del futuro uomo – dice Vellutini – Molti degli stereotipi di genere, che spesso portano ad atti di violenza, pongono le basi proprio nell’infanzia e nell’adolescenza, nel momento in cui la purezza dei fanciulli rende tutti uguali».

«Perché basta mettere una palla al centro del campo per vedere bambini e bambine giocare insieme, lasciando libera la loro fantasia – ricorda Vellutini – Ci sarà chi calcia con il piede e chi colpisce con la mano e, solo successivamente, verranno educati ad una disciplina. La natura però li porta a stare insieme secondo il loro gradimento. È quella natura pura che va conservata e lo sport giovanile deve vedere gli allenatori trasformarsi sempre più in educatori, in coloro che plasmano il cittadino del futuro, che affossa le differenze a favore delle capacità e qualità dei singoli, maschi o femmine che siano».

«Resta nella memoria la sciata di Alberto Tomba, tanto quanto quella di Deborah Compagnoni»

Perché dopo lo sviluppo, come sostiene Vellutini, anche nella differenza di prestazioni quando i due settori, maschile e femminile, saranno marcati dai regolamenti delle federazioni sportive, lo sport resta bello tutto. «Lo è perché fanno saltare in piedi l’appassionato di cento metri corsi da un uomo sotto ai dieci secondi, tanto quanto quelli corsi dalle donne sopra questa soglia, lo fa un salto di oltre otto metri di un uomo, tanto quanto uno sopra i sette metri di una donna».

Resta nella memoria la sciata di Alberto Tomba, tanto quanto quella di Deborah Compagnoni. «Così come il successo in uno slam della Pennetta o della Schiavone – prosegue Vellutini – quanto le gioie che ci hanno regalato Sinner o Berrettini, o la nuotata della Pellegrini quanto quella di Paltrinieri, così come l’oro olimpico della Simeoni come quello di Tamberi nel salto in alto. Lo sport – conclude – ha un valore pari a quello della scuola e della famiglia nell’assicurare la lotta alla cultura del rispetto di genere, così come all’integrazione».

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