GROSSETO. Sessanta euro si pagano. Un anno di lavoro per conquistare un pezzo di autonomia, invece, non si recupera con altrettanta facilità. Ed è proprio da qui, dalla frase pronunciata da Giampaolo dopo il suo primo viaggio da solo su un autobus, che il Garante della Disabilità del Comune di Grosseto Diego Montani vuole cominciare: «Non salirò mai più da solo su un autobus».
Perché il punto, secondo Montani, non è stabilire che le regole non debbano essere rispettate, né cercare un colpevole tra chi martedì 15 settembre stava semplicemente svolgendo il proprio lavoro. Il punto è capire se una regola uguale per tutti possa trasformarsi, in alcune circostanze, in una barriera per qualcuno e se sia possibile costruire procedure capaci di riconoscere anche quelle disabilità che non sono immediatamente visibili.
La storia è quella raccontata da MaremmaOggi: Giampaolo ha 19 anni, è nello spettro autistico e martedì ha affrontato per la prima volta da solo il viaggio dalle Stiacciole a Grosseto, dopo un percorso durato mesi insieme alla famiglia, ai professionisti che lo seguono, al Cim e agli operatori del progetto Uscita di sicurezza.
Un autobus che per molti sarebbe stato soltanto un mezzo per arrivare in città, per lui rappresentava invece un traguardo enorme.
Montani: «Le regole valgono per tutti, ma dobbiamo farci un’altra domanda»
È su questo che interviene ora Diego Montani, Garante della Disabilità del Comune di Grosseto.
«È importante chiarire che le regole valgono per tutti e devono essere rispettate – dice – Non chiedo privilegi per le persone con disabilità e non metto in discussione il compito del personale di controllo. La domanda che dobbiamo porci, però, è un’altra: cosa succede quando una persona, proprio a causa della propria condizione, non riesce a comunicare una difficoltà, a chiedere aiuto o a gestire una situazione imprevista e fonte di forte stress?».
È qui, secondo il Garante, che la vicenda di Giampaolo smette di essere soltanto la storia di un biglietto non correttamente obliterato e diventa una questione che riguarda autonomia, inclusione e capacità dei servizi pubblici di adattarsi alle esigenze delle persone.
Una procedura può infatti essere formalmente identica per tutti, osserva Montani, senza necessariamente garantire a tutti le stesse possibilità di affrontarla.
L’accomodamento ragionevole previsto dalla legge
Il principio non riguarda soltanto la sensibilità individuale.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, all’articolo 20 dedicato alla mobilità personale, stabilisce che debbano essere adottate misure efficaci per garantire alle persone con disabilità la mobilità con la maggiore autonomia possibile, prevedendo anche formazione sulle tecniche di mobilità.
Anche il decreto legislativo 62 del 2024, entrato in vigore il 30 giugno 2024, ha introdotto e rafforzato nell’ordinamento italiano il concetto di accomodamento ragionevole, inserendolo nel nuovo quadro relativo alla condizione di disabilità, alla valutazione multidimensionale e al progetto di vita della persona. La normativa pone al centro anche l’individuazione delle barriere e dei facilitatori che incidono sulla partecipazione nei diversi contesti della vita.
«Non sto dicendo che accomodamento ragionevole significhi automaticamente cancellare una sanzione – precisa Montani –. Sto dicendo che dobbiamo chiederci se le procedure siano sufficientemente inclusive anche quando ci troviamo di fronte a una disabilità cognitiva, comunicativa o non immediatamente visibile».
«Il rischio più grande non sono i 60 euro»
E poi c’è quella frase. «Non salirò mai più da solo su un autobus». Per Montani è probabilmente la parte più importante dell’intera vicenda.
«Questa è la conseguenza sulla quale dobbiamo riflettere – sottolinea – Il problema non sono soltanto i 60 euro. Il rischio è che un episodio di pochi minuti possa far percepire a quel ragazzo il mondo esterno come imprevedibile e pericoloso e possa mettere in discussione un percorso di autonomia costruito attraverso un anno di lavoro».
Perché salire su un autobus, per chi non incontra particolari difficoltà, significa comprare un biglietto, convalidarlo, aspettare la propria fermata e scendere.
Per una persona nello spettro autistico, soprattutto durante la prima esperienza affrontata completamente da sola, lo stesso viaggio può significare dover gestire contemporaneamente persone sconosciute, rumori, tempi, indicazioni, cambiamenti, imprevisti e interazioni sociali.
«Quello che per noi è un semplice viaggio – dice Montani – per qualcun altro può essere un enorme traguardo di vita».
La proposta: un protocollo per viaggiare da soli
Ed è proprio per evitare che tutto si esaurisca nella discussione sulla multa che Montani avanza una proposta concreta: aprire un confronto tra Autolinee Toscane, Regione Toscana, Comune di Grosseto, servizi territoriali, associazioni, famiglie e operatori per costruire un protocollo sperimentale dedicato al viaggio autonomo delle persone con disabilità cognitive e dello spettro autistico.
Un protocollo che potrebbe prevedere una procedura specifica da utilizzare durante i controlli quando emergano difficoltà comunicative, una formazione pratica per verificatori e conducenti sulle disabilità non immediatamente visibili e un ulteriore passaggio di verifica prima di assumere determinati provvedimenti quando sia evidente che il passeggero non riesce a comprendere o a comunicare ciò che sta accadendo.
Tra le ipotesi avanzate c’è anche quella di introdurre uno strumento volontario di riconoscimento, che potrebbe essere una card, un simbolo o una soluzione digitale, attraverso il quale una persona possa segnalare la necessità di un supporto senza dover necessariamente riuscire a spiegarla nel momento di maggiore difficoltà.
Il Travel Training: imparare a prendere l’autobus per non avere più bisogno di essere accompagnati
Ma la proposta sulla quale il Garante insiste maggiormente guarda ancora più avanti: portare anche a Grosseto un vero programma di Travel Training, cioè un percorso attraverso il quale le persone con disabilità possano allenarsi concretamente all’utilizzo autonomo dei mezzi pubblici.
Non una lezione teorica, quindi, ma un addestramento costruito sulla vita reale.
«Dobbiamo insegnare ai ragazzi a prendere l’autobus sulla loro tratta reale: acquistare e convalidare il biglietto, riconoscere la fermata, affrontare un controllo, chiedere aiuto e gestire un imprevisto – spiega Montani –. Non per accompagnarli per sempre, ma per insegnare loro, per quanto possibile, a non aver più bisogno di essere accompagnati».
Esperienze di Travel Training e Travel Mentoring rivolte anche a persone nello spettro autistico sono già state sviluppate fuori dall’Italia e, secondo il Garante, potrebbero essere studiate e adattate alla realtà grossetana.
«Grosseto può diventare un territorio nel quale l’autonomia viene realmente allenata e sostenuta».
La richiesta ad Autolinee Toscane: riesaminare il caso
Montani intende inoltre rivolgersi ad Autolinee Toscane affinché, per quanto di propria competenza e sulla base della documentazione relativa al caso concreto, venga valutata la possibilità di riesaminare quanto accaduto a Giampaolo e verificare se esistano soluzioni applicabili attraverso le procedure dell’azienda.
«Non per cercare un colpevole – sottolinea – ma per cercare una soluzione».
Perché dentro questa storia c’è anche un risultato che rischia di essere oscurato dalla multa e da tutto quello che è successo sull’autobus.
Giampaolo, dopo essere stato fatto scendere, non è tornato indietro. Si è trovato in un luogo diverso da quello nel quale pensava di arrivare, ha dovuto gestire da solo una situazione che non aveva previsto e, nonostante tutto, è riuscito a orientarsi e ad arrivare alla sua destinazione.
«Questo è un elemento importante – dice Montani –: significa che il percorso di autonomia ha dato dei risultati. Non dobbiamo permettere che un episodio negativo cancelli la consapevolezza di essere capace».
«L’autonomia si misura anche quando qualcosa va storto»
È probabilmente questo il punto dal quale ripartire. Perché l’autonomia di una persona non può essere misurata soltanto quando il percorso preparato nei mesi precedenti procede esattamente come previsto, l’autobus arriva, il biglietto funziona, la fermata è quella giusta e nessun imprevisto interrompe una sequenza imparata con fatica.
«L’autonomia non significa che una persona con disabilità riesca a fare tutto da sola soltanto quando tutto va bene – dice il Garante – L’autonomia vera si misura anche nella capacità della comunità di sostenere una persona quando qualcosa va storto».
Ed è qui che, secondo Montani, la storia di Giampaolo lascia una domanda che riguarda tutti.
«Non dovrebbe essere soltanto se il biglietto fosse o meno obliterato correttamente. Dovremmo chiederci cosa possiamo fare perché, la prossima volta che incontrerà una difficoltà, quel ragazzo non pensi più di non poter salire da solo su un autobus».
Perché, conclude il Garante, «inclusione non significa fare meno per una persona con disabilità. Significa creare le condizioni perché possa fare, per quanto possibile, sempre di più da sola».



