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Tiburzi, il brigante che sembrava vivo nella foto: 130 anni dopo, oltre la leggenda

Il 24 ottobre 1896 moriva a Capalbio il re della macchia. La fotografia scattata dopo la morte, la protezione venduta ai proprietari e la leggenda della sepoltura: dietro il mito del Robin Hood maremmano
Domenico Tiburzi, il brigante maremmano morto a Capalbio il 24 ottobre 1896 (foto storica)
Domenico Tiburzi dopo la morte, Capalbio, 1896. Ausonio Ulivi, Archivio Graziella Presenti, Orbetello – Fototeca della Maremma

CAPALBIO. Più o meno 130 anni fa c’era un uomo in Maremma che costruì una storia che s’intreccia fra storia e leggenda. Mito e fatti s’incrociano in un unico personaggio: Domenico Tiburzi, un brigante. Tiburzi era un latitante, scappato dall’alto Lazio dopo l’omicidio dell’uomo che lo denunciò alle autorità perché pascolava in un posto.

Le condanne a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento non erano quelle di oggi, infatti il brigante per quell’omicidio fu condannato nel 1869 a 18 anni di lavori forzati, da cui scappò nel 1872 e si rifugiò a Capalbio. Nella notte fra il 23 e il 24 ottobre del 1896 il brigante morì a Capalbio, dove aveva creato un sistema di estorsioni verso i ricchi proprietari terrieri.

Tiburzi, però, decise di destinare una parte dei guadagni ai poveri, redistribuendo il denaro. Una storia che ricorda la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri che, secondo la leggenda, fondarono Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa nostra. Contesti diversi e leggenda, sia chiaro.

Tiburzi, il brigantaggio fra mito e realtà

Nacque a Cellere, in provincia di Viterbo, in una famiglia poverissima nel 1836 e morì a Capalbio a 60 anni. Tiburzi lavorò come pastore e come buttero in un territorio con grandi proprietari terrieri, povertà e forti disuguaglianze sociali. Una situazione molto scomoda da vivere per tutti, dove ricchezza e povertà vivono nello stesso posto, ma senza incrociarsi.

Uccise Angelo Del Buono, l’uomo che lo aveva denunciato, e fu condannato. Ma nel 1872 fuggì insieme a Domenico Annesi, detto l’Innamorato, e Antonio Nati, detto Tortorella. Tiburzi si fece trasferire dal bagno penale di Civitavecchia a Porto Clementino, alle saline di Tarquinia, e insieme ai suoi complici disarmò il secondino e si diede alla fuga. E scelse l’alta Maremma come territorio che potesse ospitare la sua latitanza, durata fino alla sua morte, ovvero ben 24 anni.

Il brigante è ricordato come il Robin Hood maremmano, che rubava ai ricchi per aiutare i poveri. Un uomo che era dalla parte di chi non aveva possibilità e li difendeva dai grandi proprietari terrieri. Una sorta di ladro gentiluomo, con un animo buono e che commetteva reati per aiutare il prossimo.

Ma questa è solo una leggenda. Nella realtà Tiburzi aiutò qualche povero e minacciò qualche fattore che maltrattava le persone, ma tutelava l’interesse dei grandi proprietari terrieri, a cui vendeva la sua protezione. Oggi questo è chiamato pizzo.

Il brigantaggio e la morte

Il sistema che Tiburzi aveva creato era molto simile a quello creato negli stessi anni in Campania, Sicilia e Calabria. Uomini che nella visione tutelano le persone per qualche gesto di solidarietà, ma che nella realtà hanno creato un sistema che ha infettato il territorio e le sue istituzioni. La sua organizzazione contava su fattori, contadini, informatori e persone che gli fornivano viveri, ospitalità e notizie sugli spostamenti delle forze dell’ordine.

Ai proprietari terrieri veniva imposta la tassa sul brigantaggio, pagata in denaro o beni materiali. In cambio, la banda garantiva una sorta di sicurezza privata, anche contro altri delinquenti. E nel mezzo compiva qualche omicidio: uccise un uomo che lo aveva deriso dopo che era scappato dai carabinieri in mutande e anche uno della sua banda, accusato di averlo tradito. Tiburzi lo uccise e poi, dopo la morte, gli tagliò la lingua. Gli omicidi si aggirano intorno ai 15.

Negli anni aveva costruito una rete che serviva a proteggerlo e, forse, anche per questo dava da mangiare ai malati e aiutava qualche povero: se si è nella povertà, nell’ingiustizia e nella paura si tende a difendere chi mostra gesti di altruismo. E per questo i maremmani lo nascosero e lo aiutarono a sopravvivere.

Morì a Capalbio nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1896, durante uno scontro con i carabinieri in un casale nella zona delle Forane. E c’è una particolarità nella sua sepoltura. Secondo la leggenda l’uomo fu seppellito a metà dentro il cimitero e a metà fuori, questo perché il parroco si rifiutò di dargli una degna sepoltura, ma i contadini si opposero fermamente.

Nella fotografia ha il cappello in testa, le cartucciere sul corpo e un fucile accanto. Sembra essersi fermato davanti all’obiettivo per lasciare un’immagine di sé. Domenico Tiburzi, invece, era già morto.

Quello scatto di Ausonio Ulivi, conservato dalla Fototeca della Maremma e proveniente dall’Archivio Graziella Presenti di Orbetello, è diventato il volto del re della macchia.

Le similitudini con Osso, Mastrosso e Carcagnosso

Erano tre fratelli, tre cavalieri che, per difendere la sorella da una violenza, andarono a uccidere il violento. Arrivarono in Spagna, sparsero il suo sangue e poi si divisero: uno andò in Sicilia, uno in Calabria e uno in Campania, giurando di far rispettare il loro codice d’onore. Questa è, in breve, la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, coloro che hanno creato quelle che oggi chiamiamo Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa nostra.

Le similitudini con la leggenda di Tiburzi sono molte, tutte parlano di uomini forti e disposti a far del male per difendere chi ha subito un torto. Uomini pronti a stare dalla parte dei più deboli, mentre in realtà tutelano i propri interessi. Un codice d’onore da rispettare e la rabbia dell’ingiustizia.

Ma le storie s’intrecciano anche nella realtà, il brigantaggio maremmano è molto simile alla situazione nel Sud Italia, dove i briganti vendevano protezione ai proprietari terrieri.

Solo che il sistema di Tiburzi, a differenza di quello di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, morì con lui.

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