Il giubbotto del lager è largo appena 37 centimetri. Ottant’anni dopo la medaglia per Dilio | MaremmaOggi Skip to content

Il giubbotto del lager è largo appena 37 centimetri. Ottant’anni dopo la medaglia per Dilio

Dilio Bonari fu catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre e deportato in Germania. Del lavoro coatto e delle sofferenze non parlò quasi mai. Il nipote Mirko ha ricostruito la sua storia: «Nel taschino c’erano ancora cartina e tabacco»
Dilio Bonari e a destra il giubbotto di pelle che indossava quando è tornato a casa

GROSSETO. È un giubbetto minuscolo. Appena 37, forse 38 centimetri da una spalla all’altra. Quando lo si guarda, prima ancora di conoscere la storia di chi lo indossava, è questo particolare a lasciare senza parole.

Perché quel giubbetto era di un uomo adulto. Di un ragazzo di poco più di vent’anni che aveva attraversato la prigionia, la fame, le botte e il lavoro coatto nella Germania nazista.

Quel ragazzo si chiamava Dilio Bonari.

Il giubbetto porta ancora un timbro di fabbricazione del 1944. Dilio lo aveva con sé negli ultimi mesi della guerra e nel periodo immediatamente successivo alla liberazione, quando rimase ancora per qualche tempo in Germania, lavorando con gli americani prima di poter finalmente tornare in Italia.

Ma c’è un altro particolare che rende quell’indumento quasi una fotografia rimasta chiusa per ottant’anni. Un giorno il nipote, l’avvocato Mirko Bonari, ha aperto uno dei taschini. 

Dentro c’erano ancora un pezzetto di cartina e del tabacco. «Mi ha fatto impressione», racconta Bonari.

Perché in quel momento il nonno che Mirko aveva conosciuto ormai anziano era tornato improvvisamente ad avere poco più di vent’anni. Ed era facile immaginarlo dentro quel giubbetto incredibilmente stretto, con appena 37 centimetri di spalle, dopo mesi di privazioni.

Oggi quell’indumento è ancora conservato dalla famiglia. E lunedì 21 settembre, oltre ottant’anni dopo la deportazione, la storia di Dilio ha avuto finalmente un riconoscimento ufficiale.

La medaglia che arriva ottant’anni dopo

Alle 16.30, nel salone degli Specchi del palazzo del Governo di Grosseto, la Prefettura ha celebrato la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale.

Nel corso della cerimonia sono state consegnate le Medaglie d’Onore concesse dal Capo dello Stato ai familiari dei cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra.

Una di quelle medaglie porta il nome di Dilio Bonari e a ritirarla c’era suo nipote Mirko. «Per me è un riconoscimento simbolico, un risarcimento morale», dice.

Mirko Bonari con la prefetta Paola Berardino

E alla cerimonia c’erano anche le sue figlie Virginia e Costanza. «Le ho volute lì- spiega – perché quella di Dilio non deve essere più soltanto una storia custodita dentro una famiglia».

Aveva 21 anni quando tutto cambiò

Dilio Bonari era nato l’8 ottobre 1922. Quando l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati e l’8 settembre 1943 venne dato l’annuncio, Dilio aveva appena 20 anni e ne avrebbe compiuti 21 un mese dopo. Era militare in Grecia.

Da quel momento cominciò un viaggio del quale, per tutta la vita, avrebbe raccontato pochissimo. Dopo l’armistizio fu catturato dai tedeschi e deportato.

Il giubbotti di Dilio Bonari

Dal 1943 al 1945 trascorse quasi due anni lontano da casa.

Dove sia stato detenuto inizialmente resta ancora uno dei vuoti della sua storia. Nel foglio matricolare recuperato dalla famiglia non compare lo Stalag nel quale venne internato.

Ma Mirko, molti decenni dopo, ha deciso di provare a seguire le poche tracce lasciate dal nonno.

«Non parlava mai della guerra»

Dilio è morto nel 2012, a 90 anni. Mirko lo ha conosciuto bene. «Me lo sono goduto», dice parlando del nonno.

Eppure di quei due anni sapeva pochissimo.

Dilio era una persona tranquilla. Quando il discorso finiva sulla guerra, si chiudeva. Raccontava qualcosa «pochissimo e malvolentieri». Restavano alcune parole: le patate, la fame e le botte.

Niente racconti lunghi, nessuna cronologia, nessuna descrizione dettagliata della prigionia. Soltanto frammenti.

Come è accaduto a tanti uomini tornati dalla guerra, Dilio sembrava aver scelto di riprendere la propria vita senza portare continuamente dentro quella nuova vita ciò che aveva visto e subito.

Così, per decenni, una parte della sua storia è rimasta sepolta.

Mirko comincia a cercare il nonno negli archivi

La storia ha preso un’altra direzione quando Mirko Bonari ha deciso di andare a cercare nei documenti quello che Dilio non aveva raccontato a parole.

Ha recuperato il foglio matricolare all’Archivio di Stato di Siena. Poi ha cominciato a cercare negli archivi tedeschi e circa un anno fa, in rete, ha trovato qualcosa. Il nome era sbagliato: non Dilio, ma “Idilio” Bonari

Cognome e data di nascita, però, coincidevano.

Negli Arolsen Archives, all’interno della documentazione relativa alla registrazione degli stranieri e dei perseguitati nella zona di occupazione americana in Germania, compare proprio un “BONARI Idilio”, nato l’8 ottobre 1922. Il documento è inserito nel materiale relativo all’area di Bayreuth.

Una lettera in più nel nome aveva nascosto per decenni una traccia fondamentale. Mirko l’ha trovata.

Il lavoro coatto nella fabbrica di alluminio

Dai documenti raccolti e dalle ricerche effettuate dal nipote emerge che Dilio lavorò per circa un anno in una fabbrica di alluminio nella zona di Bayreuth.

Era uno degli Internati militari italiani finiti in Germania dopo l’8 settembre.

Uomini catturati, trasferiti, utilizzati anche come manodopera coatta per sostenere l’economia di guerra tedesca. Per Dilio significò trascorrere gli anni nei quali un ragazzo dovrebbe cominciare a costruire la propria vita dentro una realtà completamente diversa.

Quando tutto finì era ridotto al punto da entrare in quel giubbetto largo poco più di 37 centimetri. Ed è forse proprio quell’oggetto, più di qualsiasi documento, a raccontare oggi alla famiglia cosa significarono quei mesi.

Nel 1945 finalmente il ritorno

Dopo la liberazione, nell’aprile del 1945, Dilio rimase per alcuni mesi a lavorare con gli americani. Poi finalmente poté tornare in Italia.

La sua era una famiglia di mezzadri della provincia di Siena e dopo due anni nei quali gli era stato tolto praticamente tutto, ricominciò da lì.

Si sposò con Olga Bindi. Ebbero due figli, Giorgio e Daniela. Per un periodo Dilio gestì un bar ad Asciano, poi entrò nelle Ferrovie dello Stato. E costruì una vita normale.

Talmente normale che chi lo incontrava avrebbe potuto non immaginare mai cosa gli fosse successo a vent’anni.

Il nonno, il nipote e i pronipoti

Ora, più di ottant’anni dopo, quella storia ha attraversato le porte del Palazzo del Governo di Grosseto

La Medaglia d’Onore prevista dalla legge 296 del 2006 rappresenta un riconoscimento per i cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto. Quando l’insignito non è più in vita, viene consegnata ai familiari.

Per Mirko è soprattutto un risarcimento morale. Dilio non potrà vedere quella medaglia, ma c’erano suo nipote e i suoi pronipoti.

Ed è per questo che Mirko ha tenuto tanto alla loro presenza: perché una memoria familiare sopravvive soltanto se qualcuno decide di consegnarla alla generazione successiva.

Dilio, quando era vivo, aveva scelto quasi sempre il silenzio. 

Ottant’anni dopo sono stati un foglio matricolare, un nome scritto male in un archivio tedesco e soprattutto quel piccolo giubbetto a raccontare quello che lui non riusciva a raccontare.

È ancora lì.

Trentasette centimetri da una spalla all’altra. Un timbro del 1944. Un pezzetto di cartina e del tabacco dimenticati in un taschino.

Tutto quello che serve per immaginare quanto dovesse essere diventato piccolo quel ragazzo di vent’anni prima di riuscire, finalmente, a tornare a casa.

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